Una mostra intima allo Steri e la lettura critica di Massimiliano Reggiani svelano il cosmo poetico del Maestro Salvatore Caputo

Dal 21 novembre è possibile respirare quell’aria sospesa e febbrile che abita gli studi degli artisti , presso la Sala delle Verifiche del Complesso Monumentale di Palazzo Steri. E’ aperta al pubblico la mostra “Nello studio dell’artista – Una ricognizione creativa”, personale di Salvatore Caputo, promossa con il Patrocinio del Centro Internazionale di Etnostoria – Fondazione Aurelio Rigoli e dell’Università degli Studi di Palermo.
L’esposizione riunisce sculture, opere su carta, cartoni, oggetti d’arte, dipinti su stoffa, medaglie e quadri che raccontano la traiettoria creativa di Caputo restituendone un’immagine complessiva e profondamente intima. Non una semplice mostra, dunque, ma un affaccio privilegiato nello spazio mentale e materiale dell’artista: lì dove l’idea nasce, si sedimenta, si contamina e trova la sua forma.
Aperta al pubblico dal 24 novembre al 2 dicembre, dal lunedì al venerdì dalle 16:30 alle 19:00, la mostra rappresenta un’occasione preziosa per esplorare il processo creativo di un artista che ha sempre fatto dialogare materia, gesto e memoria.
Collezione Pannus Pictus
Di particolare rilievo è la nota del famoso critico d’arte Massimiliano Reggiani, che illumina con precisione l’intero progetto espositivo.
“È il nero, quindi la notte, il pigmento dominante nelle opere scelte da Salvatore Caputo per allestire “Nello studio dell’artista. Una ricognizione creativa” a Palermo, Palazzo Chiaromonte ora sede del Rettorato dell’Università. Il nero vellutato e il vezzo del non finito, della tela ancora libera, non intelaiata, del cartone di riuso come supporto non cercato, del tessuto antico che – una volta dipinto – diventa frammento di una quinta per un fastoso teatro delle stagioni, purtroppo perduto.
La notte, nella propria immensità, è rischiarata da una luce d’argento e ci presenta l’Artista immerso nella propria riflessione: mente sensibilissima che attende col tramonto lo spegnersi del transitorio per assaporare la bellezza del cosmo. È il riposo del sole, infatti, la premessa al disvelamento della grande macchina di astri e costellazioni, dell’infinito che ci guarda. Lo studio si riduce così dal senso comune di atelier ad un tavolo di semplicità monastica, su cui restano piccoli pennelli in attesa della mano del Maestro. Per Salvatore Caputo lo Studio ha pareti trasparenti perché è il meditare sull’ordine cosmico il momento creativo: ciò che la mente comprende la docile setola traccia e dipinge.
Due elementi legano il tavolo da lavoro al significato della mostra: una scatola decorata posata fra i pennelli e i dipinti che ritmano le pareti come occhi curiosi aperti sul mondo. Il contenitore non racchiude solo una doppia scultura simbolica di metallo lucente che concreta l’intero universo, ma anche un libro fatto di tavole dipinte e di racconti rielaborati da Lisa Caputo, acuta scrittrice e figlia dell’Artista. In “De Origine Mundi” le parole percorrono la narrazione cosmogonica ma non solo la possibile verità, bensì tante. Sono i miti di differenti culture, diverse gradazioni di scienza volte a spiegare il medesimo arcano: l’immensità svelata dai dipinti.
Questi, giocati su composizioni per linee di forza orizzontali, rassicurano l’osservatore con una spontanea e lirica dolcezza. Sono pitture in parte ad olio, in parte acriliche, con una pennellata ampia e asciutta che non sporca né nasconde il supporto, si fa traccia cromatica e suggerisce paesaggi. Non sono veri notturni ma sguardi luminosi su fondo nero, come se i colori del giorno rimanessero in parte attaccati agli alberi e ai monti, alle pietre e al mare senza onde. Portano una duplice emozione: l’invito a non dimenticare l’ordinario – vitale e diurno – ma anche a considerarlo secondo una comprensione più profonda, astrale, legata alla danza della luna.
Si avverte il riflesso del luogo natale di Salvatore Caputo, il piccolo borgo messinese in forma di città giardino che fu edificato in periodo sabaudo per ospitare le famiglie di Castanìa, in pericolo per le continue frane e gli smottamenti a valle. Castell’Umberto guarda all’Etna e contemporaneamente, verso mare, alle Eolie: Salvatore Caputo ha da sempre respirato questa vastità e i dipinti ne portano il riflesso e la memoria. L’Artista, inoltre, ha vissuto Palermo – la propria città di adozione – negli anni bui e famigerati del sacco che ne ha per sempre depauperato equilibrio e territorio.
La sua arte diventa così un monito, una voce accorata che cerca almeno di preservare una bellezza interiore perché serva da modello, perché diventi un rifugio dallo scempio perpetrato. Salvatore Caputo si sente, giustamente, radicato nella cultura greca; lo è per sangue ma anche per affinità elettiva. Ha semplicemente rinunciato – con sensibilità romantica – all’antropomorfizzazione degli dei senza però rinunciare alla potenza generativa della loro forza cosmica. Continua a sentirsi un soffio leggero sull’immensità della storia naturale, non si ritiene né centro né misura dell’universo al quale appartiene. Ha però il dono della comprensione e la tecnica per rendere in materia questo suo sentire.

La scelta di allestire “Nello studio dell’artista. Una ricognizione creativa” in un palazzo del Trecento, che fu edificato sulle terre paludose di un convento e fu poi centro della politica medievale siciliana, accentua ancor più la fugacità del gesto umano, il dissolversi delle potenze, il disgregarsi di ogni memoria. Attraverso i notturni di Salvatore Caputo anche le pietre secolari dell’architettura sembrano fragili quando si confrontano con l’eternità del tempo”.
Massimiliano Reggiani
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