La Banda muta: Alessia Bottone racconta la società che ha trasformato il dolore in spettacolo
“La banda muta”, il nuovo cortometraggio della regista Alessia Bottone, ispirato all’omonimo racconto di Gaetano Savatteri, prende spunto da un’antica tradizione siciliana per raccontare una delle contraddizioni più profonde della società contemporanea: la trasformazione del dolore in spettacolo e della memoria in contenuto da condividere.
In questa intervista rilasciata al Direttore Giuseppina Tesauro per L’Epoca Culturale, la regista riflette sul significato del silenzio come forma di ascolto e di rispetto, sul ruolo dei social network, sulla perdita dell’empatia, sulla funzione della memoria collettiva e sul cinema come luogo privilegiato di riflessione. Ne emerge il ritratto di un’autrice che non offre risposte preconfezionate, ma invita lo spettatore a interrogarsi sul proprio modo di vivere il rapporto con gli altri, con il lutto e con la propria identità.
Tra richiami alla Sicilia di Pirandello, Sciascia e Camilleri, riflessioni sul presente e il desiderio di restituire dignità alle emozioni autentiche, Alessia Bottone racconta un cinema che non rinuncia a porre domande scomode. Perché, come suggerisce il suo film, forse il vero rumore del nostro tempo non è quello delle parole, ma quello di una società che ha smesso di ascoltare se stessa
- Alessia, “La banda muta” riporta alla luce una tradizione siciliana quasi dimenticata, ma il film parla soprattutto del presente. Quando ha capito che quel rito antico poteva diventare la metafora perfetta della società contemporanea?
Ho capito che il rito antico della banda muta poteva diventare la metafora perfetta della società contemporanea quando, dopo aver letto il testo proposto da Piero Nicosia, l’ho associato subito alla strage di Rigopiano. Sono rimasta particolarmente colpita quando le persone sono andate a scattarsi dei selfie sul luogo della tragedia. Io posso capire la loro curiosità, io stessa che sono una giornalista mi sono recata nei luoghi delle tragedie per un interesse giornalistico, ma non mi sarei mai scattata una foto di fronte a quei luoghi, perché io in quei luoghi è come se sentissi ancora le urla di quello che è accaduto. La domanda che mi sono posta è: qual’è il confine tra ciò che possiamo fare e ciò che vogliamo fare, soprattutto quando parliamo di tragedie? Ho subito pensato di realizzare un cortometraggio dove si parlasse di tutto questo, con protagonista un funerale che diventa social, un luogo di network per presentarsi, approfittando della persona defunta che non può parlare
- Nel suo cortometraggio il silenzio non rappresenta un’assenza, ma una presenza potente, quasi una forma di rispetto e di ascolto. In una società che sembra aver bisogno di rendere pubblico ogni istante della propria vita, pensa che il silenzio sia diventato uno degli ultimi gesti autenticamente rivoluzionari?
Io penso che il silenzio, non inteso nelle nuove forme purtroppo spesso violente psicologicamente del ghosting e delle sparizioni, sia una forma potente intesa come momento di consapevolezza, come momento di ascolto per se stessi, come momento di ascolto dell’altro. Siamo in una società sempre pronta a presentarsi ma mai ad ascoltare, ognuno di noi vuole parlare di sé, ma raramente vuole ascoltare dell’altro e difficilmente si può trovare un punto d’incontro. La morte di una persona è il suo momento, il suo momento di trapasso, il momento in cui i cari hanno il diritto di poter stare vicino a questa persona e noi altri che stiamo attorno non c’entriamo nulla, inoltre non capisco il bisogno di rendere pubblico ogni istante della propria vita. Io non condanno l’uso dei social poiché capisco che viviamo in un mondo che ci fa sentire invisibili e che troviamo conforto da questo mostrandoci sui social, io stessa ne faccio uso perché mi sento come se avessi il bisogno di esserci. Io mi domando sempre prima di pubblicare qualcosa sui social il perché lo sto facendo, se lo faccio per me, per attirare l’attenzione, per lavoro, ecc. Questa è la domanda che ognuno di noi dovrebbe porsi
- L’opera nasce dall’adattamento del racconto di Gaetano Savatteri, ma nel film convivono memoria, antropologia, tradizione popolare e letteratura. Come ha lavorato per far dialogare questi linguaggi senza che uno prevalesse sull’altro?
Io non sono sicura di essere riuscita a non far prevalere l’uno sull’altro perché non è facile lavorare con l’archivio e la messa in scena. Mi è stato contestato spesso e volentieri nel mio uso dell’archivio un utilizzo di una voce narrante che racconta fin troppo, però io posso capire che cinematograficamente a livello di critica cinematografica questo può essere qualcosa che non è particolarmente amato perché bisognerebbe parlare per immagini, però quello che a me interessa veramente in una società che trovo così scomposta, divisa da ciò che veramente diciamo e ciò che facciamo, che quindi non ha una concordanza tra gesti, azioni e pensieri, è portare in scena pensieri più intimi in modo da comprendere noi stessi e comprendere l’altro; mai come oggi abbiamo veramente bisogno di comprendere chi siamo, dove andiamo, chi sono gli altri e quali sono i bisogni della nostra società.
Quindi non sono convinta di essere riuscita a non far prevalere l’uno sull’altro, ma sicuramente ho raggiunto i miei obiettivi da un punto di vista di scrittrice e sceneggiatrice.
- Alessia, nel film convivono suggestioni che richiamano la Sicilia di Pirandello, Sciascia e l’universo delle tradizioni popolari. Quanto è stato importante per lei raccontare una Sicilia che va oltre gli stereotipi e diventa quasi uno spazio dell’anima?
Io non credo di aver raccontato degli stereotipi proprio perché il testo l’ha scritto Savatteri, un grande scrittore che ci racconta qualcosa di estremamente vero, prendendo per l’appunto come spunto Pirandello e Sciascia. Io di Pirandello ho visto praticamente quasi tutte le opere portate in scena a teatro perché io amo molto il teatro, quindi non credo di aver parlato di stereotipi. Abbiamo raccontato anche dei siciliani scoglio o di mare aperto, ne parla Camilleri, quindi abbiamo raccontato una verità applicabile a qualsiasi contesto, in questo caso parliamo di un problema mondiale, non solo siciliano, quindi sicuramente c’è un fortissimo richiamo alla Sicilia, però credo che siamo riusciti a rimanere lontani dagli stereotipi.
- Manfredi osserva un funerale nel quale il ricordo del defunto viene continuamente soffocato dalle ambizioni, dai giudizi e dall’egocentrismo dei vivi. È il protagonista del film oppure è, in qualche modo, anche lo sguardo dello spettatore?
Io credo che possa essere anche lo sguardo dello spettatore, il quale si può riconoscere in Manfredi, forse per il suo modo di porsi, forse per i suoi lunghi silenzi, lui parla poco e quel poco che dice viene pure interrotto quindi in realtà è come se lo spettatore riuscisse ad immedesimarsi, soprattutto da coloro che questa cosa l’hanno vissuta perché io credo che le cose per essere veramente comprese debbano essere prima vissute; chi non ha vissuto una determinata situazione a livello di empatia fa veramente fatica a rivedersi in qualcosa, quindi credo che a coloro che, al contrario, hanno sperimentato la determinata circostanza, risulti più facile riconoscersi nel protagonista.
- La morte, nel suo film, sembra quasi passare in secondo piano rispetto al comportamento di chi resta. Era questo il cuore della sua riflessione: raccontare non tanto la fine di una vita, quanto il modo in cui oggi ci relazioniamo al dolore e alla memoria?
Il tema centrale è proprio rappresentare la nostra relazione con il dolore e la memoria. Si tratta di un cortometraggio quindi non avrei mai potuto raccontare l’intera vita del defunto Elio, mi sono limitata a fornire solamente alcuni dettagli rilevanti come la sua professione di scrittore. Raccontiamo dell’invidia che rappresenta un altro grande elemento e problema del nostro secolo, ovvero il secolo delle persone che hanno lottato per raggiungere un obiettivo professionale, ma che hanno fallito dovendo scendere a compromessi fra quello che potevano guadagnare, la precarietà, crescendo a volte in famiglie dove spesso viene detto di pensare alla sicurezza economica e non al proprio sogno. Guardando al Venezuela, dove da un giorno all’altro cadono i muri, le persone restano bloccate sotto terra, ci siamo tutti chiesti: possiamo davvero vivere solo per pagarci da vivere, o dobbiamo vivere anche per provare a raggiungere un nostro obiettivo seppur piccolo? Sicuramente io non mi sento di puntare il dito rispetto all’invidia poiché da un certo punto di vista la comprendo perché stiamo vivendo un momento di forte frustrazione dove raramente si riesce a parlare di sogni, o chi parla di sogni talvolta viene preso per pazzo, però credo anche che ci siano dei limiti e dei confini e che sia sempre possibile scegliere che persona essere, soprattutto ad un funerale.
- Alessia, lei ha lavorato in produzioni importanti e ha conosciuto modi molto diversi di fare cinema. Tornando dietro la macchina da presa con “La banda muta”, ha avuto la sensazione di aver trovato definitivamente la sua voce autoriale oppure pensa che un regista debba continuare a mettersi in discussione ad ogni nuovo film?
Io come persona di base mi metto in discussione in ogni film, ho bisogno di sapere che posso imparare e cerco di farlo il più possibile, devo però anche avere una sorta di sicurezza, nel senso che se io sono sicura di ciò che faccio e di ciò che porto è molto difficile che io possa poi proporre un mio film. Ruoto molto attorno alle mie idee prima di proporle, poi però quando sono convinta vado a razzo. Quindi sicuramente mi metto in discussione anche perché cerco di parlare della nostra società dove io stessa vivo, quindi non ho delle risposte chiare, ho dubbi e domande, e forse è anche per questo che scrivo perché credo che in questo momento ci sia veramente poco spazio per le riflessioni nonostante queste mi aiutino a crescere. Noi non stiamo crescendo, stiamo sopravvivendo, questo è il mio pensiero dal punto di vista sociale ed economico.
- Uno degli aspetti più affascinanti del cortometraggio è il dialogo tra immagini contemporanee e memoria storica. Quanto la affascina raccontare quelle tradizioni che rischiano di scomparire ma che continuano a parlarci, forse oggi più di ieri? E crede che il cinema abbia anche il compito di custodire questa memoria collettiva?
Io credo che il cinema sia memoria collettiva. A me è piaciuto moltissimo la definizione che ha dato un mio docente il primo giorno che sono entrata all’accademia di regia, ha detto: “il cinema è ciò che rende immortali le persone”, è quel tipo di arte fatta proprio per rendere l’uomo immortale e noi abbiamo bisogno della memoria perché questa ci ricorda da dove veniamo e che la vita poi finisce, noi siamo destinati a non esistere, quindi abbiamo il bisogno di sapere che qualcosa di noi resterà e la cinepresa, la messa in scena delle emozioni ci permette di rendere qualcosa immortale, possiamo rivederlo decine di volte e rivivere un emozione che è già finita; un po’ come quando ascoltiamo la voce di qualcuno che non c’è più, quando viviamo un lutto e riascoltiamo i vocali e riguardiamo le fotografie è perché abbiamo bisogno di quella memoria per esistere e per resistere anche quando qualcuno viene a mancare.
- Il film mette continuamente a confronto due opposti: silenzio e rumore, comunità e individualismo, memoria e apparenza. Alessia, crede che il cinema debba anche assumersi il compito di creare questi contrasti per stimolare una riflessione culturale nello spettatore?
Io credo che il cinema non debba assumersi alcuna responsabilità, nel senso che possono convivere e coesistere dall’horror alla commedia, il cinema è anche ilarità e divertimento, svago. Il cinema è il nostro momento libero, ma è anche un momento culturale. Credo che se un regista e uno spettatore sentano il bisogno di trovare in un film un momento di riflessione ben venga, però sicuramente non credo che sia necessario che ogni film si occupi di un qualcosa di sociale. Sicuramente in questo momento il cinema ha da un certo punto di vista una grande responsabilità perché ricopre attualmente un ruolo molto influente sulla massa, ottimale sarebbe quindi anche una funzione didattica che il film può ricoprire in ottica formativa e sociale.
- Dopo aver visto “La banda muta” resta la sensazione che il vero protagonista sia il rispetto: rispetto per il tempo, per la memoria, per chi non può più raccontarsi. Se dovesse lasciare al pubblico una sola domanda con cui uscire dalla sala, quale vorrebbe che fosse?
La domanda che mi piacerebbe che ognuno di noi si ponesse è quella che ho detto prima: perché sto pubblicando una storia? Perché sto condividendo un contenuto? Perché mi sento di trattare il prossimo con un commento sui social aggressivo? Perché ho bisogno di rivendicare così tanto me stesso? Che cosa ci manca in questa società? Su che cosa stiamo puntando che in realtà non ci sta davvero dando un benessere?
Perché alla fine questo è il discorso, abbiamo puntato sugli influencer, sull’aspetto estetico, sulla palestra,… forse ci manca la nostra anima, questo però richiede grande coraggio perché implica guardarsi dentro e subire, da un certo punto di vista, una sorta di ostracismo sociale, bisogna avere il coraggio delle proprie idee e delle proprie azioni. Quello che io mi auguro è che, nonostante il film sia piaciuto o meno, ognuno di noi si sia rivisto, questa è la cosa per me più importante.



