Il dialetto lucano rivive nella traduzione de Il Piccolo Principe: il progetto di Assunta Totaro
Assunta Totaro, seconda classificata al contest “Racconta l’immagine” con il racconto Il mio pensatoio, ci parla del suo progetto di traduzione de Il Piccolo Principe in dialetto roccanovese edito da Edigrafema CE di Matera. Un lavoro nato dall’amore per la letteratura e dal desiderio di preservare l’identità culturale della Basilicata.
La traduzione de “Il Piccolo Principe” in dialetto lucano è un progetto molto originale e affascinante. Qual è stato il suo obiettivo principale nel voler portare un classico della letteratura in una lingua locale come il roccanovese? Cosa l’ha spinta a scegliere proprio questo libro
Mi innamorai di questo libro quando iniziai a leggerlo a mia figlia bambina. In seguito, scoprii che, dopo la Bibbia, è uno dei libri più tradotto al mondo, così cominciai a collezionarlo. Ne possiedo tantissime versioni. Nel 2015, con la perdita dei diritti d’autore, il romanzo iniziò ad essere trasposto anche nei dialetti italiani e non solo. In quanto collezionista, cercai subito le nuove pubblicazioni, scoprendo con dispiacere la mancanza di una versione lucana. A quel punto mi attivai per tradurlo. La scelta di pubblicare questo classico in dialetto è dovuta al desiderio di preservare l’identità culturale e al cercare di costruire un ponte tra passato e presente, incoraggiando un dialogo intergenerazionale sulla bellezza del dialetto e le radici.
Nel corso della traduzione, quali sono state le maggiori sfide linguistiche che ha affrontato, soprattutto considerando la ricchezza del dialetto lucano e le sue differenze rispetto all’italiano? Come ha conciliato il mantenimento dell’autenticità del dialetto con la fedeltà al testo originale?
Non è stato facile fare la trasposizione in dialetto lucano. Anche se sono stata esposta al dialetto, spesso mi mancavano dei termini e sono dovuta ricorrere a mia madre, a mia zia, alle comari vicine di casa. I dialetti sono in continua evoluzione, perché si contaminano tra loro e per la tendenza a italianizzare. Ho cercato di fare una traduzione letterale, utilizzando il dialetto di mia madre, quasi novantenne, ma indubbiamente l’aiuto del Centro Internazionale di Dialettologia, nella figura della dott.ssa Del Puente è stata fondamentale.
Il dialetto roccanovese è ricco di storia e cultura. Quali aspetti della cultura e della storia locale sono emersi maggiormente durante la traduzione? Ci sono stati momenti in cui ha sentito di dover adattare il contenuto per meglio rispecchiare la realtà del suo territorio?
Il roccanovese presenta regole fonetiche, morfologiche e sintattiche ben precise che lo caratterizzano. Ad esempio, si usa tenere in luogo di avere:
Quand’anne tene? = Quanti anni ha?
Tene presse/bbsogne = Ha fretta/bisogno
Tenghe feme = Ho fame
A parte la peculiarità del linguaggio, durante la traduzione non sono emersi aspetti particolari e non è stato necessario adattare il contenuto per meglio rispecchiare la realtà del territorio.
La collaborazione con Patrizia Del Puente e il Centro Internazionale di Dialettologia è stata cruciale per garantire una trascrizione accurata del dialetto. Quanto è importante, secondo lei, salvaguardare i dialetti attraverso la letteratura e quali sono i benefici di una corretta codificazione linguistica per le nuove generazioni?
La lingua/il dialetto è il documento storico più importante di ogni comunità, l’unico documento storico nel quale si può leggere la storia completa di un popolo. Ogni volta che viene pubblicato un libro in dialetto è una conquista per la Cultura perché, come si sa SCRIPTA MANENT e lasciare ai posteri dei libri nei quali ritrovare le lingue parlate così come nei tempi passati significa consentire loro di riappropriarsi della propria identità.
Oltre alla traduzione del “Piccolo Principe”, sta lavorando a una raccolta di racconti che uscirà nel 2025 e a un romanzo storico. Può darci qualche anticipazione sui temi principali di questi progetti e su come il suo background culturale influenzi la sua scrittura?
I racconti sono legati da un fil rouge, è un viaggio molto particolare. Parlano di donne, uomini, amore, disamore, insomma della vita. Il romanzo storico è ancora in fase embrionale. Posso dirvi che le protagoniste sono donne in cerca di riscatto. In ciò che scrivo, come tutti gli scrittori, metto me stessa, le persone che vivono intorno a me, gli ambienti che frequento. Amo molto leggere, quindi traggo ispirazione anche da ciò che leggo.
Nel racconto “Dominae Herbarum”, incluso nell’antologia “Violate”, ha esplorato temi legati alle donne e alle loro storie. In che modo queste tematiche continuano a influenzare la sua produzione letteraria e quali messaggi desidera trasmettere ai lettori attraverso la sua narrazione?
Queste tematiche influenzeranno sempre ciò che scriverò perché non accetto la violenza né fisica né psicologica come un fatto culturale. Mi auguro che presto non avremo più bisogno di distinguere in uomo o donna, ma parleremo di esseri umani come creature con pari dignità.
Cosa significa per lei, a livello personale, il legame con la sua terra d’origine, la Basilicata, e come questo legame influenza il suo modo di vivere e scrivere, nonostante la sua vita sia ora radicata altrove? Quali emozioni le suscita scrivere nel dialetto delle sue radici familiari?
Negli anni Sessanta, i miei genitori con due bambini piccoli, così come tantissime famiglie, sono immigrati a Piossasco, a pochi chilometri da Torino. Cercavano un lavoro, un futuro da regalare ai propri figli. Si lasciarono alle spalle il paese con la valigia di cartone, ma soprattutto con la tristezza nel cuore, per aver lasciato gli affetti più cari, e con la rabbia, perché quella terra non era stata in grado di provvedere a loro. Fortunatamente non erano soli, molti paesani fecero lo stesso viaggio della fortuna, così si ritrovarono e crearono una piccola comunità roccanovese nel nuovo paese.
Durante le vacanze estive, i miei fratelli venivano mandati dai nonni e avevano così modo di continuare a vivere le atmosfere del paese d’origine. A me non è mai stato concesso, perché ero la più piccola. I miei genitori parlavano in dialetto, ma non volevano che lo usassi, perché ritenevano fosse rozzo. Io mi sono sempre sentita una oriunda, né piemontese, ma nemmeno lucana. Fino a quando, lo scorso anno, ho fatto due esperienze: ho partecipato ad un paio di commedie teatrali, recitando piccole parti in dialetto e, dopo più di trent’anni, sono tornata a Roccanova. Inoltre, ho iniziato a scrivere in dialetto. È stato come rafforzare un legame che era latente, c’era, aspettava solo di venir fuori. Ho capito cosa vuol dire appartenere ad un luogo. Ho capito cosa sono le ‘radici’. Oggi mi sento lucana.
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