L’osservazione del vero di Giorgio Puleo nella lettura critica di Massimiliano Reggiani
Giorgio Puleo conosce il valore del tempo che scorre; ha la pazienza dell’umile, la tenacia del forte, la dolcezza di chi può donarsi per ricevere un semplice sorriso. Puleo è un pittore siciliano, nato nel 1977; non ha una formazione di settore ma una lunga pratica di frequentazione con la figurazione, il colore e la materia. Vive e lavora a Baucina, una piccola comunità prevalentemente agricola, abbastanza vicino a Palermo da non essere culturalmente isolata, ma non così prossima da trasformarsi in periferia. Comprendere il contesto in cui l’autore vive è un tratto fondamentale per amarne l’opera, perché in questa si riflette un dialogo costante e sincero fra l’artista, il luogo e i ritmi ancestrali del territorio.
Il tempo è l’ingrediente principale dell’arte di Giorgio Puleo in due possibili significati: l’osservazione del vero e l’esecuzione dell’opera. Baucina si snoda lungo una strada che segue i declivi di un colle; non è un viale architettonico, non nasce con l’impeto progettuale dell’urbanista: semplicemente si snoda tagliando la campagna. Immagino sia stata a lungo una via, cioè il segno di un attraversamento, di un passaggio per altri borghi forse più ricchi o verso il tramestio vociante dei mercati. Le case tutt’intorno sedimentano, portano il ricordo delle generazioni passate, prendono forma secondo necessità. Ogni generazione scolora con la vecchiaia e, quasi senza rumore, viene sostituita dalla successiva attraverso piccoli riti, feste di famiglia, battesimi e anniversari di nozze. Puleo applica sulla tela un meccanismo simile: ogni campitura genera la successiva, non la cancella, porta con sé la memoria, lacerti di presente, finestre sul passato.



La pazienza dell’acuto osservatore non si trasforma subito in opera, perché lo sguardo non è distaccato ma partecipe. Puleo non ha il tratto dell’antropologo né vuole essere il censore della propria terra; nella sua arte manca – volontariamente – la satira ma vi è il racconto della normalità, l’appartenenza. Sentirsi quotidianamente inserito in questa meccanica di legami, amicizie e parentele dà un senso profondamente positivo, appagato e integrato al suo modo di dipingere. La tecnica raffinata e rara, questi tamponi intrisi di colore non sono impressi nell’euforia di una danza bacchica, ma arrivano leggeri, meditati, voluti, come un cielo di piccole nubi ognuna delle quali lascia la propria ombra. Davanti ad un’opera di Giorgio Puleo possiamo decidere se guardare o comprendere, se lasciarci catturare dal tripudio cromatico o seguire il suo percorso creativo, la narrazione personale. Per guardare dobbiamo allontanarci dal dipinto e percepire una simultanea presenza di melodie, di voci musicali, ognuna delle quali vibra senza mai imporsi, velando o lasciando svelare la propria presenza. Per comprendere, invece, è necessario immaginare il gesto e la sua origine, abbinare ogni colore ad una materia – contorta, accartocciata, ripiegata – e sentirne l’impronta rimasta impressa sul candore abbacinante del dipinto.
La tenacia e la forza sono invece i padroni consapevoli dell’istinto. Giorgio Puleo è un artista fortemente emozionale ma ha la capacità di lasciar decantare lo scuotimento improvviso riponendolo ordinato nella memoria. Se continuiamo nell’analisi appena iniziata dobbiamo accettare la duplice origine della sua arte. Da un lato il luogo sociale, integrato, rassicurante, che determina i personaggi cromatici. Attori guidati dalla mano dell’artista, composti da una fisicità (la materia) una voce (il pigmento) un ruolo (il gesto che imprime). Dall’altro la conservazione, ordinata e razionale, di questi elementi creativi, come la borsa degli attrezzi di un mastro che contiene una miriade di piccoli e anche rozzi strumenti, ognuno necessario – nel momento opportuno – per portare l’opera a perfetto compimento. La tenacia di Giorgio Puleo sta in questa silenziosa sistematicità dell’uso e della raccolta. Quando parla o racconta appare timido, sommesso, gentile ma schivo. Sa di essere molto al di fuori della narrazione visiva condotta secondo tradizione, con il pennello che evoca o suggerisce l’impressione, il miraggio dello sguardo. Quando dipinge, invece, compone liberamente utilizzando ogni strumento che si è inventato, affinandolo nel tempo: è una voce brillante, una somma di canti simultanei, un’improvvisa primavera fiorita da un’unica mente.



Nei tanti anni di ricerca e produzione Giorgio Puleo ha, a mio parere, maturato quattro linguaggi sostanzialmente diversi nonostante, in apparenza, appaiano simili perché frutto della medesima mano. Occorre affinare la nostra conoscenza per poterli apprezzare pienamente, per comprenderne varietà e bellezza.
Le opere caratteristiche della sua produzione procedono per bande orizzontali, più colorate, spezzate, ritmiche nella fascia inferiore e – in opposizione – più rarefatte e scavate nella fascia superiore. È uno schema costante, che ritroviamo in tantissimi dipinti. Quale sensazione può trasmetterci? Cosa prova fisicamente l’osservatore davanti ad una simile tela? Il primo impatto è la normalità: pur non avendo coordinate visive per orientarsi è evidente che si tratti di paesaggi, di spazi tridimensionali. Vi è una base solida, un centro dinamico, una parte apicale che fa da orizzonte sul quale l’artista ritaglia degli evidenti profili di teste e di piante, di braccia levate al cielo. Puleo crea una grande superficie sensibile e poi, con interventi successivi di campiture piatte distingue questi profili nella parte alta del dipinto. L’origine evidente è la grande tradizione figurativa dal barocco all’Ottocento, quella che – su commissione – ha riempito absidi e altari delle chiese per rendere a tutti evidente e prossima la Parola e l’epifania del sacro. Grandi composizioni quasi teatrali divise a loro volta per bande orizzontali in cui quella bassa crea un legame fisico con il fedele, raccontando luoghi comuni: gradini di pietra e grandi vasi, fiori e oggetti simbolici, calzari e panneggi. Poi vi è il livello dei corpi, in cui si caratterizzano i personaggi e infine, salendo ancora, quello delle emozioni: sguardi, lance, croci, angeli e nuvole tempestose, mani levate al cielo, strumenti del supplizio, palme dei martiri, radiose aureole dei santi. Questi lavori epici e sontuosi in cui la figurazione sgrana e si dissolve, dipinti in cui il contrasto con l’infinito primeggia, sono – a mio parere – i capidopera dell’arte di Giorgio Puleo.



Vi sono anche altre tele dai colori vividi e danzanti che alludono e sviluppano filoni di ricerca del pieno novecento. La pittura gestuale, dai fondi contrastanti e l’astrattismo geometrico in cui prevale la ricerca dell’equilibrio visivo. La mano dell’artista continua ad essere, ovviamente, evidente e personale; inoltre vi è grande coerenza con la riflessione sul tempo, ovvero la non simultaneità delle tracce visive che non irrompono sulla tela mescolandosi ma tendono a depositarsi dolcemente, come un manto di foglie autunnali cadute per il vento. Nelle opere gestuali la componente impulsiva e dinamica, il pigmento puro steso per masse contrapposte viene rapidamente portato a livello di memoria dallo schematismo rigido della composizione, in cui timbro e voce di ogni colore è saldamente tenuto sotto un razionale controllo. Il tempo trova il proprio spazio nelle piste di bianco semicoprente con cui Puleo spegne le dissonanze e fa calare un velo di equilibrio che subito si trasforma in memoria.
La serie più astratta e geometrica, senza richiami ad altri linguaggi visivi, appartiene intimamente all’artista per la splendida tecnica con cui crea le campiture di colore. Come spesso accade non è colore applicato ma traccia del passaggio, della pressione – si potrebbe addirittura dire – di stampa manuale, con cui Puleo abitualmente lavora. Si torna così al discorso iniziale, dei ferri del mestiere, degli strumenti unici che pazientemente vengono raccolti e conservati. Il segno lasciato, soprattutto se volontario, esprime sempre un grande fascino per la mente umana. Osservando queste opere si parte così dal piacere indiscusso dell’equilibrio visivo per poi perdersi nei meandri dell’immaginazione: ogni colore è memoria, sedimento, somma di gesti, di ricerche, di intuizioni, di volontà. Non sono macchie di colore ma storie segrete che rimarranno sempre chiuse nel mistero della propria bellezza.



Infine, guardando fra le tante meraviglie della sua produzione, si scoprono poche ma raffinatissime tele di paesaggio che evocano in maniera diretta la dolcezza dei declivi argillosi di Baucina e dintorni. Vedute e paesaggi che hanno pochissimo di visivo e tanto di geologico, di vissuto, di profondamente radicato. Dipinti realizzati con colori irreali, da luce polarizzata, guardati da occhi alieni, da ocelli di piccoli insetti colti in volo; la memoria, che all’inizio diventava gesto creando nuove realtà, torna adesso all’intimamente vissuto e diventa strumento intuitivo di conoscenza, come una radiografia della terra ubertosa, dei torrenti e dei monti, in cui Giorgio Puleo è nato: un entroterra siciliano che non finisce mai di stupire.

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