Massimiliano Reggiani racconta Michele Delisi: l’artista che trasforma radici, simboli e insegnamento in pittura
Michele Delisi è docente di disegno e storia dell’arte, si nutre di un immenso patrimonio iconografico e simbolico che dipingendo custodisce e tramanda. Figlio della Sicilia più autentica, innervata di cultura classica, nasce a Termini Imerese e nel 1973 si diploma in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Palermo. Poi, per un’intera vita, insegna in Lombardia portando nelle proprie tele i colori, l’energia e la profondità della propria terra natale. Un agrume parzialmente sbucciato, la compagnia di un pellicano, grandi tomi senza titolo e la trama ruvida delle pietre nei muri a secco sono solo alcuni degli elementi che ricorrono in gran parte delle sue opere, solenni e meditabonde, apparentemente scarne ma dense di significati.

Coltelli e bucrani, panneggi e fronde di foglie lucenti da sembrare lame intrise di sole: l’arte di Michele Delisi è stata spesso descritta come uno sguardo verso il limite, un equilibrio mantenuto in bilico sul confine con l’ignoto, con la voragine in cui tutto scomparirà. Plausibile ad un primo sguardo, ma non oltre. Essere docente, che è diverso dallo stare semplicemente in cattedra, richiede per necessità una generosa dota di altruismo, un pensare positivo che sappia motivare, farsi esempio, diventare modello per crescere e superare. La sua pittura deve essere letta con questa vitalità, nascosta e mitica, coerente e maturata. Un lavoro di cesello, dove ogni linea è insegnamento, turbine dinamico che diventa forma e colore.

Nulla di ferale quindi, solo il disvelarsi di significati umani e profondi, intimi e universali. Queste figure dal volto solo abbozzato, l’insistenza di fondi che aprono abissi infiniti, lo spazio aperto della narrazione come se tutto fosse sospeso nell’attesa di decisioni irrevocabili, non rappresentano l’ultimo sguardo prima dell’oblio. Al contrario, osservando lo scorrere dei giorni e il ritmo frenetico del vivere quotidiano, sotto la crosta tecnologica della modernità esistono domande e risposte senza tempo. Basta grattarne via la scintillante superficie e subito sotto appare, come d’incanto, la riflessione pittorica di Michele Delisi. Di cosa è fatta la vita? Qual è il significato della cultura? Potremo mai sapere cosa ci riserverà il domani?

Quest’arte senza parole, con atavica sicurezza, sembra possedere molte risposte. La vita è il frutto delle proprie radici: non c’è rimpianto o nostalgia ma identità. La cultura una danza di simboli che cercano disperatamente di spiegare il presente. Simboli che migrano da una cosmogonia all’altra: il pellicano che un tempo si squarciava il petto adesso è compagno silenzioso e fedele, il frutto mangiato rimanda ai drammi del desiderio proibito, i teschi così ben disegnati non sono un tragico “Memento mori” bensì la semplice considerazione della caducità umana. Non occorre vivere nel trauma della perdita ritenendoci imperituri: basta accettare la normalità dell’esistere, che semplicemente è memoria, custodia, trasmissione, oblio.

La soglia diventa così il domani, oscuro, ignoto, potenzialmente freddo, pericoloso. Un oltre cui dobbiamo fare fronte ogni giorno, costruendo il futuro con la materia che abbiamo saputo raccogliere e usare. Di particolare bellezza l’idea del muro di pietre fatte di colori: edificare andando oltre la graffiante e aspra superficie del sasso, lasciando che la fantasia sappia dare slancio e nuovo significato alla solidità – talvolta opprimente – della tecnica e della tradizione. Simboli: sulle tavolozze i colori primari, il tomo di sapienza chiuso ma rispettato. Uno potrebbe alludere sia alle religioni del Libro che alla Encyclopédie di Diderot e d’Alembert, l’altro mescola pittura ad olio e sintesi sottrattiva: fede, ragione, tecnica e tecnologia.

La quinta a panneggio, tradizionalmente usata nella pittura barocca, nel melodramma teatrale e nella commedia dell’arte, trova nella pittura di Michele Delisi una connotazione più psicologica: non nasconde, accoglie. È una carezza materna, un gesto rassicurante su cui poggiare la guancia e lasciarsi cullare in un momento di fragilità e bellezza. Questi quadri non sono teatrini di vicende vissuti ma inviti a cercare uno sguardo riflessivo, a costruirsi dentro per edificare l’oltre, per riempirlo di colore, di valori, di capacità. Sono gli attimi di momentaneo sconforto quelli più adatti a ripensarsi e il tessuto scalda, ripara e protegge. Un gesto universale, come i volti, volutamente assenti per includere – in un solo spazio – tutti.

Michele Delisi sceglie la via dell’inclusione: parte dalle proprie radici e si propone come riflessione vivente. È educatore nel profondo dell’animo e lo mostra, senza reticenze. Quando invece addita un modello lo scolpisce con la luce vivida della Sicilia ventosa e assolata. Con tratti d’inchiostro vibranti e nervosi plasma sulla carta il volto del beato Livatino. Lo fa per il volume di Maria Di Lorenzo “Rosario Livatino. Martire della giustizia” edito nel 2000 dalle Paoline. Qui lo sguardo c’è, penetrante, acuto, consapevole, sereno. Dal confronto con quest’opera si apprezza al meglio il significato maieutico che Delisi assegna ai propri dipinti.

Le opere di Michele Delisi a corredo di quest’articolo, partendo dall’immagine di apertura, sono:
“Il limite del non luogo” 2021, olio su tela, cm 50×70
“Viaggio nella segreta stanza” 2025, olio su tela, cm 60×80
“Oltre il limite” 2023, tecnica mista su carta, cm 36,5×51
“Il riposo dell’argonauta” 2021, olio su tela, cm 100×120
“Analogia degli opposti” 2018, olio su tela, cm 50×70
“La stanza di nulla” 2012, olio su tela, cm 80×60
“L’eternità del dubbio” 2012, olio su tela, cm 120×100
“Rosario Angelo Livatino” grafica pubblicata su “Rosario Livatino. Martire della giustizia” Milano, edizioni Paoline, 2000
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