Alessandro Cascioli: l’eterno Peter Pan della danza tra seduzione, corpo e identità
Alessandro Cascioli è l’enfant prodige della danza, un Peter Pan contemporaneo che da anni si consacra all’arte con una dedizione totale, quasi viscerale. Per lui la danza non è un mestiere, ma un habitat naturale, uno spazio necessario in cui esistere. Senza il palcoscenico sembra mancare qualcosa — o forse è il palco stesso a inseguire lui, in una relazione che il pubblico osserva e interroga.
Si crea così una simbiosi intensa, capace di trasformare non solo l’artista ma anche chi lo guarda. Cascioli diventa una figura centrale, quasi un Narciso moderno, che si riflette nella scena e nello sguardo degli altri, mentre il pubblico, attratto e coinvolto, si lascia catturare da una presenza che è insieme magnetica e vulnerabile.
La sua è una danza che seduce senza mai essere compiacente, che attraversa il corpo e lo supera, sfiorando una dimensione dionisiaca fatta di energia, istinto e verità.
Alessandro, il Suo percorso parte dalla prestigiosa Scuola di danza del Teatro dell’Opera di Roma, un luogo dove la disciplina incontra la visione artistica. Quando ha capito che la danza non sarebbe stata soltanto una passione, ma il linguaggio attraverso cui raccontare se stesso al mondo? C’è stato un momento preciso in cui ha percepito questa chiamata?
Sin da bambino la musica e il movimento hanno fatto parte di me e della mia essenza. Credo di non aver mai percepito con chiarezza il passaggio da semplice passione a espressione estrema di me stesso. Dentro di me il mio amore per la danza è sempre stato talmente forte da essere quasi scontato nel portarmi a vedere solamente quello come mio possibile futuro. Il merito di ciò che sono oggi è dei miei genitori che hanno avuto la lungimiranza di iscrivermi subito ad una scuola professionale. Mia madre ha sempre saputo che sarei stato un artista, mi racconta ancora oggi di come scalciassi nel suo pancione quando ascoltava musica classica e guardava spettacoli teatrali. Quindi forse ho deciso di raccontare me stesso al mondo ancor prima di nascere (ride).
Il Suo cammino professionale attraversa istituzioni importanti, dall’Opera di Roma all’Opéra di Bordeaux, fino al Maggio Musicale Fiorentino e al Teatro Massimo di Palermo, e coreografi molto diversi tra loro. In che modo questi incontri hanno plasmato la Sua identità artistica? C’è un maestro o un’esperienza che ha cambiato radicalmente il Suo modo di stare in scena?
Ogni coreografo che incontriamo nel nostro percorso artistico ci segna inevitabilmente, ognuno ha il suo passato e il suo percorso di vita che influenza l’artista e gli lascia qualcosa di se. Quello che plasma maggiormente la mia identità artistica quando lavoro con un coreografo è la sua capacità di darmi quelle nozioni che possono stravolgere il mio modo di vivere ed eseguire un passo, magari attraverso qualche aneddoto riguardante la sua esperienza personale e il suo vissuto. Sicuramente i miei maestri della scuola come Bella Ratchinskaja, Pablo Moret e Ofelia Gonzalez sono stati i punti saldi della mia formazione. A Firenze, Francesco Ventriglia mi ha fatto crescere trasformandomi da “Casciolino”, è cosi che mi chiamava, ad Alessandro Cascioli, il danzatore professionista che sono oggi. Con lui ho vissuto tre anni meravigliosi e il mio arricchimento artistico è stato giornaliero perché ho avuto la possibilità di lavorare con artisti che mi hanno nutrito profondamente. Ricordo il mio incontro con Silvie Guillem e di quando il piccolo me di 19 anni si è ritrovato ad eseguire una variazione di fronte alla sua grandezza. Un’altra figura importantissima è quella di Amedeo Amodio che ha visto in me l’artista ancor prima che il danzatore dandomi la possibilità di eseguire dei ruoli importanti nel suoi balletti e donandomi tutta la sua esperienza.
Quasi tutte le produzioni che ho affrontato mi hanno lasciato qualcosa e nel bene o nel male, chi più chi meno, ha contribuito a rendermi l’artista che sono oggi.
“Il corpo dice ci che le parole non possono.” (Martha Graham). La danza ha questa forza primordiale: racconta emozioni, conflitti e concetti senza bisogno di parole. Quando interpreta ruoli come Mercuzio, Nijinski o Albrecht, quanto di Alessandro rimane nel personaggio e quanto invece deve essere lasciato andare per diventare completamente altro?
Ho sempre cercato negli anni di mettermi al servizio del personaggio senza farmi annientare dalle sue caratteristiche ma provando ad utilizzarle a mio favore e ad interpretarlo e viverlo totalmente portando con me il mio bagaglio di vita. Ovviamente tutto dipende dal tipo di personaggio. In Mercuzio ho potuto mantenere la mia natura perché mi sento molto vicino a questo personaggio e alla sua estrosa follia. Con Nininksj il lavoro è stato molto profondo e introspettivo, mi sono ritrovato solo in sala a disegnare cerchi infiniti e a scavare nel mio dolore. Albrecht è stato il ruolo più vicino al momento che sto vivendo ora, un passaggio dalla spensieratezza della gioventù alla maturità che ti mette di fronte all’imprevedibilità della vita.
Molti dei ruoli che ha interpretato appartengono al grande repertorio narrativo del balletto: personaggi intensi, spesso tragici, sempre profondamente umani. Che cosa cerca in un personaggio quando lo affronta per la prima volta? La tecnica, l’emozione, la psicologia, oppure un equilibrio recondito tra tutti questi elementi?
Pensare solamente alla tecnica non è mai stata una cosa a me congeniale, penso che l’emozione e quello che vuoi raccontare debbano necessariamente andare di pari passo all’esecuzione per rendere il personaggio vero e con un cuore pulsante. Per fare ci per serve una grande preparazione tecnica che ti consenta di giocare con le sfumature dell’interpretazione.
Accanto alla carriera di interprete, Lei ha sviluppato anche un percorso coreografico, firmando lavori come Confronti, Grigio Strauss e Nucleo Zero. Quando nasce l’esigenza di passare dall’essere interprete all’essere creatore? È un gesto di libertà artistica o una necessità interiore che a un certo punto diventa inevitabile?
Ho iniziato a coreografare o quantomeno a sperimentare che ero appena ventenne quindi è sicuramente un’esigenza innata che ho da tempo. Amo follemente mettere la mia anima in una mia coreografia e ritrovare me stesso in qualcosa nonostante non sia io ad eseguirla. Credo che coreografare sia una forma di grande generosità perché si dona ai danzatori una parte di sé stessi, il proprio vissuto artistico e la propria visione.
“Ogni artista deve creare il proprio linguaggio.” – (Pina Bausch). Nel Suo percorso artistico la coreografia sembra essere diventata uno spazio di ricerca personale. Quando costruisce una nuova creazione – come nel caso di Colui che scioglie, firmato nel 2025 per la serata Olimpo al Teatro Massimo – da dove nasce il Suo universo coreografico: da un’immagine, da una musica, da una storia o da un’emozione che chiede di prendere forma nello spazio? E che cosa prova nel momento in cui una Sua creazione incontra per la prima volta lo sguardo del pubblico, quando tutto ci che è stato immaginato diventa improvvisamente visibile?
Tendenzialmente sono la storia e la musica ad ispirarmi, dopo aver capito quale argomento trattare cerco sempre dei brani che mi riportino a quelle sensazioni e a quelle emozioni. Vedere il risultato finale di un mio pensiero diventato poi danza e coreografia mi fa sentire vivo e mi fa godere delle mie emozioni da spettatore, cosa che da danzatore non posso fare perché stando sul palco e donando tutto me stesso riesco a percepire soltanto una piccola parte di quello che arriva al pubblico.
Alessandro, il Suo lavoro dimostra una curiosità artistica molto ampia: dal grande repertorio classico alle creazioni contemporanee, fino alla partecipazione a produzioni teatrali e musical come Moulin Rouge o The Lion King. Questa versatilità è una scelta consapevole o una naturale evoluzione del Suo modo di vivere la danza?
È un’evoluzione di tutto quello che solo attraverso la danza non posso esprimere. La consapevolezza è arrivata negli ultimi anni, quando l’incontro con bravissimi performers del mondo del musical mi ha fatto credere ancora di più nelle mie capacità dandomi la possibilità di esprimere altri aspetti della mia artisticità quali il canto e la recitazione. Da ragazzino un regista mi disse che di talenti come il mio nella recitazione se ne contavano sulle dita di una mano ma il mio grande sogno è sempre stato danzare e quindi non ho mai potuto continuare con questo mondo che mi ha sempre affascinato. Oggi mi preparo la strada per la mia seconda vita artistica, quando la mia carriera danzante terminerà spero di poter continuare a vivere d’arte sotto altre forme come quella, per l’appunto, del musical.
Lei negli ultimi anni ha interpretato ruoli molto diversi tra loro, passando dal virtuosismo classico alla drammaticità contemporanea. C’è un personaggio che sente particolarmente vicino alla Sua sensibilità, uno di quelli che, una volta uscito dal palco, continua a viverle dentro?
Una mia carissima amica dice che da quando ho interpretato Nijinskj la mia parte più cupa non mi ha mai più abbandonato (ride). Diciamo che quasi sempre fatico a tornare nei miei panni umani, ho sempre bisogno di stemperare l’energia e il sovraccarico emozionale post spettacolo nel mio camerino guardandomi riflesso allo specchio.
“La danza è la poesia del corpo.” (Paul Valéry) Se dovesse guardare oggi al Suo percorso, dai primi passi nella scuola dell’Opera di Roma fino alle scene internazionali e alla coreografia, quale pensa sia il filo invisibile che tiene insieme tutto questo cammino? E quale sogno artistico sente ancora di voler inseguire?
Il filo invisibile che fa da guida al mio percorso è quella luce che cerco di non spegnere mai anche quando la stanchezza si fa sentire e le fragilità prendono il sopravvento. Il sogno artistico che vorrei raggiungere è quello di vivere la mia arte a 360º, magari in un futuro riuscir a realizzare uno spettacolo tutto mio dove possa esprimere il mio eclettismo.
Oggi molti artisti utilizzano i social come una semplice vetrina, mentre nel Suo caso il profilo Instagram sembra trasformarsi in uno spazio di racconto dove trovano posto prove, momenti di leggerezza e frammenti della vita quotidiana in teatro. Come è nata l’idea di condividere questo dietro le quinte? È anche un modo, secondo Lei, per avvicinare il pubblico e far conoscere la dedizione, la disciplina e la fatica che si nascondono dietro la costruzione di uno spettacolo teatrale di grande livello?
Il mio presente su Instagram è nato per caso grazie ad alcuni video girati con una mia collega che hanno riscosso molto successo perché manifestavano la mia spontaneità cosa che in un un mondo virtuale fatto di ritocchi e finzioni è cosa rara. Sicuramente Instagram è una vetrina in cui posso scegliere giornalmente cosa condividere di me stesso, a volte illustrando le meraviglie del teatro in cui lavoro, a volte cantando ed esprimendo me stesso in modo libero e altre volte mostrando il mio lato più divertente che altresì non è che l’Alessandro di tutti i giorni. Un giorno una ragazza che mi segue mi ha detto che è bellissimo vedere il lato umano di un danzatore che non è solo disciplina, rigore e perfezione ma anche risate e spensieratezza.
Grazie per essere stato con noi



