18/04/2026
Sabato, domenica e lunedì, ovvero il ragu’ napoletano e i maccheroni alla siciliana.
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Sabato, domenica e lunedì, ovvero il ragu’ napoletano e i maccheroni alla siciliana.

Mar 30, 2026

Articolo a cura di Gigi Vinci

 Cari lettori
Per molti anni il teatro di Eduardo De Filippo è stato percepito come un patrimonio inscindibile dalla sua stessa figura. La sua voce, i suoi silenzi, il suo modo unico di abitare la scena hanno reso le sue opere talmente identitarie da far pensare che difficilmente potessero vivere senza di lui. Questa convinzione, se da un lato ha contribuito a costruirne il mito, dall’altro ha finito per rallentare, dopo la sua scomparsa, la piena diffusione e reinterpretazione del suo repertorio.
Non sono mancate, nel tempo, esperienze di filodrammatiche e compagnie amatoriali che si sono avvicinate al teatro eduardiano. Tuttavia, spesso questo approccio è stato ingenuo, limitandosi a coglierne l’apparente leggerezza o il lato comico. In realtà, il cuore dell’opera di De Filippo è ben più profondo, un intreccio complesso di conflitti familiari, tensioni sotterranee e parole non dette che esplodono improvvisamente, trovando risoluzioni tanto inattese quanto rivelatrici.
È proprio in questa dinamica che si inserisce il tratto distintivo del suo teatro, il tragicomico. Una cifra stilistica che riflette pienamente la cultura napoletana, dove il dolore e il sorriso convivono, dove anche nelle situazioni più difficili permane una tensione verso la speranza. Una speranza nel domani che rappresenta una vera e propria chiave di lettura esistenziale.


Questa visione si pone in netto contrasto con altre tradizioni letterarie italiane, come ad esempio quella siciliana, profondamente segnata dal fatalismo pessimista, pensiamo al mondo narrativo di Giovanni Verga, dove il destino appare ineluttabile e nessun personaggio sembra poter sfuggire al proprio fato. Nel teatro eduardiano, invece, pur nella complessità dei drammi umani, resta sempre uno spiraglio, una possibilità. Come disse un mio Maestro di teatro Enzo Pipi, una “Filumena Marturano” in Sicilia sarebbe stata impensabile. 
Oggi, per le nuove generazioni in particolare per la Generazione Z, che non ha avuto modo di conoscere Eduardo attraverso le storiche trasmissioni televisive si apre una straordinaria occasione di riscoperta. Il suo teatro può essere riletto con occhi nuovi, liberato dal vincolo dell’imitazione e restituito alla sua dimensione universale.
In questo contesto si inserisce l’importante riproposizione di Sabato, domenica e lunedì, in scena nella Sala Grande del Teatro Biondo, con la regia di Luca De Fusco.
Al centro dell’opera, come noto, non vi è soltanto una crisi familiare, ma un vero e proprio rito domestico, quello della preparazione del ragù, che diventa simbolo di identità, appartenenza e, soprattutto, di conflitto. In questa rilettura, potremmo quasi parlare con un sorriso di “maccheroni alla siciliana”, a sottolineare un ponte culturale tra Napoli e la Sicilia, tra due mondi apparentemente distanti ma uniti dalla centralità della famiglia e del cibo come linguaggio emotivo.


L’opera, tra le più emblematiche del repertorio eduardiano, mette in scena una famiglia attraversata da tensioni quotidiane che, come spesso accade, nascono da incomprensioni e silenzi. La dimensione domestica diventa così teatro di conflitti universali, dove ogni spettatore può riconoscersi.
È proprio qui che il teatro di Eduardo continua a vivere, nella sua capacità di essere contemporaneo, di interrogare lo spettatore e di offrire, ancora oggi, strumenti per comprendere le relazioni umane.
Per le nuove generazioni, avvicinarsi a queste opere non significa guardare al passato, ma entrare in contatto con una forma di racconto che parla ancora al presente. E forse, proprio oggi, in un tempo segnato da comunicazioni rapide e spesso superficiali, la profondità dei “non detti” eduardiani può risultare più attuale che mai.

Vostro Gigi Vinci