Mandorlo in Fiore – Festival Internazionale del Folklore
Rubrica a cura di Gigi Vinci
Cari lettori…
Immaginate con me una grande sala da ballo della storia: le luci soffuse, il pavimento di legno che scricchiola appena sotto i passi, una melodia lontana che vi guida come fosse un filo invisibile. La danza, prima ancora di essere spettacolo, è stata il linguaggio segreto della comunità, una lingua che tutti capivano senza bisogno di parole.


Molto prima che i nobili si affacciassero nei saloni dei palazzi, uomini e donne danzavano nei villaggi, in cerchio, celebrando raccolti, matrimoni e riti stagionali. Quelle danze, che oggi chiamiamo folk, erano semplici eppure straordinariamente potenti: passi condivisi, ritmi ripetuti, identità collettiva. Da quei cerchi e da quei passi nasceranno tradizioni immortali, ma, miei cari, come spesso accade, ciò che nasce tra la gente comune finisce per sedurre le corti.
Nel Seicento, nella corte scintillante di Louis XIV, la danza divenne status, potere e seduzione. Non un passo era mai innocente… ogni gesto diceva chi eri e quale fosse il tuo rango. Il Re Sole capì che governare i movimenti equivaleva a governare i cuori e le menti dei nobili. Con la fondazione dell’Académie Royale de Danse, ogni inclinazione del capo e ogni oscillazione del piede erano codici segreti: chi non li conosceva rimaneva fuori dal gioco della vita mondana.
Andiamo a noi. La contradance, amata dal popolo e dall’aristocrazia siciliana, era un elegante dialogo tra file di coppie contrapposte. Ogni movimento era una conversazione, ogni scambio di sguardi una promessa di galanteria: una danza sociale in cui l’ordine dei passi rifletteva l’ordine della società stessa. E quante storie segrete si raccontavano in quelle linee ordinate, tra un inchino e una reverenza…
Poi venne il teatro, come lo intendiamo oggi, e con esso i balletti russi dell’Ottocento, che portarono le danze popolari sul palcoscenico come mai prima d’allora. Nel celebre The Nutcracker di Pyotr Ilyich Tchaikovsky, danze di ogni parte del mondo si intrecciano: che meraviglia il vorticoso Trepak! Il folklore diventa teatro e il teatro diventa memoria… ogni passo racconta mille storie.

E qui, cari lettori, permettetemi una confidenza personale.
Ho praticato danza folkloristica per tanti anni con il coreografo Pippo Agozzino nel gruppo Val d’Akragas e ho partecipato a diverse edizioni del Festival Internazionale del Folklore. Con il passare degli anni ho continuato a seguirlo: questo mi ha permesso di apprezzare l’evoluzione delle tradizioni.
Le danze balcaniche, ad esempio, inizialmente semplici, come tutte le danze popolari, sotto il comunismo divennero, nei gruppi di Stato, sempre più rigorose nella tecnica classica e via via più acrobatiche, con una vera esplosione di energia. Un caso particolare è la Georgia dell’ex URSS, dove oggi assistiamo a ballerini sulle punte di morbidi stivali che sfidano la gravità con una grazia e una forza che lasciano senza fiato. E quante volte ho trattenuto il respiro ammirando l’equilibrio perfetto e l’ardire di quei danzatori…
Poi, come in un cambio di scena teatrale, arrivano le coreografie sudamericane. Qui il passo racconta storie di riti precolombiani, tamburi ancestrali e melodie iberiche che si intrecciano, dando vita a danze cariche di ritmo e colore. Ogni gesto, ogni tamburo, ogni passo diventa il racconto di terre lontane e di memorie antiche.
Ebbi anche l’onore di conoscere Sonia Osorio, celebre ballerina e coreografa, fondatrice del Ballet Nacional de Colombia, nonché moglie del famoso pittore Alejandro Obregón. Insieme a Fernando Botero, furono figure di spicco della cultura colombiana.
Ogni volta che ascolto le musiche sudamericane, inevitabilmente il pensiero corre a mia nonna, nata in Paraguay, a Villa Florida. I suoi racconti, così pieni di vita, mi riportano a narrazioni che sembrano uscite dalle pagine di Gabriel García Márquez, dove realtà e sogno si intrecciano come i passi di una danza infinita. E quante volte ho chiuso gli occhi, lasciandomi trasportare dai suoi racconti, come se fossi anch’io in quella festa lontana…
Ed eccoci, cari lettori, al presente.
Oggi le danze folk continuano a evolversi, vive come non mai. Nei festival internazionali, nei teatri e nelle scuole di danza, tradizione e innovazione dialogano costantemente. I coreografi mescolano passi antichi con linguaggi contemporanei, creando nuove forme artistiche senza mai perdere le radici.
Perché la danza popolare non si ferma mai: dai villaggi alle corti, dai palcoscenici ai festival del mondo, continua a trasformarsi, attraversando culture e generazioni.
E così, mentre l’orchestra della storia abbassa lentamente il sipario, permettetemi di firmare questa mia cronaca danzante.
Vostro,
Gigi Vinci dal Festival Internazionale del Folklore di Agrigento.




