Paolo e Francesca, quando l’amore abita l’Inferno
Articolo a cura di Gigi Vinci
In questi giorni mi è capitato di imbattermi sui social in alcuni canali che, grazie all’intelligenza artificiale, si dedicano a raccontare e illustrare la Commedia di Dante. Li trovo molto interessanti e istruttivi, e mi fa piacere consigliarli a chi desidera avvicinarsi al poema, riscoprirlo o semplicemente tornarci con occhi nuovi.
È stato anche questo a riportarmi con il pensiero a Paolo e Francesca, protagonisti del quinto canto dell’Inferno. Una riflessione che, a dire il vero, mi accompagna sin dai tempi delle scuole superiori, quando studiai questo canto e rimasi colpito da una contraddizione che ancora oggi mi interroga.
La loro pena sembra obbedire perfettamente alla legge del contrappasso. Essi, che in vita si lasciarono travolgere dalla passione, sono ora trascinati senza tregua dalla bufera infernale. Eppure, dentro questa pena, sopravvive qualcosa che sembra contraddire la natura stessa del luogo in cui si trovano. Sono ancora insieme.
L’Inferno è la separazione da Dio, fonte di ogni bene e di ogni amore compiuto. Non è un luogo in cui si possa raggiungere la beatitudine. E tuttavia Dante ci presenta due anime che continuano a essere unite da un sentimento che la morte non ha cancellato. Non sappiamo se quell’unione sia per loro una consolazione, ma sappiamo che, agli occhi di chi legge, assume una tenerezza quasi insopportabile.
Le colombe che si dirigono verso il dolce nido, chiamate dal desiderio, sembrano appartenere a un mondo lontanissimo dall’Inferno. Eppure è proprio lì che Dante le colloca. La bufera le trascina, ma non le separa. La condanna rimane, mentre la poesia ci impedisce di guardare quei dannati soltanto come colpevoli.
Non sarebbe corretto dire che Dante conceda loro una sorta di paradiso nell’Inferno. La loro pena non viene sospesa, né la loro sorte muta. E tuttavia il poeta compie qualcosa di straordinario, lascia che, accanto alla giustizia, nasca in noi la pietà. Non assolve necessariamente gli amanti, ma ci rende difficile considerarli soltanto attraverso la loro colpa.
Forse è questo il segreto della loro grandezza letteraria. Paolo e Francesca sono dannati secondo l’ordine della giustizia divina, ma continuano a essere amati, almeno per un momento, dalla compassione di chi li ascolta. Dante stesso, sopraffatto dal racconto, cade «come corpo morto cade».
Mi viene allora in mente un’altra dichiarazione d’amore, lontana nel tempo e nel linguaggio, ma sorprendentemente vicina a questa sensibilità, su questa similitudine qualcuno storcerà il naso, ma io da figlio spirituale di Pindaro amo i suoi voli. È quella di Turiddu nella Cavalleria rusticana di Giovanni Verga, nella celebre Siciliana che apre l’opera di Mascagni dopo l’introduzione orchestrale.

Turiddu canta così, rivolgendosi alla donna amata.
E s’iddu muoru e vaju ‘n Paradisu,
si nun ci truovu a tia, mancu ci trasu.
In italiano, il significato è questo.
E se muoio e vado in Paradiso,
se non ci trovo te, non ci entro nemmeno.
È una dichiarazione che capovolge, con la forza elementare della passione, il significato stesso della beatitudine. Il Paradiso non è più anzitutto un luogo promesso, una ricompensa o una condizione spirituale. È il luogo in cui si trova la donna amata. Senza di lei, persino il Paradiso perderebbe il suo significato.
Naturalmente, non possiamo confondere questa passione con l’amore cristiano inteso come carità, né leggere Dante attraverso il solo sentimento romantico. Ma il confronto rivela qualcosa di essenziale sull’esperienza umana dell’amore. Per chi ama, la felicità non è sempre una condizione da raggiungere individualmente. Può essere, prima di tutto, la possibilità di condividere la propria sorte con un altro essere umano. Anche la rinuncia, anche la sofferenza, perfino l’immaginazione della dannazione possono apparire sopportabili, purché non comportino la separazione definitiva.
Ma proprio qui si nasconde la domanda più difficile. Se Paolo e Francesca continuano ad amarsi nell’eternità, quell’amore è davvero una consolazione, oppure è anche la perpetuazione della passione che li ha perduti? È la loro ultima forma di felicità o è il segno che non sono riusciti a liberarsi da ciò che li ha condotti alla rovina?
Dante non ci offre una risposta semplice. Ed è forse per questo che, dopo tanti secoli, continuiamo a provare pietà per loro.
La loro vicenda ci lascia davanti a una contraddizione che la poesia non risolve, ma rende viva. L’amore può essere così potente da sopravvivere alla morte, e tuttavia non essere sufficiente a salvare chi ama. Può conservare un legame là dove ogni speranza è perduta, senza per questo trasformare la dannazione in beatitudine.
Eppure, nel momento in cui leggiamo la loro storia, qualcosa accade anche a noi. L’Inferno, pur rimanendo Inferno, diventa il luogo in cui la compassione umana si manifesta con una forza straordinaria.
Non è detto che Dio abbia fatto loro misericordia. Ma Dante fa in modo che noi non possiamo negargliela.
Vostro, Gigi Vinci



