18/04/2026

Racconto di Emanuela Franceschin

Puorte ‘e cazune cu nu stemma arreto. 

Na cuppulella cu ‘a visiera aizata. 

Passe scampanianno pe’ Tuleto, comm’a nu guappo, pe’ te fá guardá

Continuo fischiettando, percepisco i miei passi veloci che calpestano il marciapiede bagnato, non è da tanto che ha smesso di piovere, alle cinque del mattino in giro ci sono ancora persone, alcune hanno l’ombrello aperto. Le luci dei lampioni accarezza la via principale specchiandosi sull’asfalto, mi piace molto questo momento. Tu vuo’ fá l’americano, mericano, ‘mericano. Va alla grande la nuova canzone di Carosone.

Si è alzata una leggera brezza, sistemo il cappello, tiro su il colletto della giacca nera ornata di lustrini, la solita che metto per il lavoro al Casio-Music-Food and Drink. Un locale gestito da Vito, anche lui di origini napoletane come me. Tasto nella tasca, ho voglia di una sigaretta, benché sia stato per tutta la notte incorniciato dal fumo. Mi fermo all’angolo, tiro fuori un’Alfa, la rossa senza filtro, mi piace lei, così schietta; sento lo stridio del primo tram mattutino che sta per sopraggiungere, mi sposto di lato altrimenti mi schizza sui pantaloni.

Inalo una boccata di fumo speziato, me lo gusto in bocca per alcuni secondi, con lentezza lo faccio scendere, sento i polmoni che si gonfiano in ogni punto, decido di farlo risalire, lo faccio uscire dal lato destro della bocca, nel sinistro tengo la cicca a pelo sulle labbra. Ho circa una mezz’ora di strada per arrivare al mio appartamento e trovare la mia vita normale e me, di nome Giulio Corradini; invece, quando salgo sul palco del night club, seduto al pianoforte, sono Giò-Vesus.

Sorpasso un gruppo di ragazzi che ridono e parlano forte, dall’alto dei palazzi il cielo sembra rischiararsi, da troppo tempo persiste questa pioggia. “O tiempo passa e ‘e ccose se scòrdano.” Il tempo passa e le cose si dimenticano. “Time passes and things are forgotten.” Da quattro anni vivo qui, e mi sento sdoppiato, anzi triplicato: penso in napoletano, dico in italiano e ripeto in inglese. Getto il mozzicone nel rivolo, rallento, lo vedo galleggiare, lo seguo con l’occhio finché scompare nella bocca del tombino.

Stasera non c’era, non era la sua serata. Da alcuni mesi mi hanno affiancato un’altra voce, dicevano che si incastrava bene con la mia; io dico che è perfetta. Io, con un tono potente e un po’ grattato, e lei, dolcemente modulato. Giusta. Sì, ci siamo amati da subito. Sento la gola secca, avrei voglia di un whisky, allungato leggermente con la cola e uno spicchio di limone. Non l’avevano mai sentito, ma da quando l’ho richiesto a Jennifer, la ragazza del bar, tanti altri l’hanno ordinato. Mi guardo attorno, non c’è più nessuno, il cielo si sta aprendo al nuovo sabato e io sono arrivato.

Salgo i sei scalini per raggiungere la porta d’ingresso del palazzo in stile Liberty, prima di accedervi alzo lo sguardo su quello di fronte, è tutto chiuso come la maggioranza. Guardo l’ora, sono quasi le sei, non c’è ancora Christopher che sbircia dalla fessura per controllare il passaggio. Entro nell’ascensore con i riccioli floreali in ferro battuto, pigio l’ultimo piano, dopo uno scossone si avvia.

Esco dalla doccia, in vestaglia da bagno mi dirigo in salotto, mi verso quell’amato liquido, passo in rassegna il posto spoglio in cui vivo. Con me non ho portato nessun ricordo. Ho lasciato nel paese: gli occhi feroci di mio padre, quelli in agonia di mia madre, ho abbandonato anche lo sguardo di Anna, dapprima dolce e poi pieno di odio; benché io volessi solo amarla. L’unico rammarico è stato per Radio Partenope.

Scrollo le spalle, alzo il bicchiere e davanti al traffico cittadino del nuovo giorno, mi dico acqua passata, ora c’è Ivy Ellis per tutto il pubblico, per me e solo per me è Evelyn. Osservo di nuovo la sua finestra, vorrei essere lì. Mi gusto il sorso di liquido, vorrei avere la sua bocca da assaggiare, sì mi dichiaro, alla mia figura riflessa sul vetro, la voglio. Mi butto sul letto, so che la sognerò.

Ore 18:10. Sono ancora per strada, mi piace camminare in questa città che sa di futuro, di gente libera da qualsiasi passato. Non ho trovato difficoltà; avevano necessità di persone italiane che sapessero fare le pizze. Questa novità sta spopolando in tutta l’Inghilterra e anche nel resto del mondo. Quando ho detto a Thomas che ero napoletano, per poco non mi baciava. Entro al “Bell’Italia”.

«Hello Gioi-pizzi, il solito?»

«Ciao Thomas, grazie.» Lo guardo con quell’espressione da burbero, ma in realtà ha un cuore d’oro. Mi deposita il bicchiere sul piano del bancone e dice: «Abbiamo la serata piena, grazie a te.» Alzo il bicchiere e lo tracanno. «Allora non c’è tempo da perdere.»

Deposito l’abito nell’armadietto, quello che mi servirà per le ore notturne, e infilo gli indumenti bianchi. Mi piace lavorare con le mani, preparare le porzioni di pasta lievitata, manipolarla con amore, come quando accarezzo i tasti per suonare.

Orno le pizze con i vari ingredienti. Il calore del fuoco mi fa pensare a Evelyn, all’ardore che avrà il suo corpo, stanotte è quella giusta; so con esattezza che si donerà. L’ho capito dal modo in cui intona li “I love you”, come mi guarda quando cantiamo lo stesso “refrain” ritornello, quando si adagia sulla coda del pianoforte, da come mi abbraccia quando riceviamo gli applausi.

Il night-club è ancora vuoto, faccio il giro per andare sul retro, passo vicino ai tavolini di legno scuro, su ognuno ci sono tre candele che saranno accese al momento opportuno, accanto un bocciolo di rosa rossa. Sulle pareti porpora ci sono i lumi dorati. Mi avvicino al bancone in noce abilmente intarsiato. Ricevo un sorriso e un saluto. «Ehilà, Giò, ti faccio il solito?»

«Grazie, Jennifer, me lo porti vicino al pianoforte. È già arrivata?» La vedo annuire.

«Giò-Vesus, sei qui! Stanotte sfondiamo.» Ricevo una pacca sulla spalla dal proprietario in un elegante gessato grigio.

Davanti allo specchio controllo la mia figura, e sono un gran bell’uomo. Nei miei occhi intravedo quelli di mio padre e con forza anniento quell’immagine. Con calma ritrovata, chiudo i bottoni, sistemo la giacca, metto a posto il papillon scarlatto.

Mi dirigo verso il palco posizionato al centro, noto che c’è un flusso di gente che aspetta i camerieri per ricevere il tavolo assegnato. L’odore del cibo si espande, storco il naso e la vedo: si è vestita di rosso per me, sento uno spasmo attanagliarmi lo stomaco. Sorride e mi guarda, l’accarezzo con gli occhi, vorrei mangiarla tutta, mi porge il bicchiere, ma si ritrae e ne beve un sorso ridendo. Sono sicuro che mi ama.

Avvolti dalla magia, la notte procede con affinità di duetti. Mi guarda come se mi considerasse di sua proprietà, tocco i tasti come se palpassi lei; lei capisce, mi sfiora con le mani, mi stuzzica con le unghie laccate. Chiudo gli occhi, vorrei essere toccato ora, ma devo aspettare.

Le porgo il soprabito e l’aiuto a indossarlo. «Grazie, tesoro», pronuncia quella bocca straordinaria.

Camminiamo vicini, con il braccio sinistro contorno le sue spalle, lei si aderisce. E penso: è già mia. Proseguiamo nel silenzio della notte, è domenica, i tram tardano a passare.

Siamo sotto al suo palazzo, le chiedo di brindare alla bella serata. «E perché no!» dice. Assaporo una carezza sul petto, ne sono sicuro, non me la sono inventata. La seguo su per le scale, sta parlando dell’ascensore rotto, capisco solo poche parole, sono attirato da quelle movenze, da quelle natiche che ondeggiano a ogni gradino.

Apro per lei la porta, appena la chiudo afferro Evelyn, il soprabito, il vestito rosso e li stringo. Cerco le sue labbra, aderisco al suo meraviglioso corpo, con impeto le calco il membro sul pube. «Sei mia» le sussurro all’orecchio mentre lo assaggio. Ricevo una spinta, sono perplesso, la sento dire svariati no. Sono confuso, e io di riflesso dico tanti sì. «Sei mia», guardo i suoi occhi pieni di… Non capisco, la scosto per osservarla meglio, sento aghi al posto del suo sguardo.

«No, non voglio, vattene.»

«Io ti amo e anche tu.» Continuo ad abbracciarla, ma è rigida, cerca di scappare. «Canti sempre per me.» le ripeto varie volte.

«Non per te, ma per il pubblico.»

«Ho visto i tuoi sguardi e le tue provocazioni.»

«È tutto una finta per fare divertire.»

«Non ti credo» dico stringendole le mani. Le esce una stridula risata, butta la testa indietro e la sento dire che lo fa per gioco. Con gli occhi spalancati, afferma: «I clienti ci apprezzano pensandoci innamorati, ma io non lo sono, non sei nemmeno il mio tipo.»

Sento lo stesso formicolio alle mani, quello che avevo provato per Anna. La odo di nuovo che mi intima di uscire, osservo la sua espressione di odio, esamino quel dito che indica la porta. Il formicolio diventa fuoco; mi attacco al suo meraviglioso collo e lo stringo. I suoi lamenti mi infondono coraggio e premo le dita sulla sua amata giugulare, mi afferra le mani, ma questo mi dà potenza, vedo le sue iridi ingrandirsi e dopo un fremito annebbiarsi.

Piano il suo corpo si affloscia e si arrende all’inevitabile.