Enza Maria D’Angelo: una scrittrice che pensa in musica, insegna con la voce e racconta con l’anima
Incontro con Enza Maria D’Angelo, autrice, docente, musicista e componente del comitato dei lettori del Premio Italo Calvino. Una figura poliedrica, in cui scrittura, insegnamento e musica non sono tre strade parallele ma un’unica via armonica, un modo di leggere e interpretare il mondo.
Le sue opere – dal romanzo Note scordate al saggio La voce vola – sono attraversate da un’idea precisa: che la musica non sia solo arte, ma memoria; che la voce non sia solo suono, ma relazione; che le storie, come gli spartiti, siano fatte di ritmo, pause, accenti e risonanze interiori.
In questo dialogo, Enza Maria D’Angelo ci accompagna dentro la sua formazione classica e modernissima, nella disciplina del leggere “da giurata” per il Calvino, nel valore civile della lettura ad alta voce, fino al cuore del suo romanzo, dove il pianoforte diventa un personaggio vivo, un luogo di incontro tra generazioni, un ponte tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo ancora diventare.
- Professoressa D’Angelo, nella sua biografia emerge un percorso che intreccia letteratura, teatro e musica. Da dove nasce questa sua vocazione così poliedrica, e come convivono in lei la scrittrice, la musicista e la docente?
La mia vocazione nasce dalla famiglia e dalla scuola. Sono cresciuta con la voce di mia madre, che si appassionava a raccontarmi storie, mentre è stato mio padre ad propormi lo studio del pianoforte. Ho conosciuto il teatro al liceo, grazie ad una docente che promuoveva tra gli studenti la partecipazione agli spettacoli teatrali. Questo significa che in famiglia e a scuola si possono stimolare interessi che restano, crescono, possono diventare fondamentali per la propria vita. Così è stato per me.
Far convivere la scrittrice, la musicista e la docente mi è sempre naturale: scrivere risponde ad un bisogno personale, mi riporta a rivedere me stessa e la realtà che osservo. Gli studi musicali mi permettono di apprezzare la musica in senso proprio e la musicalità nella parola scritta. Da docente sento la responsabilità di consegnare ai miei studenti quello che ho ricevuto, cioè chiavi di lettura per comprendere se stessi e la realtà complessa in cui viviamo.
- Lei è componente del comitato dei lettori per la giuria del Premio Italo Calvino, un riconoscimento tra i più prestigiosi per la narrativa italiana. Che cosa significa per lei leggere “da giurata”? E quanto questa esperienza influenza la sua visione di scrittrice?
Leggere per il Calvino mi permette di seguire dall’interno l’evoluzione della narrativa, il cambiamento della sensibilità dei nuovi autori e dei lettori. È una grande responsabilità aprire un libro senza avere alcuna di idea di potersi trovare, oppure no, di fronte ad un autore che è un talento che racconta qualcosa di nuovo o in modo nuovo, che magari lascerà il segno nella narrativa. Spesso ci si trova a leggere storie che nascono da un bisogno tutto personale di raccontare, al di là del valore letterario; ma anche questo è importante, se non ha un valore letterario un testo ne può avere comunque uno terapeutico. È molto bello trovare i nostri esordienti diventare nel tempo autori apprezzati e di successo, come accade spesso. Come è bello sapere che scrivere è per molti un modo per vivere, per essere consapevoli di sé e fare memoria. Così, attraverso la lettura si forma sempre più la mia visione di scrittrice.
- Nella sua formazione convivono la classicità greco-latina e la modernità letteraria. Quali autori o pensatori l’hanno segnata di più nel suo percorso? E se dovesse citare una figura che l’ha aiutata a “trovare la voce”, chi sceglierebbe?
La classicità è modernissima, sollecita interrogativi che accompagneranno sempre l’umanità. È difficile dire cosa del mondo classico non abbia lasciato un segno in me, perché ogni parola mi ha scolpito: i poemi omerici mi hanno insegnato che accanto alla ferocia c’è la tenerezza, come in Achille, e che la curiosità e l’ingegno sono una potente forza, come in Odisseo che comunque anela al ritorno dopo la conoscenza; i poeti tragici greci sono sempre stati un punto di riferimento essenziale, perché mi hanno mostrato che c’è dignità anche nella sconfitta e che il timore di soffrire non ferma la necessità di agire; Cicerone mi ha insegnato a cercare la musica nella prosa, per porgere la parola con arte e renderla persuasiva. Della modernità letteraria potrei parlare all’infinito, ma mi limito a citare la fierezza di Leopardi, che non si inganna mai; i sentimenti di Foscolo, che armonizza le passioni più incendiarie con la misura della classicità; l’ironia di Pirandello di fronte ai capricci della verità. Chi mi ha aiutato a trovare la voce? Forse la poetessa Sulpicia, che si pente solo di ciò che non ha fatto.
- Enza Maria, nella sua scrittura, musica e parola sembrano fondersi in un’unica lingua. Pensa che la musica possa ancora oggi educare all’ascolto, non solo estetico ma anche umano, in un tempo dominato dal rumore e dalla fretta?
Ci sarà sempre bisogno di mitigare il rumore della quotidianità con la musica, perché il silenzio assoluto non esiste e, dunque, l’unica alternativa possibile è fermarsi ogni tanto e cercare di rendere musicale la realtà caotica in cui si vive. Dobbiamo cercare i ritmi e i suoni con cui vogliamo accompagnare la nostra vita, “accordarla” sulla musica che ci rende sereni. Questo per me vale anche nella scelta delle parole con cui intreccio un testo, nei ritmi e nelle pause tra le parole e tra le frasi, per trovare un andamento che ne accompagni il senso. In questo la lingua italiana mi aiuta, perché una lingua a costruzione libera permettere di dare valore alle parole già a partire dal posto che occupano nella frase; così pure la ricchezza lessicale della lingua italiana consente di trovare sempre la parola che suona e che significa ciò che si intende comunicare. Un testo scritto con la giusta combinazione di elementi sonori e ritmici è un testo che piace leggere e ascoltare. Prima di definire un lavoro, lo leggo sempre io stessa e lo faccio leggere ad alta voce, per sentire come suona e cosa comunica. Così da autrice divento l’ascoltatrice del testo, immedesimandomi nei lettori, per trovare punti di forza e di debolezza.
- Il titolo del suo libro Note scordate è bellissimo e ambivalente: parla di musica, ma anche di memoria, di ciò che si perde e si ritrova. Come è nato questo titolo e quale immagine ha guidato la genesi del romanzo?
Il titolo ha due possibili significati: da un lato “note scordate” sono le note musicali suonate come suoni scordati, come le disarmonie della vita e ciò che è contrario al giusto; dall’altro ci sono figure che erano o avrebbero potuto essere “note” ma sono state “scordate” per un pregiudizio, sono donne di cui si è persa la memoria o di cui non si è mai tentato di trattenere la memoria, per ingiustizia o limite culturale. La scelta di questo titolo vuole fare sintesi di questi due diversi significati, ed è nata per sottolineare la varietà dei punti di vista possibili sulla motivazione per cui tante donne nel passato hanno dovuto faticare per conquistare la possibilità di esprimere se stesse e di realizzare i propri sogni, come è stato per le compositrici nella storia della musica. Oggi molto è cambiato, ma ancora viene sottolineata come un fatto non del tutto ordinario la presenza femminile in certi settori tradizionalmente maschili.
- In Note scordate la musica diventa voce del ricordo, forza di guarigione, memoria che resiste alla dimenticanza. Un po’ come suggerisce Magda Pedace nel suo La musica e la memoria, sembra che i suoni diventino tracce del tempo e del cuore. Le chiedo: secondo lei la musica è solo linguaggio artistico o anche una forma di coscienza, di memoria viva capace di ricomporre ciò che la vita separa?
Certamente la musica è un linguaggio artistico accessibile a chiunque sia dotato di creatività e talento; ma è anche una forma di coscienza, connesso con la sensibilità propria di ciascuno di noi. In quanto linguaggio artistico, la musica dipende dal talento; la fruizione della musica come forma di coscienza, invece, non esclude nessuno. A partire dal grembo materno, siamo tutti circondati da stimoli sonori, perché ci siamo tutti formati ascoltando il ritmo binario del respiro materno, il ritmo ternario del battito cardiaco, il suono della voce materna. Siamo immersi in un universo musicale
- Nel saggio La voce vola, lei parla della lettura ad alta voce come esperienza di libertà e condivisione. Paolo Talanca, nella sua Breve storia della canzone d’autore italiana, riconosce alla voce cantata la stessa funzione: un linguaggio che crea legami e restituisce alla parola il suo potere di comunione. Possiamo dire che leggere ad alta voce, per lei, è un modo di “cantare insieme”, una forma di canto civile e relazionale?
La lettura ad alta voce dà la possibilità di creare un legame con chi ascolta, è un’esperienza di socialità, attiva emozioni di natura relazionale. Inoltre, se leggere correttamente richiede la comprensione del significato profondo di un testo, leggere ad alta voce mira alla comunicazione efficace del significato del testo. Leggere ad alta voce mette in relazione il lettore e chi ascolta, l’uno non può esistere senza l’altro.
- In Note scordate, il pianoforte non è solo strumento ma presenza viva, quasi un testimone silenzioso delle generazioni. In questo senso ricorda Il romanzo del pianoforte di Dieter Hildebrandt, dove lo strumento diventa protagonista della storia europea. Quanto c’è, nel suo pianoforte narrativo, dell’idea di musica come racconto collettivo, capace di dare voce a chi è rimasto inascoltato?
In Note scordate il pianoforte è un personaggio tra i altri personaggi con cui entra in relazione. È il pianoforte che mette in comunicazione Sandra ed Emma, che riconnette Emma con il suo passato e la mantiene presente a se stessa; il pianoforte è il complice e l’amico con cui è libera di esprimersi Bettina; è con il pianoforte che si emerge il talento delle musiciste che legano tutta la narrazione; è il pianoforte “sfrattato” che provocherà in Emma la determinazione ad agire con il coraggio che prima le era mancato; è il pianoforte che nel flusso di coscienza di Emma libera le sue emozioni contrastanti. Il pianoforte è la Grande Madre di questa narrazione.
- Nei suoi due libri, il romanzo e il saggio, si percepisce una tensione costante tra voce interiore e voce condivisa, tra l’intimità e il palcoscenico. È questa, secondo lei, la doppia anima dell’arte: essere solitudine e allo stesso tempo comunità?
L’arte, quando è vera, manifesta la parte più nascosta della persona, non permette finzioni. Nel romanzo, nel momento in cui la protagonista sperimenta l’abbandono perde la capacità di suonare, come se la sua musica fosse morta e ci vorrà del tempo prima che rinasca; similmente accade a Fanny Mendelssohn quando copre il suo pianoforte. Questo perché il pianoforte e la musica connettono la propria interiorità con l’esterno; così come la voce che manifesta il pensiero e, dunque, mette in relazione con la comunità. Tale relazione è possibile solo se si riesce a superare l’individualismo.
- Infine, una domanda personale. Se dovesse racchiudere in una frase il senso del suo percorso, tra scrittura, insegnamento e musica, quale sarebbe la sua “nota” più autentica, quella che ancora vibra anche quando il suono sembra spegnersi?
Empatia, prima con me stessa e poi con gli altri.



