Il trentunesimo giorno: Dario Tonani riscrive la fantascienza rimodellando il concetto di distopia
Il trentunesimo giorno ( Ed. Mondadori 2023) di Dario Tonani è un romanzo che sorprende e coinvolge sin dalle prime pagine. Fin da subito, insinua nel lettore una intensa curiosità, quella sete di comprensione verso la quale si è spinti nel tentativo di dare un senso a un evento eccezionale, tanto assurdo quanto affascinante.
È difficile, e forse inutile, cercare di incasellare questo libro in un genere preciso. Tonani, già creatore dell’universo di Mondo9, stavolta ci catapulta in un futuro prossimo, nella città di Milano, in un mondo solo lievemente spostato in avanti nel tempo. Non ci troviamo di fronte a un’ucronia, ma piuttosto a una distopia “soft”, dove il confine tra ciò che è reale e ciò che è plausibile è sottilissimo.
Come accadde per Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, testo riconosciuto come uno dei massimi capolavori non solo della letteratura russa ma del XX secolo, anche Il trentunesimo giorno sfugge a qualsiasi etichetta, rifiutando di piegarsi a un singolo genere.
Certo, elementi della fantascienza non mancano, ma non sono quelli canonici o prevedibili. Piuttosto, Tonani attinge allo spirito della New Wave fantascientifica, quel movimento letterario nato dalla fusione di due tensioni: da un lato una ricerca stilistica ispirata al modernismo e alle avanguardie postmoderne, dall’altro la volontà di affrontare temi tabù, spesso trascurati. Questa sembra essere la volontà dell’autore in questo suo ultimo lavoro, usare la fantascienza come lente per leggere il presente.
Nel romanzo, un evento climaticamente estremo, e purtroppo non così inverosimile alla luce dei tempi, investe il pianeta: piove ininterrottamente. Fiumi esondano, le città si allagano, la fanghiglia inghiotte tutto, e l’umidità penetra fin dentro le ossa. Ma se i vivi arrancano nella sopravvivenza quotidiana, sono i morti a portare l’enigma più sconvolgente, poiché i loro corpi, anziché giacere al suolo, cominciano a fluttuare nei cieli. “La gente moriva. E andava letteralmente in cielo, senza che la medicina fosse in grado di spiegarne motivo”.
È da qui che parte una narrazione densa di simbolismi e di azione. La giovane Evelyne, trapezista ed erede di un circo smantellato, cerca rifugio e senso a bordo del suo pick-up insieme al suo fidato scimpanzé Camise. Lungo il percorso incrocia Alvaro, senzatetto e ladro, sopravvissuto per necessità. In questo nuovo mondo dove la normalità sembra un concetto obsoleto, anche le coppie più improbabili diventano fondamento di speranza.
Da questo stato di urgenza nasce la figura degli Zavorranti, squadre speciali incaricate di “tirare giù” i morti volanti, Evelyne e Alvaro si uniscono a loro, muovendosi tra i boschi. Mentre gli scienziati tentano invano di spiegare il perché di questo evento che sfida ogni logica, una misteriosa cometa che attraversa il cielo vicino la Terra, alimenta fenomeni di fanatismo di massa creando non pochi problemi e false speranze.
È in questo contesto surreale che emerge l’umorismo nero di Tonani . Ma non è un umorismo gratuito o crudo, bensì un mezzo per riflettere con amarezza su temi cupi. Come accade in autori come Vonnegut, Swift o Pirandello, il sarcasmo di Tonani non serve a offendere, ma a denunciare. Non c’è solo l’assurdo, ma l’ironia amara dell’umanità alle prese con l’impensabile.
Il romanzo si muove con maestria su più piani, oltre alla storia centrale, Dario Tonani ci offre squarci di umanità colta nei suoi gesti quotidiani, in ogni parte del mondo. Dagli anziani che si ancorano al terreno per paura di volare via, ai trafficanti di esseri umani che sfruttano persino i morti volanti per i loro scopi, tutto si muove tra disperazione o desiderio di riscatto.
I Zavorranti, in questo scenario, diventano cacciatori di cadaveri, bracconieri del dolore. Tirare giù un corpo non è solo un’azione pratica, ma un gesto di dignità. Dare un nome, una storia, un’identità a chi rischia di svanire nel nulla è ciò che ancora rende umani.
Come José Saramago in Cecità, anche Tonani mette alla prova l’anima dell’uomo di fronte all’assurdo. Cosa rimane di noi? L’istinto di sopravvivenza? L’empatia? La solidarietà? Così mentre Alvaro affronta un percorso di trasformazione autentico, altri personaggi, come la cinica e affascinante Grimilde (Zavarronte inflessibile e dispotica), sembrano invece trarre forza dal caos, incarnando perfettamente le contraddizioni dell’umanità.
Il trentunesimo giorno è un libro che si muove su molte strade, rifiuta le etichette e si chiude lasciando spazio a scenari aperti. Come scrive lo stesso Tonani nella sua postfazione, ci offre due finestre da cui osservare il mondo: da una parte la tempesta, dall’altra la quiete. A noi la scelta su dove guardare.
Volare per tornare umani: il Viaggio dell’Eroe nell’odissea sospesa dell’ apocalisse
Nel leggere Il trentunesimo giorno di Dario Tonani, si rimane colpiti non solo dall’originalità dell’ambientazione o dalla forza delle immagini, ma anche dalla struttura che sottende la narrazione. È possibile, e anzi molto stimolante, rileggere il romanzo attraverso la lente del Viaggio dell’Eroe, il celebre schema narrativo individuato da Joseph Campbell e ripreso da autori come Christopher Vogler.
I due protagonisti, Evelyne e Alvaro, incarnano due anime opposte dello stesso percorso: lei legata a un passato ambivalente poetico e crudo da ex trapezista in un mondo circense ormai dissolto; lui radicato nella sopravvivenza più cinica fatta di strada, espedienti, fame. Entrambi, però, sono spinti, più per bisogno che per vocazione, a entrare in un mondo nuovo, destabilizzante, dove anche la morte ha smesso di funzionare come la conosciamo.
L’anomalia dei cadaveri che galleggiano nel cielo è la “chiamata all’avventura”. Il mondo ordinario è rotto, frantumato da un evento inspiegabile che impone domande : chi siamo, se dopo la morte perdiamo anche il peso del corpo? E cosa resta di un’identità, se i segni del nostro passaggio rischiano di dissolversi nel vento?
A introdurli in questo nuovo mondo c’è una figura fondamentale: Scapin, il capo degli Zavorranti. È lui a dare loro uno scopo, una direzione. In termini simbolici, Scapin è il Mentore del viaggio: colui che custodisce la conoscenza rituale e la trasmette, consapevolmente o no, a chi è pronto a riceverla. È lui a strutturare il caos, a trasformare un disastro in una nuova funzione sociale, quella del “tirar giù i morti”, e a dare un senso a ciò che altrimenti sarebbe solo orrore.
E proprio nel mondo dei Zavorranti, Evelyne e Alvaro affrontano le prove che ogni eroe deve incontrare: l’ostilità del mondo esterno, i nemici mascherati da autorità, gli alleati inaspettati, le decisioni morali da prendere in tempi brevi. Tra queste, c’è un momento chiave che richiama le grandi prove della tradizione epica: il ritrovamento della cassetta di sicurezza. Un piccolo oggetto, ma carico di significato. È ciò che resta del passato di un morto, dei suoi affetti, della sua memoria.
Quel ritrovamento non è banale. Segna un passaggio decisivo: non si tratta più solo di tirare giù i corpi, ma di restituire loro dignità. La cassetta diventa, in questo senso, l’“elisir” simbolico del Viaggio dell’Eroe: non un tesoro materiale, ma una rivelazione. Evelyne e Alvaro capiscono che il loro ruolo è più profondo di quanto pensassero. Non sono solo spazzini del cielo, ma custodi della memoria.
Ma ogni viaggio iniziatico incontra la sua Ombra, e in questo romanzo essa prende il volto seducente e spietato di Grimilde. Grimilde avanzò di un passo, ancheggiando dall’alto del suo metro e ottanta di statura. (…) Sfoderò un sorriso seducente. «Lo sapevi che le scarpe sono le prime a… precipitare a terra? Marcendo, i piedi rimpiccioliscono e, lacci o non lacci, a sfilarsi per prime sono proprio le calzature.»Evelyne trovò l’osservazione disgustosa quanto chi l’aveva espressa. Erano bastate due battute per arrivare alla D. Crudele e manipolatrice, Grimilde è disturbante e carismatica, un costante pericolo che si nutre delle fragilità altrui, non è solo l’antagonista: è la prova morale, la tentazione di rinunciare, di cedere al potere o alla paura. Dove Evelyne cerca di restituire umanità, Grimilde impone l’oblio; dove si costruisce memoria, lei vede solo strumenti da usare. Il personaggio senza redenzione.
Il Viaggio dell’Eroe non è una cavalcata trionfale, ma un cammino nella fragilità, nella responsabilità, nella scelta. Evelyne, in particolare, compie un percorso emotivo e morale forte, diventando sempre più consapevole, autonoma, capace di vedere e agire. Alvaro, dal canto suo, smette di essere spettatore cinico e diventa complice di un progetto più grande. Mentre Scapin resta sullo sfondo, come i maghi nei miti classici: osserva, guida, ma non impone.
Il trentunesimo giorno, quindi, non è solo una distopia climatica o un’avventura fantascientifica. È anche un romanzo di formazione, un percorso iniziatico mascherato da apocalisse, in cui il lettore, come i protagonisti, è chiamato a domandarsi cosa significhi davvero “salvare” qualcuno. Se basta tirarlo giù, o se non sia più importante riconoscerlo, ricordarlo, restituirgli un volto.
Alla fine, il viaggio non porta a un lieto fine convenzionale. Ma ciò che Evelyne e Alvaro riporteranno indietro saranno la loro umanità ritrovata e la capacità di dare senso anche alla morte: forse unici elisir possibile in un mondo che ha smesso di offrire certezze.
Destabilizzante e coinvolgente: uno stile che ammalia il lettore
In Il trentunesimo giorno, Dario Tonani adotta uno stile fortemente sensoriale, suggestivo e cinematografico, perfettamente in linea con l’atmosfera disturbante e apocalittica del romanzo. Le sue pagine sono dense di immagini vivide, a tratti crude, che travolgono i sensi del lettore: l’acqua che scroscia incessante, la fanghiglia che inghiotte, l’umidità che si insinua fin dentro le ossa, i corpi che fluttuano in cielo in uno stato di irrealtà angosciante. Ogni dettaglio contribuisce a rendere tangibile lo sfacelo in cui è precipitato il mondo.
Tonani scrive per quadri, come se costruisse ogni scena con la logica visiva di uno storyboard. Alterna momenti di introspezione a sequenze d’azione pura, passando con agilità da microstorie individuali a visioni globali del disastro e qualche flashback. Le descrizioni non sono mai fini a sé stesse: hanno sempre una funzione riflessiva o metaforica, traducendo in paesaggio l’anima ferita dei personaggi.
Il ritmo narrativo è volutamente instabile, spezzato. L’autore costruisce la tensione alternando passaggi lenti, quasi contemplativi, a improvvise accelerazioni drammatiche. Questo ritmo frammentato, fatto di pause e scosse, riflette con efficacia il caos climatico e morale che investe il mondo. L’intreccio si sviluppa attraverso salti di ambientazione, di tono e di registro, in un mosaico coerente ma mai prevedibile.
I dialoghi sono secchi, scarnificati, spesso essenziali fino all’osso. I personaggi parlano come chi vive ogni giorno in uno stato d’emergenza: non c’è tempo per fronzoli. Eppure, in questa economia di parole, si apre spazio per una gamma emotiva profonda, che va dal cinismo alla tenerezza. «Se vuoi che il secondo vada meglio, non devi mai dare strattoni. Pensa al cadavere come a un aquilone nel vento.» Gli sorrise con complicità. «Il tuo aquilone.» Gli diede un buffetto sulla guancia. I silenzi, le frasi sospese, i non detti sono parte integrante del discorso, e contribuiscono a definire la psicologia dei protagonisti con finezza. Alvaro parla con disincanto, Evelyne con un’ingenuità ferita.
Il lessico usato da Tonani è ricco e attentamente selezionato. Alterna termini tecnici e scientifici, spesso legati al clima, alla decomposizione, alla meccanica, a un linguaggio poetico, evocativo, con parole che sembrano scolpite più che scritte. Termini come “zavorrare”, “spiccare il volo”, “sbrindellati”, diventano carichi di una doppia valenza, concreta e simbolica. Non manca una certa creatività linguistica: neologismi, deformazioni e nomi inventati (come Zavorranti) contribuiscono alla coerenza di un mondo narrativo che ha le sue leggi, il suo lessico, la sua logica.
Un’altra cifra stilistica forte è l’umorismo nero, che affiora in momenti inaspettati e mai in modo gratuito. Tonani usa il grottesco con intelligenza e non per ridicolizzare, ma per smascherare. L’ironia tragica, l’assurdo, la comicità della morte sospesa nei cieli servono a rimettere al centro la domanda più essenziale: cosa resta dell’essere umano di fronte a ciò che non può essere spiegato? “Cadaveri. Una dozzina almeno. Altezza, cento-centocinquanta metri; uno stormo spinto dalla pigra bonaccia in quota, sulla direttrice ovest-est. Si tenevano uno a ridosso dell’altro, supini e con i piedi in avanti, come se fossero una famiglia o una combriccola di amici perdigiorno.”
In definitiva, lo stile di Tonani è ibrido, stratificato e profondamente umano. Sa essere crudo e delicato, lucido e visionario, asciutto e lirico. In un romanzo dove anche la morte ha smesso di toccare terra, è proprio la parola a rimanere ancorata al suolo, a offrirci l’unico appiglio possibile: quello della narrazione.
L’Autore
Dario Tonani, milanese, una laurea alla Bocconi, è giornalista professionista. Ha pubblicato, in Italia e all’estero, una decina di romanzi e oltre cento racconti su antologie, quotidiani nazionali e sulle principali testate di genere italiane (“Wired”, “Urania”, “Giallo Mondadori”, “Segretissimo”, “Millemondi”, “Robot”). Per Mondadori sono usciti i romanzi Infect@ (2007), L’algoritmo bianco (2009), Toxic@ (2011), Cronache di Mondo9 (2015), Naila di Mondo9 (2018) e Mya di Mondo9 (2022), appartenenti al ciclo di “Mondo9”, la sua opera più nota e premiata, entrato nella “Top 10” dei migliori titoli di science fiction dell’anno in Giappone e Russia. Tutta la saga sarà disponibile prossimamente in audiobook. Tra i numerosi riconoscimenti, Tonani ha ricevuto il Premio Europa come miglior scrittore di fantascienza del 2017.
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