28/07/2026
Simone Alaimo: “La voce è un dono, ma è il lavoro quotidiano a trasformarla in arte”
Interviste

Simone Alaimo: “La voce è un dono, ma è il lavoro quotidiano a trasformarla in arte”

Lug 17, 2026

Tra le voci più autorevoli della lirica internazionale, il Maestro Simone Alaimo rappresenta una delle più alte espressioni del Bel Canto italiano. Una carriera costruita con rigore, studio e passione lo ha portato a calcare i palcoscenici dei più prestigiosi teatri del mondo, diventando un punto di riferimento non solo come interprete, ma anche come docente e promotore della formazione delle nuove generazioni di artisti.

Nell’intervista rilasciata al Direttore Giuseppina Tesauro per L’Epoca Culturale, realizzata con la collaborazione di Caterina Vitale, il Maestro Simone Alaimo ripercorre le tappe più significative del suo percorso umano e artistico: dagli anni della formazione ai grandi debutti internazionali, dal valore dello studio quotidiano alla responsabilità di trasmettere il patrimonio del Bel Canto attraverso la sua Accademia e il Concorso Internazionale “Simone Alaimo – Il Bel Canto”. Un dialogo che racconta anche il profondo legame con Villabate, la sua terra d’origine, e la convinzione che l’arte debba essere uno strumento capace di unire, educare e lasciare un’eredità culturale duratura.

  • Maestro Alaimo, ogni grande carriera nasce da una scintilla. Quando ha capito che il canto sarebbe diventato la sua vita?

Credo che la musica abbia sempre fatto parte del mio percorso, ancora prima che ne prendessi pienamente coscienza. Ho avuto la fortuna di crescere in un ambiente in cui il teatro musicale era considerato un patrimonio da custodire e amare. All’inizio c’era soprattutto la curiosità di conoscere la voce, di comprenderne le possibilità espressive; poi quella curiosità è diventata passione e, con il tempo, una scelta di vita. Non è stato un percorso improvvisato, ma costruito giorno dopo giorno con studio, sacrificio e tanta determinazione.

  • Dai corsi di perfezionamento al Teatro Massimo di Palermo fino all’Accademia del Teatro alla Scala di Milano, il suo cammino è stato segnato dall’incontro con grandi maestri. Quanto hanno inciso sulla sua formazione artistica e umana?

In modo determinante. Ogni maestro mi ha lasciato qualcosa che va ben oltre la tecnica vocale. Da Ettore Campogalliani, Gina Cigna e, successivamente, da Rodolfo Celletti ho imparato che la voce non basta se non è sostenuta da una profonda conoscenza della musica, del testo e del personaggio. Un cantante lirico deve essere prima di tutto un interprete, capace di dare anima alle parole del compositore. Gli insegnamenti ricevuti mi accompagnano ancora oggi e rappresentano il fondamento di tutto ciò che ho costruito nella mia carriera.

  •  In pochi anni arrivarono importanti riconoscimenti: dall’AS.LI.CO. ai prestigiosi concorsi internazionali, fino al Premio “Maria Callas”. Che valore attribuisce oggi a quelle vittorie?

I concorsi sono stati tappe fondamentali perché mi hanno aperto molte porte, ma non li ho mai considerati un punto di arrivo. Vincere è certamente motivo di soddisfazione, ma il giorno dopo bisogna ricominciare a studiare con la stessa umiltà di sempre. Il pubblico e il palcoscenico non si conquistano con un premio, ma con la continuità del lavoro e con la capacità di migliorarsi continuamente. Quelle esperienze mi hanno dato fiducia, ma soprattutto mi hanno insegnato il senso della responsabilità verso questa professione.

  • Il suo repertorio attraversa epoche e stili, dal Barocco al Verismo, con oltre novanta ruoli interpretati nei maggiori teatri del mondo. Cosa significa confrontarsi con una tale ricchezza musicale?

È uno straordinario privilegio. Ogni autore possiede un linguaggio diverso e ogni personaggio richiede uno studio specifico. Non ci si può avvicinare a Mozart con lo stesso approccio riservato a Rossini, né affrontare Donizetti come si affronta Verdi. Questa varietà mi ha consentito di crescere continuamente come interprete e di non smettere mai di imparare. Ogni nuova produzione rappresentava una sfida, ma anche l’occasione per approfondire aspetti sempre diversi della vocalità e della teatralità.

  • Dal Metropolitan di New York al Covent Garden di Londra, dall’Opéra Bastille di Parigi alla Wiener Staatsoper, ha portato la scuola lirica italiana sui più prestigiosi palcoscenici internazionali. Che emozione si prova ogni volta che il sipario si apre davanti a un pubblico così diverso per lingua e cultura?

L’emozione è sempre la stessa, indipendentemente dal luogo in cui ci si trova. Cambiano le città, cambiano le tradizioni e il pubblico, ma il linguaggio della musica riesce ad abbattere ogni distanza. Salire sul palcoscenico significa assumersi una responsabilità importante: rappresentare un patrimonio culturale che il mondo continua ad ammirare. Ho sempre cercato di farlo con rispetto verso i compositori, verso i colleghi e soprattutto verso gli spettatori, perché ogni sera il pubblico affida agli artisti il proprio tempo, le proprie emozioni e le proprie aspettative. È un privilegio che non bisogna mai dare per scontato.

  •  Maestro Alaimo, nel corso della sua carriera ha sentito l’esigenza di affiancare all’attività artistica quella di formatore, dando vita all’Accademia e al Concorso Lirico Internazionale “Simone Alaimo – Il Bel Canto”. Come nasce questo progetto e quale eredità desidera lasciare ai giovani artisti?

Ho costruito la mia carriera con grande impegno, direi devozione. Mi sono sempre dedicato al canto, alla musica e ritengo che ad un certo punto, chiunque abbia avuto la fortuna di raggiungere determinati traguardi, avverta la necessità di trasferire la propria esperienza, perché possa esponenzialmente riprodursi; il canto lirico in particolare è una forma di arte unica e inimitabile, espressamente italiana che fonda la poesia con la recitazione e la musica. La messa in scena di un’opera quindi richiede la capacità di destreggiarsi in diverse discipline e tecniche, contemporaneamente, e un buon risultato è anche frutto di una provata maturità professionale.

  • Quali qualità cerca oggi in un giovane cantante lirico e quali consigli ritiene fondamentali per chi sogna di intraprendere questa professione?

Questa professione richiede un tale rigore nello studio, una costanza nell’esercizio che non possono lasciare spazio alla superficialità. Il talento è certamente un fatto naturale, il timbro è un dono, ma sarebbe un grave errore ritenere che attraverso la propria dote fisica si possano fare sconti al lavoro e all’impegno. Non può essere sottovalutata neppure l’interpretazione, la presenza scenica, la dizione. Questo comporta l’analisi del testo, la conoscenza di più lingue, al fine di garantire una articolazione quanto più espressiva, secondo le intenzioni dell’autore. Dunque il consiglio migliore che posso dare alle giovani promesse  è di prendersi cura della propria salute e di coltivare instancabilmente l’esercizio della curiosità che alleggerisce la  fatica e consente di raggiungere mete, ritenute inizialmente impensabili. L’abilità nel canto si costruisce e anche chi non possiede spiccate doti vocali, può, con la tenacia e un buon maestro, ottenere ottimi risultati.

  •  La Corale “Anna Maria Pitarresi Alaimo”, dedicata alla memoria di sua madre, rappresenta uno dei progetti ai quali ha dedicato anni di impegno e passione. Che significato ha avuto questa esperienza nel suo percorso umano e quanto è importante, oggi, mantenere vivo il valore della coralità come strumento di aggregazione e crescita culturale?

Questa corale nasce da un progetto condiviso con Caterina Vitale, oggi presidente dell’Associazione Culturale Verso Paideia, con l’intenzione di creare una realtà musicale che dialogasse con i miei cari compaesani “batioti”. Nel Dicembre del 2012 abbiamo richiesto all’Amministrazione Comunale di Villabate di ufficializzare l’Inno di Villabate, scritto dalla mia cara mamma e da me in parte rielaborato. Questa richiesta fu accolta con molto entusiasmo e ad oggi il mio paesello è tra i pochi comuni della Sicilia ad avere una ode dedicata. Per suggellare tale evento, decidemmo di intonare per la prima volta, quel canto dal palchetto della musica, edificio che rappresenta l’identità locale, deputato in passato,  ai concerti delle bande musicali e che da circa 25 anni non veniva più utilizzato. Questa iniziativa  culturale ha contribuito a ricostituire  antichi legami mai dimenticati, anche evocati nelle strofe dell’inno. Ripercorrere la storia locale attraverso il canto è stato un modo per ricucire uno strappo alla memoria. Penso che ciò che unisce faccia anche crescere, e nel tempo la corale è cresciuta molto, portando avanti una fervida attività concertistica, vantando un repertorio piuttosto vasto che comprende canti popolari tradizionali e famose arie del melodramma. Occorre anche ricordare che Villabate custodisce una tradizione ancora viva sia per il teatro che per il canto e il palcoscenico del CineTeatro delle Palme conosce i passi di tanti talenti locali.

  • Nonostante la sua carriera internazionale l’abbia portata nei più prestigiosi teatri del mondo, il legame con Villabate è sempre rimasto molto forte. Cosa rappresenta per lei questa comunità?

A Villabate sono a casa mia, sono semplicemente Simone, mentre nel mondo viene riconosciuta la mia personalità sotto il profilo artistico. Sono due modi di vivere essenzialmente diversi, entrambi piacevolissimi e che meritano ciascuno un luogo dedicato. Villabate è la mia famiglia, è mia Madre che suonava e cantava in chiesa con il suo organo storico, coinvolgendo instancabilmente generazioni di piccoli “batioti”; penso che l’esempio di Anna Maria Alaimo sia esattamente la rappresentazione di ciò che dovrebbe fare l’arte: unire, divertire, costruire legami, suscitare emozioni, coinvolgere nella crescita tutta la comunità, affinché nessuno si senta escluso e chiunque possa essere immesso  nella possibilità di esprimere se stesso e le proprie passioni. E io conservo questo ricordo di Villabate che più che un paese, considero un sentimento.  

  •  Guardando al futuro, quali sono i progetti che la entusiasmano maggiormente, sia attraverso la sua Accademia sia con il Concorso “Simone Alaimo – Il Bel Canto”?

Ho sempre nutrito grande affetto e stima per i giovani e dialogare con loro, istruirli, guidarli, vederli crescere professionalmente è per me motivo di grande gioia. Le loro paure, le preoccupazioni, l’emozione che si rivela attraverso una voce tremante, suscitano in me una profonda tenerezza perché sono stati d’animo che ho conosciuto anche io. Sia l’Accademia che il concorso si prefiggono, attraverso strade diverse, lo stesso obbiettivo: forgiare alta qualità. Condivido questi progetti con Vittoria Mazzoni, cantante, maestra di canto, manager e per fortuna anche mia moglie.  Ciò che veramente mi entusiasma è vivere a contatto con l’Arte. L’arte non è un oggetto che puoi conservare e l’artista ha il compito privilegiato di renderla manifesta, pubblica, sfrontata. L’Arte si offre come un buon calice di vino pregiato. Chi lo sorseggia ne apprezzerà talmente il gusto, da non notare la maestria nel vetro, l’abilità nel distillato, la pazienza del sole. Sento  su di me la responsabilità di segnare una strada che non resti esclusiva della mia carriera, ma che possa guidare chiunque provi quella febbre che solo le armonie, la voce, l’equilibrio di note impossibili, il calore del pubblico, riescono a placare.

Grazie Maestro  Simone Alaimo per il tempo che ci ha consesso e che ha dedicato ai nostri lettori

La Redazione ringrazia la signora Caterina Vitale per la collaborazione nella realizzazione di questo speciale “Intervista del Direttore”