15/07/2026
Federica Bisegna e Vittorio Bonaccorso: la XVI edizione di Palchi Diversi Estate al Castello di Donnafugata si apre con il ritorno de “A birritta cu ‘i ciancianeddi”
Interviste

Federica Bisegna e Vittorio Bonaccorso: la XVI edizione di Palchi Diversi Estate al Castello di Donnafugata si apre con il ritorno de “A birritta cu ‘i ciancianeddi”

Lug 13, 2026

Sedici edizioni rappresentano molto più di un traguardo: sono la conferma di un progetto culturale che, anno dopo anno, ha trasformato la scenografica scalinata del Castello di Donnafugata in uno dei luoghi simbolo del teatro siciliano. Con Palchi Diversi Estate, la Compagnia G.o.D.o.T. inaugura una nuova stagione costruita attorno a tre giganti della drammaturgia mondiale, Luigi Pirandello, Anton Čechov e Oscar Wilde,  accomunati da una riflessione sempre attuale sull’identità, sulla verità e sulle maschere che ogni individuo è costretto a indossare.

Ad aprire il cartellone sarà l’attesissimo ritorno di ‘A birritta cu ‘i ciancianeddi, la versione in dialetto agrigentino de Il berretto a sonagli, spettacolo accolto con grande entusiasmo nella passata stagione e riproposto perché, come sottolineano il regista Vittorio Bonaccorso e l’attrice e direttrice artistica Federica Bisegna, ogni rappresentazione restituisce nuove sfumature a un testo che continua a parlare con sorprendente forza al presente. Un Pirandello vivo, capace di denunciare ancora oggi l’ipocrisia sociale, il peso del giudizio e il difficile rapporto tra verità e apparenza.

Nell’intervista rilasciata al Direttore Giuseppina Tesauro per L’Epoca Culturale, Federica Bisegna e Vittorio Bonaccorso raccontano la nascita della sedicesima edizione della rassegna, le sfide artistiche che li attendono, il lavoro sugli attori e sui personaggi, il valore del dialetto, il sogno di portare in scena Il gabbiano di Čechov e l’elegante ironia de L’importanza di chiamarsi Ernesto di Wilde. Un dialogo che attraversa il teatro contemporaneo partendo dai classici, dimostrando come le grandi opere continuino a interrogare il nostro tempo con la stessa intensità di ieri.

  • Federica e Vittorio, siamo alla sedicesima edizione di Palchi Diversi Estate al Castello di Donnafugata, una kermesse che ormai non è più soltanto una rassegna teatrale, ma un appuntamento identitario dell’estate culturale ragusana. Che cosa significa, oggi, tornare ogni anno su quella scalinata e trasformarla ancora una volta in un “palco verticale” sotto il cielo di Donnafugata?

Federica: Ritornare su quella scalinata è un’emozione sempre grande come la prima volta, ma con un senso di responsabilità che aumenta di anno in anno, proprio per il fatto di aver avuto un grande successo e la paura è quella di deludere le aspettative.

Vittorio: Inoltre per il fatto di aver messo in scena i più grandi autori, abbiamo una certa ansia da prestazione perché sappiamo di dover vincere delle sfide sempre più grandi. L’idea del palco verticale, coniata dal Critico Danilo Amione, ci stimola ancora di più perché ci dà in senso dell’evoluzione e della crescita.

  • Vittorio, questa stagione mette in dialogo tre giganti della drammaturgia: Pirandello, Čechov e Wilde. Tre autori lontani per lingua, epoca e temperamento, ma accomunati da una domanda profonda sull’identità e sulle maschere sociali. Qual è il filo rosso che ha guidato la scelta di questo cartellone?

Il filo rosso è il senso dell’arte prima di tutto: l’essere consapevoli del ruolo dell’artista che non deve mai accontentarsi solo per la fama o la gloria ma deve ricercare in sé stesso. I tre grandi drammaturghi si soffermano in queste loro opere sul senso dell’identità rispetto alla società del tempo e sottolineano come le convenzioni soffocano le aspirazioni individuali.

  • Federica, lei è direttrice artistica, attrice, costumista, adattatrice dei testi: nella Compagnia G.o.D.o.T. il suo lavoro attraversa la scena da più prospettive. Quanto conta, per Lei, costruire uno spettacolo non solo attraverso la parola e l’interpretazione, ma anche attraverso i costumi, i segni visivi, le atmosfere e la memoria del corpo?

Per me è un unico grande percorso di scoperta e immersione totale, mi assorbe tutto allo stesso modo, un personaggio si disegna con un gesto, un’inflessione particolare della voce, un cappello, un paio di scarpe che lo farà muovere in un certo modo, la scelta di un colore, ma tutto in simbiosi con il regista e la sua visione. Ho avuto la fortuna di vedere lavorare bravissime costumiste al Piccolo di Catania e non solo, e spesso mi coinvolgevano e così ,ma anche per necessità, è nata la passione per i costumi. Con il testo è lo stesso, è tutto a servizio dell’idea di spettacolo, con i classici siamo fedelissimi, piccoli tagli o aggiustamenti in funzione della scena, con la scrittura originale io parto sempre dagli Attori che devono interpretare e dalle esigenze sceniche. Il lavoro di Attrice per me non può essere scisso dal resto. Anche la direzione Artistica è condivisa con Vittorio, e sicuramente è la parte più impegnativa e stressante, alle volte ci sentiamo molto soli e con continue decisioni da prendere ed equilibri da mantenere.

  • Vittorio ’A birritta cu ’i ciancianeddi torna dopo il grande successo dello scorso anno. Pirandello, nel passaggio dal titolo italiano Il berretto a sonagli al dialetto agrigentino, sembra ritrovare una forza più ruvida, più carnale, più vicina alla sua origine. Perché avete sentito il bisogno di riproporre questo spettacolo e cosa cambia, interiormente o scenicamente, quando un testo viene “abitato” una seconda volta?

Hai detto bene: il testo viene “abitato” più volte, tante quante sono le volte che si mette in scena. Non si finisce mai di riscoprire un’opera. Lo spettacolo vive di repliche, che è una parola utopistica: in realtà non esiste la replica (se non al cinema), perché lo spettacolo vive del momento e sarà sempre diverso ogni volta che lo si mette in scena. Questo vale id più per le opere di Pirandello, un autore che riesce a metterti a nudo e che tocca tutte le corde dell’inconscio.

  •  Vittorio, nelle note di regia Lei parte da una frase di Pablo Neruda: “La verità è che non esiste una verità”. In Pirandello la verità non è mai limpida: è frantumata dagli sguardi, dalle convenzioni, dalla paura del giudizio. In questa messa in scena, qual è la verità più scomoda che volete consegnare al pubblico?

Il berretto a sonagli ci fa ritrovare, non solo il contatto vivo con la lingua siciliana, ma anche la denuncia sempre attuale di una società ipocrita. Quello che è importante per me è ritrovare in ciascuno di questi personaggi un lembo della nostra anima, del nostro vissuto: soprattutto quello che tendiamo a “nascondere”.

  • Federica, Beatrice Fiorica è una donna che decide di rompere il silenzio, ma il prezzo della sua verità diventa altissimo. È gelosa, ferita, ostinata, ma anche profondamente sola davanti a una società che preferisce salvare le apparenze piuttosto che guardare il dolore. Come ha lavorato su questa figura femminile, evitando sia la caricatura sia il vittimismo?

È uno dei personaggi più difficili che ho interpretato perché all’inizio avevo paura di non amarlo abbastanza, è stato bellissimo vederlo evolvere di prova in prova e nella ripresa di questa stagione credo sia molto cresciuto, mi è bastato pensare al ruolo che la verità ha sempre avuto nella mia vita, la mia assoluta incapacità di mentire, anche quando sarebbe stato necessario , anche quando ho pagato a caro prezzo la mia voglia di essere sincera e schietta a tutti i costi, perché diciamolo francamente, pochi vogliono davvero sentirsi dire la verità. Trovare l’equilibrio perfetto dosando le sfumature del personaggio è l’obiettivo principale dell’Attore, Vittorio è un maestro nello spingerci a trovarlo. Non esiste qui il buono o il cattivo assoluto, quindi spero di essere riuscita a trovare la giusta misura

  • Pirandello costruisce una società in cui “tutti sanno ma nessuno parla”: il coro degli altri guarda, giudica, sentenzia. È un meccanismo che appartiene al primo Novecento, ma sembra parlare in modo impressionante anche al nostro presente, fatto di esposizione, reputazione, giudizi pubblici e maschere digitali. Quanto è contemporaneo, oggi, il berretto a sonagli del pubblico ludibrio?

Vittorio: Il berretto a sonagli, come quasi tutte le opere di Pirandello, è così contemporaneo che sembra scritto ieri. La società cambia, ma non cambia mai abbastanza per dirsi diversa da quella di prima. Ci portiamo dietro retaggi culturali difficili da modificare. Con metodi diversi anche oggi la società ci costringe a chiudere gli occhi, a non ascoltare, a non parlare per convenienza, per il quieto vivere. La “corda civile” (o zona civile in dialetto) ci è indispensabile per riuscire a stare a galla e non soccombere. Solo i pazzi sono liberi. Federica: è un grido di libertà contro l’ipocrisia contro una società il cui giudizio continua a pesare sulla vita di ognuno, oggi come ieri.

  • Vittorio, uno dei nuclei più potenti dell’opera è la teoria delle tre corde: la civile, la seria e la pazza. È una delle invenzioni più teatrali e più psicologiche di Pirandello, perché racconta l’essere umano come una creatura costretta a regolarsi continuamente per sopravvivere alle regole non scritte della società. Quale di queste tre corde sente più vicina al nostro tempo?

L’ho detto prima: la corda civile, cioè l’ipocrisia che ci consente di andare avanti. E’ la più grande panacea mai inventata, in un mondo di falsità e di compromessi. Senza la quale, saremmo costretti al “coraggio” delle nostre azioni, dei nostri pensieri, delle nostre parole. Cosa che è permessa solo o ai grandi geni o ai pazzi.

  • Federica, il lavoro sul dialetto agrigentino rappresenta una sfida importante per gli attori. Non si tratta solo di pronunciare bene una lingua, ma di entrare in un ritmo mentale, in una musicalità, in un mondo emotivo. Per Lei, che cosa cambia quando il personaggio parla una lingua che porta già dentro di sé una terra, una memoria, una ferita?

La difficoltà è stata notevole anche perché le mie origini non sono siciliane pur essendo nata e vissuta qui,ma ho sempre avuto una passione per le altre lingue…la veracità la musicalità e la poesia di questo dialetto hanno fatto esplodere il personaggio andando all’essenza del suo sentire, quindi la difficoltà si è trasformata in risorsa e mi ha fatto capire quanto questa terra mi appartenga, con tutti i suoi chiaroscuri

  • Con Il gabbiano di Čechov la stagione cambia respiro: si passa dalla maschera pirandelliana al silenzio, al desiderio incompiuto, alla fragilità dell’artista. Čechov sembra dirci che il teatro non deve giudicare la vita, ma mostrarla nella sua complessità. Che tipo di sfida rappresenta, per la Compagnia G.o.D.o.T., affrontare per la prima volta uno dei suoi grandi capolavori dopo aver già attraversato in passato il mondo cechoviano con Čechov in corridoio?

Vittorio: E’ la prima volta che affrontiamo questo immenso autore mettendo in scena una sua opera completa. In passato lo abbiamo sfiorato con un collage dei suoi scherzi più famosi. In fondo sia Pirandello che Cechov guardano all’animo umano attraverso lenti simili, ma con gradazioni diverse. Per Pirandello la maschera serve per scandagliare i rapporti tra simili; per Cechov la maschera dell’introspezione permette quasi di “leggere” i pensieri altrui.

Federica: è sempre stato uno dei miei più grandi sogni portare in scena Il gabbiano, perché è un manifesto di quello che il teatro e l’arte hanno significato nella nostra vita. Non ci sentivamo mai abbastanza pronti di stagione in stagione, finché qualcosa è scattato e ci ha spinto quest’anno a osare. L’emozione che proviamo durante le prove è palpabile e siamo felici di essere riusciti a trasmettere la passione per questo autore anche ai nostri giovani attori.

  • Vittorio, nel Gabbiano, Konstantin sogna un teatro nuovo, Nina cerca nell’arte una via di salvezza, Arkadina e Trigorin mostrano il lato più ambiguo del successo. È un testo che parla di vocazione, fallimento, riconoscimento e bisogno d’amore. In un tempo in cui l’arte deve spesso giustificare la propria necessità, che cosa può dire Čechov agli artisti e agli spettatori di oggi?

Può solo dire quello che diceva i suoi tempi e che, per me, non ha mai cambiato di valore: l’arte non è disgiunta dalla vita, non è una chimera da raggiungere per virtù di non sappiamo quali magie, ma una cosa concreta che cammina parallelamente alla realtà, si nutre di essa per sublimarla, per trasfigurarla. Come diceva qualcuno: “l’arte non è specchio che riflette ma lente che ingrandisce”. E’ un mezzo messoci a disposizione dall’”eterno” per non morire.

  • La stagione si chiuderà con L’importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde, dove la leggerezza diventa un’arma lucidissima contro il conformismo. Wilde scriveva che “la verità è raramente pura e non è mai semplice”: una frase che sembra dialogare perfettamente anche con Pirandello. Dopo la Sicilia delle apparenze e la malinconia di Čechov, che tipo di libertà può regalare al pubblico la comicità brillante, elegante e spietata di Wilde?

Vittorio: anche qui c’è un filo diretto con gli altri due autori, non solo per il tema ma anche per la velata (in Wilde più evidente) ironia. La maschera di cui parla Wilde è la maschera del paradosso per criticare una società inutilmente moralista e falsa (cosa che anche oggi sentiamo), e lo fa attraverso la geniale comicità della sua penna e la causticità delle sue battute.

Federica: nella mia carrellata di personaggi non poteva mancare il ritratto di un personaggio fondamentale per la carriera di un’attrice come Lady Bracknell che, mi permetto di dire, è assolutamente nelle mie corde.

Vittorio e Federica: E’ bello che il tema della verità ricorra in tutte le tre opere che abbiamo scelto.                  

Dice Wilde:  “benché sembri un paradosso, e i paradossi sono sempre cose pericolose, è comunque vero che la vita imita l’arte di gran lunga molto di più di quanto l’arte imiti la vita”

Ringraziamo Federica Bisegna e Vittorio Bonaccorso per il tempo che hanno dedicato ai nostri lettori e facciamo gli in bocca al lupo per la nuova Stagione di Palchi diversi