Traduzioni Violate: la voce delle donne che non vogliono più tacere
I Consigliati di Milena Bonvissuto
Ci sono romanzi che si leggono e si dimenticano. E poi ci sono romanzi che lasciando cicatrici, perché affondano nella realtà, nelle radici profonde di una cultura, in quei fili invisibili che legano il destino di una persona a quello di un’intera società. “Traduzioni Violate” di Marisa Rituccia Tumia pubblicato da VH.Publischer London è uno di questi: un libro che non si limita a raccontare, ma scuote, interroga, urla una verità che spesso resta soffocata.
Un borgo siciliano,Geraci una storia senza tempo dove ai tempi arrivavano a poche migliaia di persone aggiungendo anche gli animali La protagonista attraversa la propria vita tra le strade di un piccolo borgo siciliano, osservando il mondo con occhi prima di bambina e poi di adulta, imparando sulla propria pelle che una “fimmina” deve adattarsi agli schemi imposti dalla società. Consuetudini e regole non sempre condivise, ma inevitabili. Una donna siciliana deve essere riservata, tenace, dolce e combattiva al tempo stesso, pronta a difendere i suoi ideali, ma anche a muoversi dentro confini invisibili che nessuno osa realmente contestare.
Nel romanzo non c’è un periodo storico definito, perché la violenza psicologica non ha tempo, non ha luogo. Esiste e basta, si insinua tra le mura delle case, scava dentro l’anima delle persone, delle donne soprattutto, che spesso si ritrovano imprigionate in relazioni che le soffocano, in ruoli che non hanno scelto. Marisa Rituccia Tumia ha scritto questo libro per combattere, nel suo piccolo, la pressione che le donne subiscono fin da bambine. La protagonista vive il peso di aspettative soffocanti, ma anche la forza della ribellione, quel desiderio di non essere più muta, di trasformare il silenzio in parole, il dolore in consapevolezza.
Nel romanzo, la violenza non è solo fisica. C’è la violenza sottile, quella che logora lentamente, come uno stillicidio quotidiano. La dipendenza economica, il disprezzo per la timidezza, le parole che feriscono più di uno schiaffo. Gocce di malessere che si depositano nel tempo, fino a scavare solchi profondi nell’anima di chi le vive.
Le massime e i proverbi che accompagnano ogni capitolo sono il modo dell’autrice per rafforzare il suo pensiero, per dare al lettore un appiglio, una verità che non si può ignorare. Perché la scrittura è denuncia, è resistenza, è uno spiraglio di speranzain un mondo che spesso tende a normalizzare la sofferenza. Mi ha colpito molto:
“È bona donna, donna chi nun parra!(Una buona moglie è quella che parla poco) o
“Prima di fari un passu, assicurati di putiri fari l’autru”.(Prima di fare un passo assicurati di poterne fare altro).
Che poi sono proverbi che conosco e che le nonne ci inculcavano perché era il loro modo di vita.
Un altro tema è l’amore che salva e l’amicizia che libera In “Traduzioni Violate” c’è anche spazio per la speranza. L’amore non è solo prigione, può essere salvezza. L’amicizia non è solo compagnia, ma può essere una mano tesa quando tutto sembra perso. Accettare e essere accettati, trovare qualcuno che non giudica, che guarda oltre le ferite e i difetti.
Alla fine, il romanzo di Marisa Rituccia Tumia non è solo una storia, è un pezzo di vita, un grido, una richiesta di cambiamento. Marisa Rituccia Tumia scrivere per combattere il silenzio, trasformare la vulnerabilità in forza e dare voce a chi crede di non averne. Cinque stelle anche se c è qualche imperfezione.



