Ketty Tamburello: quando la poesia nasce dalla memoria, attraversa il dolore e torna luce
Ketty Tamburello è poetessa e pittrice, una voce che unisce esperienza educativa, sensibilità artistica e riflessione esistenziale. In questa intervista racconta come i trent’anni trascorsi nella scuola dell’infanzia abbiano influenzato il suo sguardo poetico, alimentato dalla spontaneità e dalla purezza del mondo dei bambini.
La sua scrittura nasce da una necessità interiore: dalla solitudine, dalla memoria familiare e da un dialogo continuo con il passato che diventa materia viva nei versi. Nei suoi testi convivono luce e ferita, amore e indignazione, perché la poesia – per Tamburello – non è ornamento ma coscienza, capace di accogliere anche le ferite del tempo presente.
Accanto alla parola, anche la pittura rappresenta una forma di espressione indispensabile: due linguaggi diversi che nascono dallo stesso impulso creativo, quello di dare forma a ciò che si avverte profondamente. Ne emerge il ritratto di un’artista che vede nella poesia una responsabilità: custodire la memoria, educare lo sguardo e lasciare nel lettore una luce capace di trasformare il mondo interiore.
- Lei ha trascorso circa trent’anni nella scuola dell’infanzia, in un’età in cui si forma lo sguardo sul mondo e in cui le parole hanno un peso decisivo. In che modo questa esperienza educativa ha inciso sulla Sua scrittura poetica? E cosa ha imparato dai bambini che, ancora oggi, ritrova nei Suoi versi?
La scuola dell’infanzia certamente ha influenzato in bene, la mia poesia. Il rapporto con i bambini è stato coinvolgente e la loro spontaneità, la loro innocenza, il loro osservare noi adulti con occhio critico sono stati elementi che hanno dato il loro apporto al mio scrivere versi tingendoli anche di quello spirito gioioso degli stessi bambini.
- Dalla Sua biografia emerge una traiettoria interessante: dalla didattica ai ruoli amministrativi, e parallelamente una fedeltà costante alla poesia, come se la scrittura fosse stata un “secondo respiro” ininterrotto. Quando ha capito che la poesia non era soltanto un diletto, ma una necessità interiore? E cosa cambia nel Suo modo di scrivere quando cambia il Suo ruolo nella vita quotidiana?
La mia poesia nasce da una necessità interiore che ha sotteso la solitudine del passato che ho vissuto con una relativa accettazione e di cui ho preso quella melanconia che ha fatto da terreno fertile alla mia crescita in tal senso. Il passaggio ai ruoli amministrativi dall’insegnamento, non ha inficiato il mio verseggiare.
- “Non si vede bene che col cuore.” – Antoine de Saint-Exupéry. Nei Suoi testi convivono immagini di cura e immagini di ferita, invocazioni di bene e attraversamenti del dolore, come se lo sguardo poetico dovesse tenere insieme luce e ombra. In che modo, per Lei, il “cuore” diventa uno strumento di conoscenza? E come si educa, oggi, uno sguardo capace di non cedere all’indifferenza?
Effettivamente nelle poesie si narra la vita che per quanto mi riguarda, entra nella produzione poetica con impeto e il cuore in tal senso induce ad accompagnare la propria esistenza a quella del prossimo e diviene uno strumento di conoscenza. Si educa l’altro attraverso vari canali, quelli culturali e d’arte e insieme alla disposizione in ciascuno di noi a prendersi cura dell’altro
- Ketty, la memoria familiare è una presenza viva nella Sua poesia: il padre, la madre, la genealogia affettiva, il tempo che passa e lascia tracce. Quando scrive di chi non c’è più, sente di compiere un gesto di consolazione, di dialogo, o quasi di restituzione – come se la poesia potesse “riportare al mondo” ciò che rischia di dissolversi?
I miei cari sono presenti nelle mie poesie che guardo con tenerezza e amore e di cui metto in evidenza alcuni aspetti caratteristici, la mitezza di mia madre, la passione del canto di mio padre. Li tengo vivi nella mia memoria accettando la loro apparente assenza.
- I titoli delle Sue raccolte (Verbo pescare, Respiro quel muto canto, Quella fulgida luce nelle strade) sembrano già contenere un manifesto: la parola come atto, il canto come silenzio che cerca voce, la luce come apparizione nel quotidiano. Come nascono i Suoi libri: da una tematica, da un periodo della vita, o da una costellazione di poesie che a un certo punto chiede una forma compiuta?
I miei libri nascono da un periodo della mia vita o anche da una costellazione di poesie che in affinità di contenuto, per lo più di carattere esistenziale sono state raccolte esaminate e composto una delle mie sillogi. Le mie poesie vengono da lontano, da luoghi che sono stati abitati e poi riconosciuti e hanno trovato compiutezza nei miei versi.
- “Diventa ciò che sei.” – Friedrich NietzscheLei ha attraversato esperienze diverse: insegnamento, amministrazione, partecipazione a concorsi, premi, pubblicazioni. In questo processo, quanto è stato difficile proteggere la Sua voce poetica dalle aspettative esterne – dall’idea di “come dovrebbe essere” una poetessa? E oggi, sente che la Sua scrittura Le somiglia pienamente?
Non ho avuto timori a tal proposito. Ho scritto perché mi piaceva farlo leggendo le poesie dei poeti del novecento e contemporanei trovano come questo singolare approccio alla poesia sia stato utile alla mia formazione poetica. Certamente ci si compiace del parere proveniente dall’esterno, ma ho risposto ampiamente alle mie istanze più profonde
- Ketty, nella Sua produzione compaiono anche testi che guardano il mondo nella sua ferocia, come quelli dedicati alla guerra e a Gaza: non è una poesia “decorativa”, ma una poesia che prende posizione, che soffre, che invoca. Quando decide che un tema storico e collettivo deve entrare nella Sua scrittura? E come si evita, in poesia, il rischio della retorica, mantenendo invece verità e pudore?
Non ho ceduto alla retorica, ritengo che abbia espresso la mia indignazione rispetto a eventi che bruciano di crudeltà e abominio e perseguendo ciò in cui credo e di cui ho molto rispetto.
- La Sua creatività non si esprime solo nella parola: Lei ha all’attivo mostre personali e collettive anche fuori dall’Italia, e ha scritto persino un libro di cucina. Che rapporto c’è, per Lei, tra poesia e arti visive – tra immagine dipinta e immagine verbale? E la cucina, con i suoi gesti concreti, è una forma di cura parallela alla scrittura, o una tregua dalla densità del pensiero poetico?
Nasco come pittrice e in un secondo tempo mi sono avvicendata nella poesia con risultati compatibili con la genuinità del mio pensare e di conseguenza del fare poesia. Trovo che qualsiasi forma d’arte ha intanto il sentire che diviene necessità di esprimere ciò che si avverte profondamente e sulla pelle. La poesia usa mezzi differenti ed è più impegnativo dare voce ai propri pensieri, la pittura induce ad una lettura più immediata, lo stimolo visivo giunge netto agli occhi dello spettatore, luce forma e colori sono pregnanze significative e meglio della poesia costituiscono dei mezzi per interpretare il dato pittorico. La cucina rappresenta qualcosa a sé anche se è una forma d’arte. Mi piace cucinare e lo faccio volentieri la domenica e nelle giornate di festa.
- Ketty, i riconoscimenti (premi e concorsi) e l’attività espositiva possono essere letti come tappe pubbliche, ma spesso la vera svolta artistica è invisibile: un dolore, un incontro, una perdita, un improvviso cambiamento di sguardo. C’è stato un momento – preciso o graduale – in cui ha percepito che la Sua poesia stava entrando in una fase nuova, più autentica o più radicale?
Come avevo detto in questa intervista la mia poesia nasce dalla solitudine e avanza con lo studio la lettura dei grandi poeti e diviene incalzante nei sentimenti in relazione al mio vissuto, alla mia evoluzione che si è affinata negli ultimi tempi e in quelle prese di coscienza di sé stessi e del mondo e la rappresentazione di sé come esseri liberi, pensanti e autonomi.
- “La poesia è la memoria dell’umanità.” – Jorge Luis Borges. Se dovesse consegnare un’eredità ideale a chi oggi si avvicina alla scrittura, quale sarebbe il compito più alto della poesia: consolare, denunciare, custodire, elevare? E quale “luce” – per usare un’immagine a Lei cara – desidera che resti nelle strade di chi La leggerà domani
Ritengo che occorre soprattutto custodire la poesia. La buona poesia è sempre elevata implicitamente. Gli altri aspetti sono intrinsecamente presenti perché potrebbe essere consolatoria in alcuni casi e di denunzia a volte. “Luce” che inonda il proprio mondo interiore mettendo in evidenza le zone oscure di cui prendere coscienza e tentare di smussare quegli aspetti negativi di sé stessi. Luce che svela, che trasforma, che inebria sollecitando e facendo rivivere il mondo schietto e gioioso dei bambini.