Massimiliano Reggiani racconta “Il peso dei sogni”: Botero al RISO di Palermo tra memoria, corpi e luce
Al RISO Museo di Arte Contemporanea di Palermo “Il peso dei sogni” una mostra intima e riflessiva del maestro colombiano Fernando Botero ottimamente curata e descritta da Fernando Botero Quintana e Nicola Barbatelli. “Nel panorama dell’arte contemporanea – scrivono i Curatori – pochi artisti hanno saputo costruire un universo figurativo riconoscibile e autonomo quanto Fernando Botero. La sua opera occupa una posizione singolare nella cultura visiva del nostro tempo, poiché sfugge alle categorie attraverso le quali siamo soliti interpretare la modernità. Le sue immagini non appartengono né al dominio del realismo né a quello dell’astrazione; non descrivono il mondo così come appare, ma neppure lo negano. Esse sembrano piuttosto provenire da uno spazio intermedio, nel quale la realtà viene trasfigurata dalla memoria, dal desiderio e dall’immaginazione”.

L’artista Fernando Botero, disegnatore, pittore e scultore nato in Colombia nel 1932, aveva lontane ascendenze italiane e ha a lungo vissuto lontano dal proprio paese: da New York alla costa tirrenica, in provincia di Lucca, a Pietrasanta. Docente di pittura dal 1958 all’Accademia di Bogotà legò indissolubilmente la propria arte ad uno stile pacato e luminoso, di chiara matrice rinascimentale, in cui le presenze sono evocate cesellando grandi volumi senza spigoli con cui costruiva il proprio spazio pittorico. È come se le figure – invece di appartenere al campo visivo – fossero pensate nella profondità fisica della terza dimensione. Anche la luce è particolare: promana dall’interno dei soggetti senza proiettare ombre avvicinando i dipinti del maestro più alle icone bizantine che qualsivoglia forma di realismo.

La scelta di rileggere l’esperienza contemporanea, anche storica o di cronaca, attraverso le immagini viste e conosciute durante la giovinezza nella natìa Medellin, dona alla sua arte un senso di universalità. Botero mostra l’identità sostanziale del comportamento umano, dai moti affettivi ai caratteri. Potremmo dire che la sua pittura ha la medesima capacità di penetrazione nell’immaginario collettivo dell’opera lirica.

Queste opere, indipendentemente dal formato, funzionano come sipari che inquadrano e svelano la realtà quotidiana mutata in forma simbolica. L’osservatore ne comprende il significato e le interazioni fra le parti smettendo di interessarsi ad un possibile racconto narrato dall’artista. Al contrario, le sente immediatamente proprie, ne percepisce la radice comune e può percorrere a ritroso i ricordi della propria vita fino ad identificarle come momenti importanti del proprio passato. È evidente che la Donna con reggiseno, in una camera da letto con le pareti di un colore caldo e vellutato, con l’armadio colmo di abiti accuratamente ordinati, con la specchiera sull’anta e la spalliera economica del letto, sia un frammento di memoria comune fatta di piccoli ma dignitosi ruoli sociali, di vita sobria e non disordinata. È solo un esempio fra le opere esposte ma coglie nel segno: non ricerca la sensuale bellezza delle forme, il realismo fotografico, l’allusione o l’impressione. Botero descrive qualcosa che appartiene a tutta la cultura occidentale, lo fa rimanendo identitario pur senza esprimere un giudizio di valore.

Anche lo splendido serpente di bronzo, che ricorda certi dolci dell’Italia centrale, ha l’ingombrante e spontanea presenza del desiderio che striscia nell’intimo di ognuno, malefico eppure attraente. Non ha molto a che vedere con il mondo delle scienze naturali ma con ciò che ne abbiamo tratto per trasformarlo in simbolo. Più che da un assolato muretto campestre in pietra sembra provenire dai decori del portale romanico di battistero: come l’armadio, lo specchio, il letto, anche il serpente tentatore appartiene da sempre al nostro immaginario.

La Natura morta con anguria, a sua volta, ci racconta dell’estate, del succo apparecchiato e quindi di una cucina organizzata, di una mano gentile che stira e piega con cura i canovacci e di qualcuno che, frettolosamente, non taglia la propria fetta ma assaggia e poi lascia senza averlo finito il succoso boccone. Il frutto tagliato a metà e – in contraddizione – la fetta a spicchio come rossa mezzaluna: non è una tavola ma una piccola commedia di ruoli descritta attraverso gli oggetti. Botero inventa la traccia di una famiglia festosa e rilassata che adesso ha preso posto in un’altra stanza. Attraverso questo piccolo desco di fantasia possiamo immaginare tanto i commensali del dipinto quanto i nostri parenti, tutti virtualmente riuniti nei meriggi indolenti d’una vacanza ormai ingrigita dal tempo.

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