16/07/2026
L’amore che si fa dono:  intervista ad  Anna Valente, autrice di Agapè
Interviste

L’amore che si fa dono: intervista ad Anna Valente, autrice di Agapè

Giu 16, 2026

Ci sono libri che raccontano una storia e altri che invitano il lettore a compiere un viaggio dentro sé stesso. Agapè di Anna Valente appartiene a questa seconda categoria: un’opera che affonda le proprie radici nel significato più autentico dell’amore, quello che si manifesta come accoglienza, ascolto e dono incondizionato.

In questa intensa conversazione, il Direttore de L’Epoca Culturale, Giuseppina Tesauro, incontra l’autrice Anna Valente per esplorare le origini, le suggestioni e i messaggi racchiusi tra le pagine di un libro che va oltre la semplice narrazione. Attraverso il dialogo emergono riflessioni profonde sul valore delle relazioni umane, sulla ricerca interiore e sulla capacità dell’amore di diventare una forza trasformativa capace di illuminare il cammino dell’esistenza.

Un’intervista che non si limita a raccontare un’opera letteraria, ma che diventa occasione di confronto su temi universali che toccano ciascuno di noi, invitandoci a riscoprire il significato più alto dell’Agapè: quell’amore che unisce, comprende e costruisce ponti tra le anime.

  • Nel romanzo colpisce la scelta di far precedere i capitoli da termini greci, una presenza che sembra andare oltre l’aspetto stilistico per assumere una funzione quasi interpretativa. Come nasce questa attenzione per il linguaggio — e in particolare per il greco — e quale ruolo svolgono queste parole nel guidare il lettore verso una comprensione più profonda, non solo della narrazione ma anche dei suoi significati più simbolici ed emotivi?

Io mi innamoro delle parole e su di esse costruisco storie. Il greco non è una lingua morta, ma una lingua antica, dalle radici profonde, ricca di sfumature e di una certa magia originaria. Nel romanzo il greco non è decorativo. I titoli che precedono i capitoli sono stati inseriti per preparare il lettore a una lettura emotiva, per offrirgli una chiave interpretativa più profonda. Parole come “madre” o “tempo”, in greco, hanno intrecci di significato che l’italiano non riesce a contenere in un’unica traduzione. Il tempo, ad esempio, nelle sue diverse espressioni greche, racconta non solo lo scorrere dei giorni, ma il senso e la qualità del vivere, come ho messo in evidenza nel racconto. Ogni capitolo non è solo un episodio narrativo, ma una tappa simbolica e il termine greco ne custodisce il significato più autentico.

  • Nel romanzo ricorre l’immagine delle scarpe con i lacci, un elemento apparentemente semplice ma che sembra caricarsi di un valore più profondo. Che significato assume questo dettaglio all’interno della storia e cosa rappresenta nel percorso interiore dei personaggi?

Le scarpe con i lacci sono ciò che io chiamo il mio limite.Non rappresentano una debolezza, ma una forza.Nonostante non abbia mai imparato ad allacciarle, continuo a indossarle.

Seguono “Agápē” nel titolo perché sono il simbolo dell’amore per ciò che non riesco a controllare, per ciò che non so gestire completamente, eppure restano con me. Non vanno via, non le mando via. Sono le voci che non  mi lasciano sola mai.Perché questo è l’amore: non dominio, ma accettazione.

  • Nel suo romanzo la memoria sembra intrecciarsi profondamente con l’identità e con il modo in cui i personaggi abitano il presente. Che ruolo ha per lei la memoria, non solo come custodia del passato ma come elemento vivo, capace di influenzare scelte, relazioni e percezione di sé?

La memoria per me è fondamentale.Non è solo ricordare eventi, ma custodire esperienze, emozioni, relazioni e intuizioni.È ciò che mi permette di dare senso al mio vivere.Ogni parola che scrivo, ogni storia che creo, nasce da ciò che ho vissuto, da ciò che ho visto, sentito e sentito dentro.La memoria è il ponte tra il passato e il presente, tra il visibile e l’invisibile, tra ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. La memoria è le mie radici, è ciò che mi dice chi sono e da dove vengo.

  • Nella sua scrittura,  la natura sembra talvolta trasformarsi in un linguaggio sottile, capace di parlare a chi sa ascoltare. Il vento che tipo di messaggi potrebbe portare secondo lei?

Tantissimi messaggi, a me spesso, sinceramente.
Avete mai provato ad ascoltare il vento? Soprattutto al mare, di sera, quando tutto tace: lui porta messaggi.
Io li chiamo la “voce di chi viaggia nel vento”: chi non ha bocca per parlare, ma ha voce per chi sa ascoltare. Non parole ben definite, ma sussurri: risposte a domande che nemmeno sapevamo di aver fatto, o messaggi di chi ha bisogno di dire qualcosa. Non so spiegarvi come accade, ma so che accade. Sì, il vento porta messaggi, ne sono sicura.

Nella complessità delle nostre vite, spesso dominate da suoni, parole e rumori di fondo, che valore attribuisce al silenzio? È per lei uno spazio vuoto o, al contrario, una dimensione densa, capace di dire e restituire molto più di quanto appaia?

  • Nella complessità delle nostre vite, spesso dominate da suoni, parole e rumori di fondo, che valore attribuisce al silenzio? È per lei uno spazio vuoto o, al contrario, una dimensione densa, capace di dire e restituire molto più di quanto appaia?

Il silenzio fa rumore.
Ci sono silenzi che nascono quando le parole finiscono, quando tutto tace e resti solo con te stesso. Se li ascolti, hanno una bellezza tutta loro: invitano a guardare dentro, a sentire ciò che non si dice. Poi ci sono i silenzi imposti, quelli in cui tutto è stato messo a tacere: lì si nascondono grida, urla, offese, dolore. Questi silenzi rimbombano più di qualsiasi parola, perché custodiscono ciò che è stato negato, soffocato. Nei miei libri, come in Agápēo Risveglio e altriil silenzio spesso diventa presenza: è il respiro tra le parole, il ponte tra visibile e invisibile, il luogo dove ascoltiamo ciò che il mondo e le nostre emozioni ci vogliono sussurrare. Il silenzio è anche quello che a volte scegliamo, quando parlare diventa vano. È il silenzio che ci dice che è avvenuta una sconfitta, ma allo stesso tempo ci invita a raccogliere ciò che resta.

  • Anna, secondo lei è possibile  trovare un equilibrio tra il sentire l’altro e il proteggere se stessi,  l’empatia resta qualcosa di spontaneo e non governabile oppure si potrebbe provare a dosarla?

No, non possiamo dosare l’empatia. Ce lo ricorda Giuliana, e lo penso anche io: l’empatia non è una scelta, non è un interruttore da accendere o spegnere.
Come si può decidere quanto amare, quanto provare pietà o gentilezza? Possiamo dire “Mi dispiace, ma fino a dieci poi basta”? O “Ti voglio bene fino a venti, poi basta perché altrimenti resto vuota”? No. Non funziona così. L’empatia non si misura, non si conta, non si pesa.

È inevitabile, travolgente, irrinunciabile. Si manifesta nei momenti in cui non ti aspetti, quando ti ritrovi nei panni degli altri senza averlo deciso. A volte sarebbe utile poterla moderare, ma non è zucchero da versare con cautela, né sale o olio da dosare: è qualcosa che ti attraversa, che senti dentro, che lascia tracce profonde.

L’empatia è anche un rischio, perché ti può svuotare, ferire, esporre. Eppure, proprio perché non puoi fermarla, ci lega agli altri, ci rende vivi, ci costringe a guardare il mondo e noi stessi con verità.
Ecco perché, anche quando fa male, anche quando ci mette in crisi, non la possiamo spegnere. L’empatia non è opzionale: è la misura di chi siamo.

  • Nel suo percorso narrativo emerge spesso il tema della diversità, intesa non solo come distinzione ma come modo unico di abitare il mondo. Secondo lei questa condizione conduce inevitabilmente a una forma di solitudine, oppure può trasformarsi in uno spazio di consapevolezza e autenticità, capace di generare nuovi legami e nuove possibilità di incontro?

Purtroppo, spesso essere diversi significa sentirsi soli.La diversità è un tema meraviglioso quando lo affrontiamo scrivendo: un racconto, una poesia, un libro. Possiamo dedicare le nostre parole, le nostre migliori intenzioni, a un personaggio inventato, dando il meglio di noi stessi.Ma nella vita reale tutto diventa più complesso. Il diverso è difficile da comprendere, difficile da inserire nella nostra quotidianità. Se Giuliana parla con le voci, è un libro affascinante; se lo fa Anna, rischia di essere giudicata pazza. Giuliana diventa simbolo di resilienza, con le sue scarpe che non sa allacciare ma continua a indossare. Anna? Forse è tonta, forse sarebbe più facile per lei usare scarpe senza lacci, seguire la strada già tracciata.

Ecco cos’è l’isolamento dei diversi: non è debolezza, non è scelta, ma la difficoltà di essere riconosciuti in un mondo che fatica a comprendere chi cammina con passi propri, quindi si è soli.

  • Nel personaggio di Giuliana la sensibilità appare come una cifra distintiva, profonda e totalizzante. Essere così permeabili alle emozioni e agli altri può, secondo lei, rendere più complesso il lasciarsi amare e costruire relazioni autentiche, oppure rappresenta una forma diversa di amore?

Si, purtroppo essere super sensibili, come Giuliana, rende il farsi amare più difficile. Cioè  Non è difficile farsi amare per la sensibilità ma lo è farsi amare per quello che questa sensibilità comporta.
La sensibilità è una porta aperta: ti permette di sentire ogni sfumatura, ogni dolore, ogni gioia, ma allo stesso tempo ti espone. Chi è intorno a te vede tutto: la luce, ma anche le ombre più fragili che ti accompagnano.

Giuliana ci insegna che non è colpa della sensibilità se gli altri faticano a seguirti. È un dono che richiede coraggio: coraggio di essere forte e fragile allo stesso tempo, coraggio di continuare a camminare con le tue scarpe con i lacci, anche se qualcun altro ti suggerirebbe di usare scarpe più comode.Essere così sensibili può allontanare chi non sa accogliere, ma allo stesso tempo attira chi riconosce profondità e autenticità. Non è facile, e spesso ci si sente soli, ma chi ama davvero saprà attraversare le tue fragilità, senza volerle cambiare (come fa Leonardo). La sensibilità non è un ostacolo all’amore: è la misura vera di quanto sei capace di donare.

  • Nel suo percorso narrativo, Anna Valente, sembra affiorare talvolta il dialogo tra ciò che scegliamo e ciò che, invece, sembra già tracciato. Crede che esista un destino che orienta le nostre vite, oppure siamo noi, attraverso le nostre decisioni e il nostro sentire, a costruire passo dopo passo il nostro cammino?

Destino, fato e libero arbitrio: tre facce dello stesso mistero.
Il destino è l’insieme delle scelte che compiamo, guidati dal libero arbitrio, e che spesso ci conducono verso un fato che sembrava già scritto.
È quella sottile congiunzione di eventi che non è casuale, ma che si manifesta quando meno ce lo aspettiamo.
In altre parole, il destino non è qualcosa che sta li è ci cade addosso, ma è l’unione tra ciò che scegliamo e ciò che inevitabilmente accade, un equilibrio tra volontà e mistero.

  • Anna, nel suo modo di raccontare sembra affiorare l’idea che esista una sorta di armonia invisibile tra l’universo e il sentire umano, come se le dinamiche della vita seguissero una logica che appartiene più al cuore che alla razionalità. Quanto si riconosce in questa visione e in che misura crede che ciò che accade risponda a un ordine emotivo, più che a uno strettamente razionale?

Sì, credo che l’universo scelga perle  ragioni che appartengono al cuore, e che proprio per questo rimangono invisibili alla pura razionalità. Quando ci innamoriamo pensiamo di essere noi a scegliere: riconosciamo un volto, una voce, una presenza e le attribuiamo il significato del per sempre. Tuttavia, ciò che chiamiamo scelta potrebbe essere solo l’eco di una necessità più profonda che affiora. Credo che l’amore non nasca da un atto di volontà, ma da una corrispondenza misteriosa tra anime che, senza saperlo, si stavano già cercando.

In questa prospettiva, l’universo non decide come un giudice né pianifica come una mente calcolatrice; piuttosto opera come un alito silenzioso, in cui ogni incontro avviene quando è possibile, nel momento in cui entrambi i cuori sono pronti a riconoscersi. Non si tratta di un fato imposto, ma di un accadere che si compie quando impariamo a vedere l’altro per ciò che è. Così l’amore diventa meno una conquista e più una rivelazione: qualcosa che si manifesta quando la nostra interiorità è pronta ad accogliere davvero l’altro.