Giorgio Infantino: “Scrivo per raccontare ciò che la cronaca non può dire”
Narrare significa osservare, disobbedire, connettere. Giorgio Infantino, autore di noir e racconti visionari, si racconta in questa intervista a L’Epoca Culturale, tra riflessione civile e immaginazione letteraria. Dalla figura del commissario Mastroeni alle contraddizioni del potere, passando per scrittura breve, disagio sociale e piattaforme aperte, emerge il ritratto di un autore radicale e lucido. Scrivere, per lui, è più che un mestiere: è un gesto politico, un modo per restare vivi, anche fuori dai riflettori.
- Giorgio Infantino, lei è laureato in Scienze Politiche, si è perfezionato in ambito economico-finanziario e lavora oggi come consulente assicurativo. Da dove nasce allora la vocazione per la scrittura, in particolare quella così radicata nel noir e nel giallo sociale? Cosa ha innescato il passaggio dalla gestione del rischio alla narrazione del dubbio e dell’ambiguità?
Premesso che un consulente finanziario e assicurativo ha competenze multidisciplinari, tra queste alcune assolutamente attinenti alle scienze umane, quali ad esempio la psicologia e la sociologia, e ferme restando le altre competenze tecniche, scrivere è un dono che avverti fin da quando ne hai consapevolezza. Scienze Politiche, del resto, è un indirizzo di laurea che si presta a sviluppare ed esaltare i collegamenti tra materie tra loro non direttamente connesse. Tuttavia, è anche vero che mi serviva una molla che mi riportasse a scrivere dopo tanti anni in cui il lavoro stava assorbendo la mia anima e quella molla è scattata, a un certo punto, alla fine del 2016, ascoltando un’intervista in tv, alla “scatola scema”, direbbe il commissario Mastroeni, protagonista dei miei gialli. A quel punto, mi sono tenuto ben strette le competenze acquisite sul campo, col lavoro, e prima ancora quelle apprese all’università, valorizzando anche i tantissimi spunti offerti dalle decine di gialli e romanzi vari, anche racconti, letti fin da bambino. In conclusione, non c’è stato un vero passaggio. Ho semplicemente ritrovato un percorso che il lavoro snervante che ho scelto (ma forse sarebbe meglio dire: che ho potuto trovare) aveva in qualche modo interrotto.
- Il commissario Mastroeni, protagonista dei romanzi “Farmaci Scaduti”, “La Gabbia del Gatto”, “Scelte Razionali” e “Under Performance”, non è solo un investigatore, ma un uomo attraversato da dubbi, silenzi, memorie, ombre familiari e intuizioni brucianti. In che misura questo personaggio la rappresenta? È un alter ego? Un osservatore disilluso della società contemporanea?
E’ un personaggio letterario e i suoi dubbi, i suoi silenzi, le sue improvvise alzate di ingegno come pure un atteggiamento che può essere giudicato dagli altri come indolente ma che non lo è affatto, lo caratterizzano come un personaggio anti-massa. In questo mi somiglia, ma non sono io. Nei quattro gialli che ha citato lei, appunto quelli in cui Mastroeni è protagonista, ripercorro anche le ultime vicende della società italiana, ma direi anche occidentale. Dal 2012 in poi, diciamo, con l’instaurarsi di dinamiche socio-politiche ben precise. Queste dinamiche sono rese esplicite al punto da avvertire il lettore del pericolo di una massiccia robotizzazione dell’individuo che, ormai, non è certo una novità.
Offro anche una speranza: il futuro non è già scritto, dipende da noi, dal nostro impegno di cittadini comuni. Il rovescio della medaglia, la parte oscura, se vuole, è il modo in cui la democrazia occidentale, con molte virgolette sulla parola democrazia, evita accuratamente che questo impegno possa manifestarsi e concretizzarsi. In campo letterario, per esempio, basta osservare a chi siano andati i premi del noto liquore negli ultimi anni mentre molti scrittori, incluso me, sono di fatto condannati alla non esistenza a prescindere. Tornando a Mastroeni, egli vive di vita propria, tanto è vero che, di giallo in giallo, inchiesta dopo inchiesta, evolve in qualcosa di diverso e lo avverte lui stesso questo continuo cambiamento da cui è, al tempo stesso, spronato e spaventato. Parallelamente, l’Italia e l’Occidente percorrono il sentiero opposto: si chiudono sempre di più fino a determinare, addirittura, la rinascita degli imperi.
- Come ha costruito nel tempo il personaggio di Mastroeni? È nato da un’idea precisa fin dall’inizio o si è evoluto libro dopo libro? E possiamo aspettarci di ritrovarlo in una nuova indagine in futuro?
E’ un personaggio che ha molti papà, se posso dire così. Ingravallo di Gadda, De Vincenzi di De Angelis, sono solo alcuni di questi papà. In minor misura Maigret di Simenon, Montalbano di Camilleri; in maggior misura il Kostas Charitos di Markaris. In diversa misura, altri ancora, attingendo alla letteratura spagnola, inglese, svedese, turca, anche. Modelli utilissimi ma che, fortunatamente, non hanno determinato un mero copia incolla. La mia vera scommessa è consistita comunque nella costruzione di un personaggio dinamico che evolve nel tempo.
Una costante, tuttavia, in Mastroeni c’è: è la sua meraviglia, quasi paragonabile a quella di un bambino, di scoprire la verità che, inevitabilmente, porta all’acquisizione di un’esperienza e alla voglia di reagire. Da questo punto di vista, la fine di ogni giallo apre in qualche modo il successivo, anche se i quattro gialli possono essere letti indipendentemente l’uno dall’altro. Sull’ultima questione, se cioè ci sarà un quinto giallo con Mastroeni protagonista, la risposta più franca che posso dare è che non lo so. Sto lavorando su un nuovo personaggio, un cronista di nera, dunque temo che Mastroeni andrà in ferie per parecchio tempo. C’è abituato, del resto.
- Nei suoi romanzi “Scelte Razionali”, “Under Performance” e “Farmaci Scaduti”, il potere si presenta spesso come un sistema opaco, sostenuto dalla convenienza e da una diffusa confusione morale. Qual è la sua visione del potere e della giustizia nel mondo reale? E quale ruolo può avere la letteratura nel raccontare ciò che la cronaca tende a normalizzare?
Parto dalla fine. La letteratura ha la licenza di andare dove, molto spesso, un giornalista o un cronista non andrebbe mai. Non per incapacità, ma perché i ruoli sono del tutto diversi come anche i processi che selezionano le notizie (miliardi di notizie ogni giorno) e che determinano cosa debba essere pubblicato o no. La circostanza per la quale un certo signore inizia a mangiare in modo diverso rispetto a prima non ha alcuna rilevanza per il “signor cancello” che seleziona le notizie da pubblicare. Per un lettore di “Scelte Razionali” assume invece un’importanza che può essere giudicata quasi decisiva.
E’ una cartina di tornasole che può anticipare la volontà di un popolo di essere libero o no. Ricorderà, per esempio, prima delle cinque giornate di Milano, durante il cosiddetto Risorgimento, la decisione dei milanesi di non fumare o, prima del divampare della Rivoluzione americana, quella dei coloni di gettare in acqua le casse di té. Quanto al potere, le sue logiche non sono affatto opache, basta volerle vedere e analizzare. Il sistema si basa sulla reciproca convenienza e, se il metro delle democrazie resta quello, l’opacità è solo un alibi che serve a giustificare scelte di convenienza invece di quelle, in genere molto più gravose, dell’essere giusti. L’uomo della strada non ha bisogno di leggere nulla, anche se dovrebbe. Già a pelle sa come vanno le cose. La lettura, lo sviluppo di una coscienza critica, lo aiuterebbe tuttavia a decidere. E’ questo il punto vero.
- “La Gabbia del Gatto” e “Under Performance” sembrano esplorare anche la dimensione interiore del protagonista, spesso lacerato tra dovere e fragilità, in una società che punisce chi non si adatta. Quanto la dimensione psicologica è centrale nel suo modo di costruire le trame e quanto invece si affida alla struttura del genere giallo per parlarci dell’umano?
Lo studio della sociologia e della psicologia mi hanno da sempre affascinato ma quando prendo la penna in mano o batto i tasti come un ossesso per iniziare un giallo o anche una novella non necessariamente di genere giallo, non ho la più pallida idea di quello che scriverò. Le caratterizzazioni dei personaggi mi vengono naturali e in questo una parte l’ha giocata senz’altro la mia esperienza lavorativa di consulente finanziario e assicurativo, molto più simile alla fine degli anni Novanta a quella di un venditore porta a porta che non a una figura di grande professionalità. Era voluto, per blindare le banche.
Alla fine, le banche si sono blindate lo stesso e hanno rilanciato sulle competenze esclusive dei consulenti private per giustificare maggiori commissioni, senza che ciò abbia cambiato però la vera natura di venditore del consulente o assicuratore. In Under Performance svelo questo meccanismo perverso di cui i clienti finali sono spesso ignari. Dietro c’è l’assoluta robotizzazione della persona, ridotto a una macchina per fare fatturato. Una costante, del resto, anche di altri lavori, ormai.
Ovvio che chi si ribella viene punito ma molto spesso queste punizioni sono inutili. Inoltre, chi ha deciso di cambiare, riuscendoci, attribuirà a queste punizioni la stessa importanza che Mastroeni attribuisce al risultato di una partita di calcio, per lui una mera curiosità irrilevante, a differenza della massa, soprattutto maschile che, invece, ai risultati delle partite di calcio attribuisce grande importanza. In questo contesto, chi secondo i canoni sociali è un fallito, viceversa è colui che ha capito tutto e la cui forza non può più essere scalfita da niente. Ha già perso tutto quello che doveva perdere e guadagnato quello che tanti altri non potranno mai capire o avere.
- I suoi racconti – da “Aquile e Gabbiani” a “Racconti vicino al vulcano” e “Storie sospese” – si muovono tra realtà e visione, tra il concreto e l’allegorico. Il desiderio di fuga, la ricerca di libertà, la fatica di vivere sono spesso espresse con un linguaggio che sfiora il poetico. Cosa la porta a passare dal giallo alla scrittura breve e visionaria? Sono due anime separate o convivono dentro la stessa urgenza narrativa?
L’esigenza di raccontare è certamente la stessa. Cambiano i ritmi, la velocità e, molto spesso, la profondità. Nelle storie brevi che pubblico sulla rivista DESTRUTTURALISMO, o nei blog letterari, in poche righe concentro la forza che metto in tante pagine in un intero romanzo o nelle novelle e non ho la benché minima idea di come questo possa accadere. E’ come se qualcuno mi dettasse, volta per volta, quello che devo scrivere ma capisco che sia difficile crederlo. Dunque, anche la forza e la concentrazione del racconto dipendono da una mera casualità e probabilmente dalla dote di riuscire a scrivere più racconti contemporaneamente. Un atleta di solito si specializza. O fa i cento metri, o la maratona, insomma. Ecco, è come se io riuscissi a essere sia centometrista che maratoneta senza sapere, esattamente come chi inizia a correre, come poi andrà la gara.
Ho incontrato scrittori e scrittrici, anche main stream, che restano increduli quando dico loro questo perché, in genere, essi scrivono portando a compimento un’opera alla volta. Non riescono nemmeno a concepire che, per esempio in questo momento, io stia lavorando a dodici romanzi e racconti lunghi contemporaneamente. Ma non so che farci. Poi i romanzi e i racconti “escono” e allora si capisce che non raccontavo balle come si capisce, pure, che la selezione degli autori da parte delle grandi case editrici obbedisce a logiche che prescindono dalla capacità o dalla bravura. E’ come in politica, in fondo. Conta di più un infermiere che in un ospedale ti raccoglie mille voti che un primario bravissimo ma scorbutico che non ti porta nemmeno i voti dei suoi familiari.
- In “Storie sospese” e “Racconti vicino al vulcano”, il mistero diventa quasi metafisico. Eventi inspiegabili, fughe simboliche, colonnelli e geometri che si ritrovano a fare i conti con qualcosa di invisibile ma potentissimo. Sta cercando di dirci che a volte solo l’assurdo può spiegare il reale?
Una parte del reale non confessabile e che il potere tende a occultare, certamente sì. Soprattutto, però, il tentativo è sottolineare l’opportunità che ha ognuno di noi di acquisire altri punti di vista. Un giorno una mia amica mi attendeva sotto un albero. Io vedevo lei e non mi interessavo dell’albero. All’improvviso mi domandò quanti uccelli vedessi poggiati sui rami. “Neanche uno”, risposi d’istinto. “Guarda meglio”, replicò lei. Ne contai otto, alla fine, poggiati sui rami e prima invisibili. A volte il reale non lo vediamo, questa è la verità. Vuoi perché non vogliamo vederlo ma, molto più spesso, perché siamo già condizionati a non vederlo.
- I suoi scritti mostrano una sensibilità spiccata verso il disagio sociale, l’ingiustizia, la solitudine, la crisi dell’individuo. Tuttavia, ci sono anche ironia, leggerezza, piccoli atti di resistenza quotidiana. Cosa le dà speranza oggi? E quali lettori immagina quando scrive?
La maggiore resistenza possibile, scrivere, è anche la mia speranza. Non ho un target preciso, nemmeno cerco di determinarlo, in fondo. Dalle statistiche sulle vendite pare che sia più apprezzato dalle donne che dagli uomini. Non mi sorprende e non credo abbia inciso su questo fenomeno la pubblicazione di “Racconti vicino al vulcano”, un evidente omaggio all’energia femminile, come ammetto io stesso nelle avvertenze di presentazione della raccolta. La vera scommessa è riportare a leggere libri stampati su carta quel venti o trenta percento della popolazione che leggeva esattamente in quella maniera alla fine degli anni Novanta. Ma capisco che è una sfida molto impegnativa e che molti la ritengano anacronistica e impossibile. Ma, di impossibile, nella vita, non c’è niente. Basta avere ancora la capacità di sognare e di crederci, offrendo valide alternative e puntando sulla qualità. Abbassando anche parecchio il prezzo per l’utente finale, già che ci siamo.
- Ha iniziato a scrivere relativamente tardi, nel 2016, ma la sua produzione è già ampia, articolata, coerente. Cosa la tiene fedele alla scrittura? E quali sono, oggi, i suoi riferimenti letterari o culturali più forti?
Cosa tiene un essere umano legato al respirare? L’esigenza di vivere, che in letteratura significa esserci e lasciare tracce. Vero che si scrive, inizialmente, per altri motivi. Fenoglio ne ha dichiarati alcuni in una sua rara intervista il cui estratto è diventato la quarta di copertina di una raccolta di suoi racconti pubblicata postuma. Cito una sua frase come aforisma nella prima novella di Storie Sospese. Ma è ugualmente vero che l’esigenza di lasciare una concreta testimonianza agli altri abbia un ruolo importante nel farmi decidere, ogni giorno, di dedicarmi alla scrittura e a cercare storie in giro per il mondo. Ovviamente, occorre anche immergersi nella lettura di altri autori, sentire quasi dentro le narici l’odore di quelle pagine e apprezzarle come opera completa, includendo i contributi che hanno poco a che vedere con l’autore.
La copertina di un libro, ad esempio, non nascondiamocelo, è uno dei primi fattori che determinano la decisione di acquistarlo e molto spesso questo non c’entra nulla con l’abilità dell’autore. Dunque, ho riferimenti culturali molteplici e, soprattutto, che non mi condizionano nello schema narrativo. Forse è anche vero che sto cercando un mio stile, ma può pure essere che il mio stile consista semplicemente nel non averne uno.
- Sappiamo che pubblica anche racconti brevi gratuitamente online. Cosa significa per lei questa scelta? Un atto di generosità, un bisogno di libertà, o un modo per restare vicino ai lettori senza mediazioni?
Tutte queste motivazioni insieme e una quarta: prendere dal main stream (la piattaforma è gestita dal gruppo GEDI, quanto di più vicino possibile ad una multinazionale multimediale) quello che può dare gratis alla massa, restituendole, per un solo momento, la dignità di sommatoria di individui. Eppure, sono gli individui che vogliono restare massa. Quando mi sono messo a disposizione di varie scuole per pubblicizzare l’uso della piattaforma per incentivare i ragazzi a scrivere testi di narrativa, di teatro, di poesia, non sono stato spesso ben accolto e, al di là di questo, anche dove mi è stato detto che si trattava di un’idea brillante, dopo diversi anni ancora aspetto di poter illustrare ai docenti il progetto, a costo zero per la scuola. Forse il problema è proprio il costo zero. Chissà.
Per completezza, aggiungo che i racconti brevi li pubblico anche sul blog ANTICHE CURIOSITA’ gestito da Thinking Man, una casa editrice con cui ho pubblicato anche ZETAMILLE, una raccolta proprio dei migliori racconti pubblicati sia sulla piattaforma GEDI che sul blog e sulla rivista letteraria DESTRUTTURALISMO, oltre ad altri inediti, illustrata da Mary Blindflowers, che è anche la fondatrice del movimento di arte e letteratura destrutturalista. Anche in quel caso, chiunque ha la possibilità di proporre i propri racconti, ma anche saggi brevi o altro, mandando una semplice mail. Qualcuno ha risposto all’appello e il movimento, piano piano, sta crescendo.
- Infine, se dovesse scegliere una sola frase per definire il cuore della sua poetica, quale sarebbe? E quale domanda le piacerebbe si facesse più spesso, ma nessuno ancora le ha posto?
Lei è molto gentile ipotizzando che io abbia una poetica. Penso di avere solo il dono di saper narrare e di collegare eventi e avvenimenti in modo talmente sorprendente da restarne sorpreso io stesso. Quanto alla domanda che nessuno mi ha ancora posto la lascio all’immaginazione dei giornalisti. Tocca a loro, in fondo, scoprire quale possa essere.



