18/04/2026
1992.  LA GRANDE CRISI ITALIANA
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1992.  LA GRANDE CRISI ITALIANA

Mar 24, 2026

Un libro ne racconta cause ed effetti

Articolo di Giovanni Burgio

Se tre docenti di storia contemporanea dell’Università di Palermo scrivono un libro sul 1992, si pensa che le stragi di Capaci e via D’Amelio, lo shock provocato da quei tragici eventi, l’evoluzione di Cosa nostra negli anni successivi, siano i temi centrali trattati nel saggio.

Invece, Manoela Patti, Tommaso Baris e Antonino Blando, abbandonano la visione Palermocentrica, come dice nella prefazione il professore Costantino Visconti, e spostano lo sguardo sull’intero territorio nazionale, sulla grande crisi politico – economica che ha investito il paese in quegli anni. Esaminano cioè quello che è successo prima e dopo il terribile 1992, linea di demarcazione, ormai generalmente accettata, tra la Prima e la Seconda Repubblica.

Il libro è piccolo, sia di dimensioni sia di pagine (146), ma i contenuti sono tanti, forti, intensi e importanti. La lettura non è né semplice né leggera perché non si raccontano semplicemente gli eventi di quel periodo. Piuttosto ci sono analisi accurate e approfondite di quel travagliato periodo storico, tenendo conto dei tanti studi e osservazioni fatti da storici, politologi, sociologi, giornalisti, uomini politici.

Quello che si nota è che tutt’e tre gli storici, e in particolare modo Blando, forniscono un’interpretazione critica e controcorrente di quel che è avvenuto e di come finora è stato raccontato. Per esempio, si smitizza l’immagine di una mafia siciliana onnipotente e infallibile che dallo sbarco degli alleati in Sicilia nel ’43 alle stragi del ’92 tutto ha deciso e tutto ha mosso, manovrando Capi di Stato, Presidenti del Consiglio, governi, ministri e quant’altro.

Di questo libro ci limiteremo a citare soltanto alcune sollecitazioni che ci hanno colpito, ma il testo contiene innumerevoli altri argomenti e chiavi di lettura di quegli anni fondamentali per la storia d’Italia.

Intanto il volume si apre con “una scoperta”, come la definisce nella prefazione Costantino Visconti. Si tratta di due lettere del 26 settembre 1990 dell’allora capo dello Stato Francesco Cossiga indirizzate al presidente del Consiglio Giulio Andreotti e al ministro della Giustizia Giuliano Vassalli. In queste due missive il Presidente della Repubblica proponeva la nomina di Giovanni Falcone a Direttore Generale del Ministero della Giustizia.

Aldilà di tutte le animate e innumerevoli polemiche che investirono allora Falcone per il suo trasferimento a Roma, questa corrispondenza, dice Visconti, sancisce due realtà di quel tempo: da un lato il riconoscimento dell’alta professionalità e competenza raggiunta dal giudice palermitano, dall’altro che i principali vertici delle istituzioni volevano avvalersi di queste qualità per rispondere in maniera ferma e decisa al grave clima di allarme suscitato dalla violenza mafiosa.

Passando ad esaminare più da vicino i tre contributi, quello di Manoela Patti si concentra sulla trasmissione tra le varie generazioni della memoria delle stragi di mafia del ’92. La storica contemporaneista pone i seguenti quesiti: chi ha vissuto quei tragici eventi, ha raccontato quel che è successo a chi non era ancora nato o era troppo piccolo per ricordare? E come è avvenuta questa narrazione?

Riferendo di un ciclo di seminari tenutisi nel 2022 e denominato “Officina ‘92/’22”, svolto all’interno del laboratorio di storia orale “1992. La memoria” che ha coinvolto docenti, studenti e protagonisti del periodo delle stragi, la studiosa fa due considerazioni di rilievo. La prima è che i ragazzi mostrano di sapere poco o nulla di Cosa Nostra prima delle stragi; per esempio non conoscono la seconda guerra di mafia e il maxiprocesso. Poi fa un’osservazione di psicologia sociale: la memoria “privata” di genitori, parenti, amici, è meno forte rispetto a quella “pubblica”, cioè quella raccontata da insegnanti, personaggi istituzionali, giornalisti, tv e cinema. Come se ci fosse stata “una rimozione dell’esperienza individuale, a vantaggio della prevalenza di una memoria pubblica e collettiva”.

Nel testo di Tommaso Baris si fa un’analisi precisa e puntuale degli eventi che portarono alla grave crisi del 1992. Dapprima, facendo ampio ricorso ai documenti custoditi all’Archivio Storico Istituto Luigi Sturzo, all’Archivio Giulio Andreotti e a quelli della Democrazia cristiana – direzione nazionale, si narra l’animato e controverso dibattito interno al maggior partito italiano di quel periodo.

Poi, con i contributi di Paul Ginsborg, Massimo Luigi Salvadori, Aldo Schiavone e Luciano Cafagna si tratteggiano i principali problemi che allora scossero l’Italia: la crisi dei partiti non più espressione della composita società italiana, le incrostazioni del potere politico negli enti pubblici, l’enorme debito pubblico accumulato, l’inflazione galoppante, la necessità di entrare nell’Unione economica e monetaria europea. Inoltre, ad accelerare il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica intervennero “le picconate” del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, l’ascesa elettorale della Lega Nord, il referendum sulla preferenza unica, l’indagine giudiziaria denominata “Mani pulite”, le stragi mafiose di Capaci e via d’Amelio.

Alla fine, lo storico menziona le riflessioni di Pietro Scoppola, Ernesto Galli della Loggia e Renzo De Felice sulle cause più profonde del crollo del sistema politico italiano.

Anche nel saggio di Antonino Blando si riprendono e approfondiscono le componenti esaminate da Baris che determinarono la crisi del 1992. Ma sotto la lente d’ingrandimento lo storico mette in particolar modo l’annosa questione meridionale, anzi, come lui la denomina, “La questione settentrionale”, ancora una volta riemersa nella storia nazionale per lo straordinario successo elettorale allora ottenuto dalla Lega Nord.

Questo specifico tema era già stato affrontato negli anni precedenti da Luciano Cafagna, che aveva definito “dualismo” italiano l’enorme distanza tra il triangolo industriale e il resto del paese, e in particolare il Sud. Inoltre Cafagna pensava che tutto ciò che d’importante era accaduto in Italia era avvenuto al Nord, e che il Sud sin dall’unificazione era stato una palla al piede del settentrione.

Anche l’opinione di Aurelio Lepre andava in questo senso, ritenendo che una parte della borghesia del Nord non considerava più utile allearsi con i politici del Sud, che l’assistenzialismo era diventato un impedimento allo sviluppo, che l’unione tra Nord e Sud era di ostacolo all’ingresso in Europa.

L’altro tema che Blando affronta con particolare attenzione è il linguaggio e la comunicazione pubblica ai tempi del terrorismo e della violenza mafiosa. Lo studioso osserva che già negli anni settanta e ottanta era cambiato qualcosa nel mondo del giornalismo. Il quotidiano Lotta Continua aveva adottato un lessico popolare e “persuasivo”; da una radio privata Peppino Impastato aveva utilizzato la derisione e il sarcasmo; da una televisione di provincia Mauro Rostagno aveva acceso i riflettori sulla realtà quotidiana trapanese.

Poi, con l’avvento delle serie tv e delle docufiction sulla mafia, l’informazione si era trasformata ulteriormente: si erano trascurati l’analisi e la storia del fenomeno mafioso e si era puntato soltanto a “emozionare” lo spettatore.

Dopo le stragi di mafia, era avvenuto l’altro grande cambiamento nella narrazione pubblica. Al centro dell’attenzione non c’erano più i carnefici, i violenti, come si faceva al tempo del terrorismo, ma avevano assunto rilevanza le vittime e i parenti delle vittime.Infatti, da quel momento in poi si dà voce solo a questi soggetti che diventano i protagonisti della lotta e della memoria antimafia.

Altro aspetto che investe la cultura politica e la comunicazione è la trasposizione al fenomeno mafioso della visione che si era data del periodo della “strategia della tensione” e del terrorismo. Così come dalla strage di piazza Fontana in poi, servizi segreti, trame oscure, poteri occulti, hanno pilotato le organizzazioni estremistiche e i terroristi, così complotti politici, mandanti indicibili, cupole e supercupole italiane e mondiali, hanno manovrato e utilizzato i boss mafiosi per fermare il cambiamento e l’evoluzione politica italiana.

Come abbiamo detto all’inizio, gli eventi e i problemi trattati dai tre storici nel libro sono tanti e tutti importanti. Noi ne abbiamo evidenziato soltanto alcuni. Il libro va quindi letto tutto e attentamente. Le riflessioni che se ne traggono contribuiscono senz’altro a fare chiarezza sulla complessa vicenda italiana di quel periodo.