Don Quichotte al Teatro Massimo, ovvero magia
Articolo a cura di Gigi Vinci
Miei cari lettori, lasciate che vi accompagni nel cuore di una serata al Teatro Massimo, dove i passi dei ballerini trasformano la musica in racconto.

Parlo di Don Quichotte, capolavoro di Ludwig Minkus, che per il 2026 prende nuova vita grazie alla coreografia di José Martínez, direttore del corpo di ballo dell’Opéra National de Paris. Martínez, pur imprimendo la propria sensibilità con inserti più coerenti alle danze andaluse, con passi di flamenco tanto graditi al pubblico, resta fedele alla grande tradizione di Marius Petipa. Lo spettacolo nasce in collaborazione con il Ballet de l’Opéra National de Bordeaux.
Prima di proseguire, una piccola confessione, ogni cast ha i suoi mirabili interpreti che imprimono valore, identità e dignità, poi c’è il pubblico che sceglie chi seguire in base alla propria sensibilità, chi amare, chi custodire nella propria memoria emotiva. L’unico criterio autentico è il legame che si crea tra spettatore e interprete, come una volta disse Michele Perriera, durante un laboratorio teatrale, il rapporto tra artista e spettatore dev’essere lo stesso che si instaura tra un esibizionista e il suo voyeur, entrambi provano godimento.
Proprio questo mi ha spinto verso il secondo cast, dove si manifesta un’intesa artistica rara, quella tra Yuriko Nishihara e Alessandro Cascioli. Li ho visti crescere a Palermo, ne ho seguito ogni passaggio artistico e posso dirlo senza esitazione, questa è una coppia capace di trasformare il balletto in racconto. Che storia è Don Quichotte vi chiederete. Nato nel 1869 per il Bol’šoj, il balletto cattura l’anima giocosa e romantica del romanzo di Miguel de Cervantes, concentrandosi sull’amore ostacolato tra la vivace Kitri e il barbiere Basilio, mentre il cavaliere errante veglia su di loro. Non è soltanto tecnica, è teatro, ritmo, complicità, respiro condiviso, ma c’è un elemento in più che qui a Palermo risuona con particolare forza, l’anima spagnola. Si racconta che il re di Spagna Felipe VI durante una visita in città avesse dichiarato di sentirsi a casa. In effetti Palermo e la Sicilia portano ancora impressi i segni profondi di quella cultura.

Nel primo atto la scenografia sembra evocare, quasi come un riflesso, la Cala nei pressi della Madonna della Catena e poi gli oggetti, il ventaglio, il tamburello, elementi che appartengono tanto alla tradizione iberica quanto alla nostra cultura siciliana. Anche molte danze richiamano chiaramente le nostre radici popolari, creando un ponte emotivo tra palco e platea.
Il primo atto è un trionfo di vivacità e colori, giocoso e brillante. Il secondo cambia respiro, diventa poetico, sospeso, quasi surreale, capace di incantare lo sguardo e rallentare il tempo.
In questo quadro merita una menzione speciale Emilio Barone, particolarmente convincente nella danza dei gitani, capace di imprimere energia e carattere alla scena. Il terzo atto e’ potenza e tripudio sino alla chiusura del sipario.
Andiamo alla magia.
Yuriko Nishihara, permettetemi di dirlo senza giri di parole, è pura eleganza tecnica ed interpretativa, come la principessa Yuki, nel film “La fortezza nascosta” di Akira Kurosawa del 1958, quando danza con il popolo con grande nobiltà e sensibilità, ogni movimento è creazione, luce, armonia.
Alessandro Cascioli è invece un’esplosione di vivacità travolgente, una festa di gioia e potenza. Nel terzo atto, difficilissimo, si dimostra l’artista che è. Non sbaglia una sequenza, ma soprattutto conquista per le sue straordinarie capacità attoriali e interpretative. La sua pantomima è chiarissima, leggibile, profondamente efficace nel raccontare la storia, un raro esempio di come tecnica e teatro possano fondersi in un’unica, autentica verità scenica.

Applausi ripetuti e convinti per tutti, costumi meravigliosi di Mario Celentano, molti avrei desiderato indossarli, poi arriva il momento finale, un’esplosione di gioia, avevo le lacrime agli occhi e non ero il solo.
Dopo avere stretto i nostri artisti in un lungo e sincero abbraccio, torniamo a casa con gli occhi colmi di bellezza e il cuore leggero. Perché in quella sera il teatro ha compiuto la sua magia più grande, ci ha resi più vivi, più sensibili e ci ha ricordato ancora una volta che l’arte non è mai soltanto spettacolo, ma un viaggio che ci riporta a casa diversi, forse migliori, con l’anima un po’ più vicina a Dio, che è sublime bellezza.

Vostro,
Gigi Vinci



