“Ancora un nuovo anno da raccontare”: Rosaria Ragusi trasforma la memoria familiare in eredità e futuro
Ancora un nuovo anno da raccontare, il libro di Rosaria Ragusi, è un’autobiografia familiare romanzata che attraversa quasi un secolo di trasformazioni sociali, culturali e generazionali. Muovendo dai ricordi dell’infanzia, dalle testimonianze dei parenti e da episodi custoditi a lungo nella memoria, l’autrice ricompone la storia della propria famiglia e la trasforma in una narrazione capace di unire realtà e invenzione, intimità e memoria collettiva. Al centro dell’opera non vi è soltanto il desiderio di salvare il passato dall’oblio, ma anche la volontà di comprendere i cambiamenti che hanno attraversato la famiglia, il ruolo delle donne e il rapporto tra genitori e figli.
In questa intervista rilasciata al Direttore Giuseppina Tesauro per L’Epoca Culturale, Rosaria Ragusi racconta l’urgenza interiore da cui è nato il libro, il delicato confronto con i segreti e le ferite familiari, la forza dell’ascolto e quella “ribellione silenziosa” con cui le ragazze degli anni Sessanta cercavano di sottrarsi al modello del padre padrone. Ne emerge il ritratto di un’autrice che sceglie di non nascondere i cosiddetti “panni sporchi”, ma di portarli alla luce per trasformarli in consapevolezza e consegnare alle nuove generazioni una memoria capace di impedire il ripetersi degli stessi errori.
Tra richiami a Tolstoj, Virginia Woolf e Proust, paesaggi del Sud e del Nord, affetti, silenzi, sacrifici e desideri di riscatto, Rosaria Ragusi racconta una scrittura nata nel luogo più segreto: il cuore. Una scrittura che restituisce dignità alle esperienze vissute e riconosce nella famiglia non soltanto l’origine delle ferite, ma anche lo spazio in cui può cominciare il cambiamento. Perché, come suggerisce il titolo del libro, ogni nuovo anno non cancella quello precedente: ne raccoglie la memoria e rinnova il coraggio di ricominciare, trasformando il passato in eredità e il ricordo in futuro.
- Ancora un nuovo anno da raccontare viene presentato come un’autobiografia di famiglia che attraversa quasi un secolo di trasformazioni. Da quale urgenza interiore nasce questo libro: dal desiderio di ricordare, dal bisogno di fare chiarezza o dalla volontà di consegnare alle nuove generazioni una memoria che rischiava di disperdersi?
L’urgenza e la voglia di narrare probabilmente nascono dalle tre motivazioni appena elencate: sicuramente dal desiderio di voler ricordare, infatti i ricordi della mia prima infanzia sono stati sempre vivi in me; ritornavano in mente spesso gli episodi di vita quotidiana, che raccontavo in famiglia. Nasceva così anche la necessità di fare chiarezza, soffermandomi a volte su episodi o ricordi poco nitidi, dovuti probabilmente alla differenza di età con le sorelle più grandi, ed è stata questa l’occasione per confrontarmi e ricondividerli con loro. Infine sì, prendevo appunti per non dimenticare, volevo trasmettere la mia memoria ai miei futuri nipoti perché non si disperdesse.
- Nella prefazione si parla di una lettura “senza stacchi”, quasi con la suspense di una narrazione seriale. Come è riuscita a trasformare ricordi familiari, episodi privati, dolori e rivelazioni in un racconto capace di tenere viva l’attenzione pagina dopo pagina?
Volevo creare una vera storia romanzata con dei tratti di suspense. Quella pistola è stata la mia fonte ispiratrice, e poi un susseguirsi di emozioni, così senza volerlo, mi immergevo nel ruolo della protagonista e inventavo nuove storie attingendo dai ricordi.
- Rosaria, nel suo libro la famiglia non appare mai come un luogo immobile, ma come un organismo vivo, attraversato da segreti, tensioni, affetti, silenzi e possibilità di cambiamento. Quanto è stato difficile guardare la propria storia familiare non solo con amore, ma anche con verità?
Non è stato semplice, soprattutto rivivere determinati ricordi che innescano svariate emozioni ma devo riconoscere che il tutto si è sviluppato naturalmente. Ogni famiglia ha dei propri segreti, i fatti narrati sono stati tramandati dai miei parenti e conoscenti, li ho raccolti e conservati gelosamente. La famiglia è il fulcro del romanzo e su questo si basa anche il passaggio per un cambiamento, quello della nuova famiglia di Ester
- Tolstoj apre Anna Karenina con una frase celebre: “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Nel suo racconto, invece, sembra che ogni famiglia custodisca insieme ferite e salvezze, ombre e risorse. Secondo Lei, che cosa rende una famiglia capace di non restare prigioniera delle proprie infelicità?
Sicuramente la forza di amare e superare ogni tipo di difficoltà! Noi ragazze degli anni 60, sapevamo come affrontarle per tenere unita la famiglia e per non sentirci prigioniere… la nostra arma era una ribellione silenziosa.
- La prefazione individua uno dei nuclei più potenti del libro nel passaggio dal modello del “padre padrone” a una convivenza più rispettosa e paritaria. Lei racconta questa trasformazione non come una rivoluzione gridata, ma come un cambiamento paziente, quasi domestico. È lì, nelle case e nei rapporti quotidiani, che secondo Lei comincia davvero la civiltà?
Sì, sono fermamente convinta che il mio essere resiliente, sia stata una caratteristica che mi ha permesso, durante l’infanzia e l’adolescenza, di forgiare il mio carattere permettendomi di raggiungere con pazienza e determinazione i vari obiettivi. Ester voleva che la sua nuova famiglia fosse diversa da quella in cui era cresciuta, cercava il dialogo tra padre e figlia, quello che lei non aveva avuto.
- Nel libro emerge un forte “coraggio di verità”: i cosiddetti “panni sporchi” non vengono nascosti, ma portati alla luce. Tuttavia Lei non si ferma mai alla denuncia. Che differenza c’è, per Lei, tra raccontare una ferita e trasformarla in consapevolezza?
La differenza sta proprio nel saperla raccontare. Come ho già ribadito più volte, si tratta di un’autobiografia romanzata che mette in risalto alcuni fatti che possono lasciare il lettore incredulo sul come Ester possa sbandierare i propri panni sporchi.
In realtà, io credo che non ci sia nulla di male nel riportarli alla luce, per invitare alla riflessione e far sì che le nuove generazioni non ricadano negli stessi errori.
- Virginia Woolf scriveva che una donna, per scrivere, deve avere “denaro e una stanza tutta per sé”. Nel suo caso, però, sembra che la scrittura sia nata anche dentro una vita piena, familiare, concreta, fatta di figli, nipoti, cucina, lavoro, spostamenti e responsabilità. Qual è stata la Sua “stanza tutta per sé”: uno spazio fisico, un tempo rubato, o una zona segreta dell’anima?
Il posto segreto è nel mio cuore, è lì che ho custodito i miei ricordi e sono felice di averli riportati nero su bianco. La cosa più bella è stato l’aiuto delle mie figlie Cettina e Barbara che mi hanno incoraggiata e spronata, perché hanno creduto sin dall’inizio nel mio sogno di pubblicare il libro
- Nel suo libro risalta “l’ ascolto”, un’attenzione nei confronti dell’altro che oggi si sta perdendo . Nei suoi ricordi, ascoltare non significa subire, ma aprire una possibilità nuova. Quanto ha contato, nella sua vita e nel suo libro, imparare ad ascoltare anche ciò che faceva male?
Sapere ascoltare è stata da sempre una mia caratteristica; non amo parlare molto né tanto meno dare consigli, solo se lo chiedono, ma faccio sentire che possono contare su di me. A volte mi piacerebbe anche non sapere probabilmente per evitare di star male
- Rosaria, il titolo Ancora un nuovo anno da raccontare contiene già un’idea di ripartenza, di tempo che non si chiude mai davvero. Che cosa rappresenta per Lei quel “nuovo anno”: una soglia, una promessa, una ferita che si rimargina, o il coraggio di ricominciare nonostante tutto?
Credo il coraggio di ricominciare nonostante tutto, perché ripartire è stata sempre una mia prerogativa. Non mi sono mai arresa neanche davanti al minimo ostacolo, ho cercato sempre delle soluzioni alternative anche a costo di fare numerosi sacrifici
- Proust scriveva che “i veri paradisi sono i paradisi perduti”. Nel suo libro la memoria non è nostalgia sterile, ma materia viva: odori, stanze, gesti, voci, paesaggi del Sud e del Nord che continuano a parlarsi. Quando ha capito che ciò che sembrava perduto poteva tornare attraverso la scrittura e diventare racconto, eredità, forse persino futuro?
È una consapevolezza che ho acquisito nel tempo. Vedere il cambio generazionale e lo sviluppo tecnologico avvenire così velocemente sotto i miei occhi, hanno fatto nascere in me l’esigenza di scrivere ed immortalare la differenza tra come eravamo noi ragazzi e com’è la gioventù di oggi; non potevo lasciare che il mio passato così diverso dai tempi moderni andasse perduto! Certo ogni epoca racconta una storia, per questo è importante non dimenticare perché se non c’ è passato non possiamo costruire il futuro



