Caterina Arnoldi racconta il suo romanzo “Vite sul filo del tempo”: una saga di memoria, coraggio e destino al femminile.
Caterina Arnoldi, imprenditrice e madre, approda alla scrittura con un romanzo profondo e coraggioso, Vite sul filo del tempo, che intreccia passato e presente, memoria storica e dolori familiari. Due donne, due epoche, un solo destino: quello di sopravvivere, resistere e amare nonostante tutto.
In questa intervista per L’Epoca Culturale, l’autrice ci accompagna dentro il cuore del suo racconto, dove ogni oggetto parla, ogni silenzio pesa, ogni scelta femminile diventa atto di libertà.
Attraverso Eleonora e Alice, due protagoniste intense e reali, Arnoldi riflette sul senso della memoria, della trasmissione intergenerazionale, dei legami non idealizzati.
Una narrazione che sfida i generi, tocca l’anima e invita a guardare alla letteratura come ponte tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo ancora diventare.
- Caterina, lei ha iniziato a scrivere dopo una lunga esperienza imprenditoriale e familiare. In che modo la maturità personale ha influenzato la nascita della sua voce narrativa? Scrivere è stato un nuovo inizio, un riscatto o una continuità rispetto alla sua vita precedente?
Ho amato scrivere fin da quando ne ho il ricordo. Scrivere per me è un bisogno viscerale, qualcosa che non posso ignorare, una necessità che mi fa alzare la notte. La vita mi ha spinto in una direzione diversa da quella che avrei voluto percorrere ma l’ho accettata con leggerezza. Non rimpiango di essermi dedicata totalmente alla mia famiglia e al mio lavoro perché la vita vera mi ha arricchito di esperienza. Le migliaia di libri letti e la conoscenza data dal mio vissuto mi hanno fornito le basi di cui avevo bisogno per “correre il rischio”. Mi hanno messo nella condizione di mettere in ciò che scrivo soprattutto una forte e coinvolgente emotività. Scrivere adesso non è un nuovo inizio ma semplicemente il poterlo finalmente fare a tutto campo senza penalizzare niente e nessuno.
- Nel suo romanzo Vite sul filo del tempo, due donne, Alice ed Eleonora, si incontrano oltre il confine della Storia, unite da un oggetto e da una memoria che sfida il tempo. Come ha costruito questo legame così forte e al contempo invisibile tra passato e presente? E cosa rappresenta, per lei, quel “filo del tempo” evocato nel titolo?
“Il filo del tempo” è la linea invisibile che collega vite del passato a altre del presente. Tutto ciò ha uno scopo preciso ma il lettore lo conoscerà solo alla fine e cioè nel quarto libro della saga. Quel “filo” è andato formandosi nella mia mente quando, curiosando tra alcuni oggetti dimenticati nella vecchia casa di famiglia, ho ritrovato per caso un quadro appartenuto a una zia la cui vita riecheggia in parte ciò che ho scritto su Eleonora. La storia, partita da lì, l’ho voluta collegare a una donna del tempo presente, una creatura che non vive gli orrori di una guerra ma che deve misurarsi con prove e pericoli altrettanto grandi. Quando scrivo parto da un’idea che lascio si snodi da sola man mano che la racconto.
- Eleonora è una figura femminile straordinaria: donna, medico, emigrata, resistente. Una voce fuori dal coro in un’epoca ostile. Alice, invece, vive il dolore contemporaneo della perdita e della solitudine. Entrambe cercano di sopravvivere e rinascere. In che modo questi due personaggi riflettono la sua idea di femminilità e di resistenza?
La mia idea di femminilità è legata soprattutto alla libertà di scelta. L’ho resa evidente in entrambe le epoche descritte. La scelta delle mie protagoniste è quella di sopravvivere a ogni sopruso e violenza, di affermare sé stesse indipendentemente dai limiti prescritti da consuetudini, leggi e regole comunemente applicate. La forza e la determinazione di Alice si svelano pian piano; esplodono alla fine in quello che credo sia un degno finale.
- Vite sul filo del tempo si muove con disinvoltura tra romanzo storico, narrazione psicologica e diario interiore. Ha mai percepito la difficoltà di scrivere un’opera “ibrida”, che rifiuta le etichette di genere? E secondo lei, la letteratura ha ancora il compito di osare sul piano della forma?
Grazie al cielo non mi sono mai lasciata condizionare da nulla. Come già dichiarato, io scrivo e basta. Non ho scritto questo mio ultimo lavoro con l’ambizione di creare un’opera letteraria. Chissà mai che un giorno qualcuno non la consideri tale! Il mio intento è stato solamente quello di scrivere qualcosa di bello, una storia intensa e realistica che riesca ad avvincere il lettore e gli lasci qualcosa dentro. Anche riguardo alla forma ammetto di non averci affatto pensato. Le mie scelte sono istintive, dettate solo da anima e cuore. Nel mio scrivere, anche se a volte non lo vorrei, c’è moltissimo del mio essere e del mio sentire.
- Nel romanzo si percepisce una profonda attenzione alla trasmissione intergenerazionale del dolore, della forza e delle domande irrisolte. Qual è il ruolo della memoria, anche familiare, nel suo lavoro di scrittrice? E quanto crede che il passato influenzi il nostro modo di amare, scegliere, reagire?
La storia che ho scritto è di fantasia. Ė vero però che credo fortemente che insieme ai geni che determinano l’aspetto fisico, vengano trasmesse di generazione in generazione anche le caratteristiche emotive e caratteriali a un nuovo individuo. La memoria si ricostruisce attraverso gli oggetti; un quadro, una lettera, un diario ma conferma la presenza di aspetti caratteriali già presenti nei nostri antenati. Indipendentemente dal libro di cui stiamo parlando, credo che il passato, nel bene e nel male, influenzi fortemente il nostro modo di essere e di agire.
- L’incontro tra Alice e Ivan, così come quello tra Eleonora e Sergio, sfugge alle convenzioni romantiche: sono legami costruiti nel tempo, fatti di ostacoli, di fiducia fragile, di scelte complesse. Che idea d’amore ha voluto raccontare? E quanto è importante, oggi, raccontare relazioni non idealizzate ma profonde?
Ho voluto raccontare un tipo di amore in cui credo e della cui esistenza ho certezza. Quello che credo è che l’unica forza che consente di stare in equilibrio sul filo della vita sia quella dell’amore. La mia non è un’idea romantica e ingenua della vita, anzi. So cos’è la vita! Ė fatta di ostacoli, prove, delusioni, amarezze, fallimenti e tanto altro ancora. Ciò nonostante, credo possibile che ci sia qualcosa di talmente forte e grande da compensare e bilanciare il dolore, qualcosa che ci fa dire che vivere vale senz’altro la pena. A molti sembrerò “antica” ma non importa. Spero che coloro che credono che esista solo il “mordi e fuggi” si diano il tempo di cercare quel di più che da qualche parte li sta aspettando.
- Caterina, nel suo romanzo, si percepisce una densità emotiva e una cura nel raccontare la memoria che fanno pensare ad autrici come Irène Némirovsky , simbolo di una narrativa femminile radicata nella storia e nella memoria. La sua storia come Suite française unisce eleganza nella trama e denuncia morale ed è capace di dare voce alle ferite della Storia attraverso figure femminili intense e complesse. Si riconosce in questo tipo di narrazione?
Questa domanda mi ha obbligato a riflettere a lungo. Essere paragonata a una scrittrice di grande talento qual è ancora Irène Némirovsky mi ha scombussolato non poco. Sono onorata e commossa per la sua comparazione. La Némirovsky è irraggiungibile, lo so bene. Tuttavia, come questa grandissima autrice, anch’io ho cercato di dare voce a due protagoniste vissute in contesti storici diversi ma uguali nel dolore. Eleonora vive sotto ogni aspetto gli anni della seconda guerra mondiale, Alice è parte del tempo degli attentati terroristici e di quelli perpetrati a suo danno. Con il mio racconto ho cercato di celebrare il coraggio, il senso di giustizia e il desiderio di proteggere gli innocenti di due donne guerriere provviste di un cuore grandissimo. Ho scelto di raccontare gran parte della storia con i dialoghi proprio per rendere intensa la loro voce. La mia speranza è di esserci riuscita.
- In Vite sul filo del tempo la scatola dimenticata in dogana per settant’anni è molto più di un espediente narrativo: è una metafora del rimosso, del tempo sospeso, della verità che torna a bussare. Qual è, per lei, il valore simbolico degli oggetti nella narrativa? E cosa ci insegnano sul nostro modo di ricordare o dimenticare?
In realtà con il pacco, più che una di una metafora, ho voluto parlare di destino. Ė il fato che impone l’attesa. Per porre riparo all’obbrobrio compiuto nel passato, tutti i pezzi devono essere pronti e trovarsi al posto giusto. Non aggiungo altro per non rivelare i contenuti dei libri successivi della saga. Il quadro invece accompagna l’intera narrazione; il lago raffigurato sulla tela trasmette calma, parla di pazienza e sembra voler donare una promessa. E quindi parla anch’esso di destino
- Caterina, nei momenti più intensi, i suoi personaggi sembrano aggrapparsi alla scrittura, alle lettere, alle parole non dette. La narrazione sembra diventare un’àncora nel caos dell’esistenza. È questo, per lei, il cuore della letteratura: offrire un ponte tra ciò che è stato e ciò che possiamo ancora diventare?
Certamente. Costruire ponti invece di muri invalicabili dovrebbe essere l’anelito di ogni anima. La parola “letteratura” mi intimidisce un po’ ma sì, un libro è tantissime cose. Per me dovrebbe essere innanzitutto un piacere e poi dovrebbe, con grazia, offrire spunti di riflessione e di crescita emotiva. “Un’ancora nel caos dell’esistenza”? Spero di cuore che per qualcuno possa essere anche questo. Per me ogni libro ben scritto che ho letto è sempre stato cibo per l’anima. Aggiungo soltanto che quando scrivo spero che il lettore veda proiettarsi nella sua mente la storia che sto raccontando.
- Dopo questo romanzo intenso e stratificato, sta già lavorando a un nuovo progetto? Ha in mente di continuare a intrecciare passato e presente, o ci condurrà su nuove strade narrative?
Adesso, con il supporto della mia Editor, sto curando gli ultimi dettagli degli altri volumi della quadrilogia, libri che usciranno rapidamente uno dopo l’altro. Riguardo al “dopo” posso dire che è già iniziato. Il nuovo libro è già a buon punto ma l’ho dovuto lasciare in sospeso per occuparmi di quanto ho già detto. Il nuovo lavoro vede al centro della storia una donna che ha una madre e una figlia; ne descrive le caratteristiche e pezzi di vita condivisa ponendo l’accento sul confronto personale. Ė emotivamente molto intenso e entra nelle profondità dei rapporti individuali. La cosa pazzesca è che avendo già tutto ben delineato nella mente, qualcosa in me sta già abbozzando altro, una storia distopica che parla di azione, di desiderio di libertà e di amori travolgenti. Follia pura!



