18/04/2026
Maurizio Lucchese, l’uomo che trasforma l’Arte  in memoria, visione e bellezza
Interviste

Maurizio Lucchese, l’uomo che trasforma l’Arte in memoria, visione e bellezza

Nov 24, 2025

Ci sono artisti che raccontano la loro città, e poi c’è Maurizio Lucchese, che a Palermo non si limita a vivere: la custodisce, la interpreta, la interroga.
La sua storia nasce da un bambino con gli occhi pieni d’arte, che seguiva il padre tra musei e cattedrali come in un pellegrinaggio inconsapevole. Cresce tra i giganti del Novecento – Guttuso, Giambecchina, Madé, Catalano – che diventano esempi, maestri, fondamenta.
E oggi, dopo una vita trascorsa tra pittura, studio, promozione culturale, Lucchese continua a offrire alla città un patrimonio di memoria e visione che pochi hanno saputo costruire con la stessa dedizione.

In questa intervista esclusiva per L’Epoca Culturale, ci accompagna dentro i suoi incontri straordinari, le sue ferite, il suo rapporto viscerale con Palermo, il mito dei Florio, la perdita della Natività del Caravaggio, la sua poesia pittorica e quella generosità instancabile che lo porta, da sempre, a sostenere i giovani artisti.

Una conversazione intensa e ricca, in cui Maurizio Lucchese si racconta dialogando con il Direttore Giuseppina Tesauro: un viaggio umano e artistico che non restituisce solo il ritratto di un grande autore, ma anche quello di un uomo che nell’arte ha trovato il modo di leggere la vita e di donarla agli altri.

  • Maurizio Luccchese, la sua storia artistica sembra nascere prima ancora del pennello: nasce negli occhi di un bambino che viaggia con il padre attraverso l’Italia, dentro musei, chiese, monumenti che per molti sono solo pietre e per lei, invece, sono stati i primi maestri. Oggi, con una vita intera dedicata all’arte, cosa resta di quel bambino? E cosa, invece, è cambiato nel modo in cui guarda la bellezza e la storia?

Di quel bambino restano sicuramente ricordi indelebili, in viaggio memorabile di cui ancora tengo cari ricordi. Il modo in cui oggi guardo la bellezza e la storia è completamente diverso rispetto a quando ero ragazzino. Allora tutto mi sembrava molto più grande, oggi i monumenti, la chiese, le piazze mi appaiono nella loro reale dimensione e scalfite dal tempo.

  •  La sua formazione è stata un privilegio quasi irripetibile: Guttuso, Giambecchina, Madé, Bonanno, Gambino, Catalano… Lei li ha incontrati davvero, li ha frequentati, ha respirato la loro energia creativa. Che cosa succede a un giovane artista quando ha la possibilità di dialogare con giganti del Novecento? E qual è la lezione che porta ancora oggi nel cuore, nel gesto, nella memoria?

Avere conosciuto i più grandi maestri del novecento e a questi aggiungerei Giovanni De Simone, Girolamo Di Cara, Vincenzo Vinciguerra, Turi Allotta, Maurilio Catalano, Tino Signorini e avere dialogato con loro in merito alle loro esperienze, alla loro arte, al modo di concepire la vita, sicuramente per me è stato di grande aiuto per un futuro che già prospettavo essere ricco di materiale artistico-culturale e di cui ne ho fatto tesoro. Quello che oggi porto nel cuore, nel gesto, nella memoria è quando Renato Guttuso, dovendosi trasferire nel 1974, mi regalò il cavalletto del suo studio e una decina di colori ad olio che ancora oggi conservo gelosamente nel mio studio.

  • Palermo è, per lei, una madre complicata: generosa e crudele, splendida e trascurata. Nei suoi libri, nelle sue opere, nei suoi studi, Palermo appare come un luogo di meraviglia e di ferite, di arte straordinaria e incapacità di custodirla. Qual è, secondo lei, la verità più profonda — e forse più scomoda — su questa città che continua a ispirarla e a deluderla allo stesso tempo?

Palermo negli anni, purtroppo e in quest’ultimo periodo abbiamo assistito ad un’involuzione davvero preoccupante. I giovani di oggi li vedo molto distratti in materia di cultura, movida, molto episodi di estrema violenza che sicuramente non sono graditi alla cittadinanza, quella perbene e soprattutto a quella onesta.

  •  Maurizio, lei conosce i Florio come pochi: non solo come dinastia, ma come tessuto emotivo della città. Con “Florio Arte Expo 2025” ha restituito loro dignità, luce, memoria. Oggi i Florio sono diventati un simbolo narrativo, quasi mitologico. Cosa rappresentano, per lei, al di là della retorica? E cosa la loro storia continua ancora a insegnare ai palermitani?

La storia dei Florio inevitabilmente s’intreccia con quella della Palermo dei primi del novecento, quella florida, quella industriale, quella di grandi mecenati che hanno portato ricchezza e benessere nella Palermo che fu. Mi rammarica il fatto che i giovani di oggi non conoscono il mondo dei Florio ed è per questo che con il mio contributo organizzando collettive di arte e simposi, cerco di rinnovare il ricordo e la vita di Franca Florio che fu denominata “regina” di Palermo, Ignazio e Vincenzo Florio che attraverso la loro lungimiranza e capacità imprenditoriale hanno dato lustro nel periodo di quella Palermo Liberty che ne consentì di esserne capitale europea.

  •  La Natività del Caravaggio, trafugata nel 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo, è una ferita identitaria non solo per la città, ma per chiunque ami l’arte. Lei, che è studioso del Seicento e che ha dedicato ricerche approfondite al Caravaggio, cosa prova quando pensa a quell’opera perduta? È una perdita artistica o una ferita personale che ancora brucia?

La Natività del Caravaggio trafugata nel 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo per mano di ignoti è l’ennesimo capitolo triste di questa Palermo in cui io non mi riconosco affatto. Il ricordo di quest’opera è incluso nel mio libro “Caravaggio e dintorni” dove menziono non soltanto la storia di Michelangelo Merisi e la sua straordinaria attività artistica, ma dedico un capitolo a parte su questa tela che probabilmente fu l’ultima dipinta dal Maestro del seicento e che oggi si pensa sia andata completamente perduta.

  • Maurizio, passando alle sue opere: le sue “donnine”, i fiori, i vasi, le nature morte, i pastelli acquerellati, gli oli, le chine, la sua pittura è un lessico affettivo, riconoscibile come una firma. Se dovesse racchiudere in un’unica frase la sua poetica, quel filo invisibile che lega tecnica e sentimento, cosa direbbe? Qual è l’emozione che desidera resti nello sguardo di chi osserva le sue opere?

Per quanto riguardano le mie opere: le donnine, i fiori, i vasi, le nature morte, i pastelli acquerellati, gli oli, le chine, i girasoli sono frutto di una grande testimonianza rilasciatami dai grandi maestri d’arte che ho conosciuto, un’arte che io definisco classica nel vero senso della parola, senza sotterfugi con uno stile inconfondibile che mi distingue provocando forti emozioni all’occhio del fruitore.

  •  Lei ha anche una vasta produzione editoriale, ad esempio nei suoi libri dedicati a Palermo, da Palermo Mon Amour a Palermo Storicissima,  lei attraversa la città come un archivio vivente: dalle architetture agli aneddoti, dai luoghi celebri ai dettagli che solo chi ama davvero riesce a cogliere. Qual è la Palermo che lei sente più urgente salvare? E quale parte della città, nonostante tutto, resta ancora un mistero anche per lei?

La Palermo che io descrivo nei miei libri sicuramente è quella più bella da raccontare, i mercati, le chiese, i palazzi reali, le fontane pretorie, le vuccirie sono segno di quelle testimonianze indelebili che mi appassionano e che attraverso le foto ne risaltano i colori, i profumi e le abbanniate che oggi purtroppo, quest’ultime, non essendoci un cambio generazionale si sono dissolte. “Palermo Monamour”, “La Real Palatina” e “Palermo Storicissima” si trovano pure oggi, nelle biblioteche comunali di Palermo, Firenze Bologna. Vorrei ricordare che le foto dei miei libri sono state fatte da Marco Torcivia.

  •  In La Real Palatina e Caravaggio e dintorni lei compie un viaggio raffinato nella storia dell’arte: la Cappella Palatina come apice della civiltà normanna, e Caravaggio come eroe inquieto del Seicento. Due mondi apparentemente lontani: luce dorata e inquietudine drammatica. Che cosa li unisce, nella sua visione? E cosa rivelano del suo modo personale di intendere l’arte e il sacro?

“La Real Palatina” e “Caravaggio e dintorni” sono due libri e due realtà completamente diverse, anche perché anche in tempi differenti, quasi cinquecento anni li distanzia, quello che li unisce sono la bellezza che va dal sacro al profano, la religiosità della Cappella Palatina e la diversità che contraddistingue l’arte del Caravaggio.

  • Cannoli Express e Abbanniaturi sono due libri amatissimi perché riportano alla luce la Palermo popolare: i mercati storici, i venditori, le voci, i profumi, la pasticceria che diventa cultura e identità. È una Palermo che rischia di scomparire sotto il peso della modernità. Cosa la commuove ancora di quella Palermo viva, vociante, autentica? E cosa teme di più che il tempo possa cancellare?

Con “Cannoli Express” e “Abbanniaturi” ho voluto raccontare con il primo le delizie delle specialità dolciarie palermitane, che vanno dai cannoli, al buccellato, alla sfincia di San Giuseppe, alla frutta martorana e al trionfo della cassata siciliana, regina della pasticceria palermitana. Con Abbanniaturi ho voluto invece raccontare la storia antica dei mercati palermitani dove in realtà si sono formate le prime mura cittadine con i loro tipici personaggi colorati e con il loro vociare per attirare la clientela. Oggi di questi personaggi, gli abbanniaturi ne sono rimasti pochi perché non c’è stato un cambio generazionale in tal merito, molti giovani hanno preferito gli studi universitari o la fortuna al Nord Italia.

  •  Lei è un artista poliedrico: pittore, scrittore, direttore culturale, promotore instancabile. Questa molteplicità sembra rispondere a un’urgenza profonda: raccontare, custodire, tramandare. Se dovesse trovare un denominatore comune a tutte le sue forme espressive, quale sarebbe? È un bisogno di completezza, di identità, o la volontà di restituire alla città ciò che la città le ha dato?

E’ vero che io sono un’artista poliedrico, ma più che altro mi piace definirmi promotore culturale per le numerose iniziative da me intraprese nel corso di tantissimi anni, sempre con quella emozione e la determinazione che da sempre mi contraddistingue. La città che amo, la mia Palermo vorrei che fosse oggi attrezzata economicamente e con una visione più aperta per essere alla pari di quelle realtà del Nord Italia, vedi Firenze, Bologna, Milano, Venezia, dove le amministrazioni comunali investono milioni di euro per portare avanti il portale culturale che di sicuro non ha niente da invidiare a quello delle altre città.

  • Negli anni ha sostenuto, guidato, incoraggiato moltissimi giovani artisti, offrendo occasioni, spazi, visibilità. È un gesto che non appartiene più a molti. Da cosa nasce questa generosità? È un tributo ai suoi maestri, un atto d’amore verso l’arte o una vocazione naturale a “fare da ponte” tra generazioni?

La mia generosità a portare avanti le nuove generazioni di artisti è sempre stata una mia prerogativa, quasi una vocazione, un insegnamento datomi dai grandi maestri che ho conosciuto nel corso della mia vita.

  • Maurizio, nella storia della sua vita c’è una pagina amara. Nel 2015 ha perso sua moglie Cettina, e da quel dolore è nato un premio artistico-culturale che porta il suo nome, un gesto di memoria, di amore e di luce. Trasformare una ferita in un dono non è cosa comune. Cosa le ha insegnato questa esperienza, come uomo e come artista? E in che modo continua a ispirare il suo percorso oggi?

Nel 2015 ho perso mia moglie Cettina, per me è stato un grande dolore, anche perché nel corso della malattia lei mi incoraggiava sempre a portare avanti le mei iniziative, tra tutte le grandi tele della vucciria e di Ballarò che ho dedicato a lei post-mortem e che ho donato nel 2016 al Comune di Palermo e che oggi si trovano a Villa Niscemi sede istituzionale del Comune di Palermo.

  • Come abbiamo già evidenziato lei non è solo un artista e uno storico, ma anche un instancabile costruttore di spazi culturali. Mondello Arte Expo, la rassegna che porta la sua firma, è diventata negli anni un punto di riferimento per artisti, studiosi e appassionati. Anche qui l’arte non è un esercizio solitario, ma una comunità che si riconosce attorno a un gesto. Guardando alla nuova edizione del 5 dicembre, cosa rappresenta per lei questo progetto? E quale messaggio desidera consegnare ai visitatori e agli artisti che prenderanno parte a questo nuovo appuntamento?

Con “Mondello Arte Expo”, la mia ultima creatura nata 3 anni fa da una mia idea,  questo premio internazionale di cui ne sono fondatore e presidente, ho voluto dare un segnale forte a quel mondo dell’arte e della cultura premiando attraverso un’attenta giuria quelle personalità importanti che non hanno avuto modo di essere state riconosciute per il loro altissimo valore in altre realtà simili al fine anche di promuovere e incoraggiare tanti giovani a fare sempre bene e in un futuro prossimo, chi lo sa, ricevere anche questo premio che ormai è diventato un’istituzione.