20/08/2026
Amarga Navidad: quando i personaggi riscrivono l’autore
Le Carnet Mondain Rubriche

Amarga Navidad: quando i personaggi riscrivono l’autore

Ago 10, 2026

Articolo a cura di Gigi Vinci

Cari lettori, in Amarga Navidad di Pedro Almodóvar il rapporto tra autore e personaggio si rovescia rispetto al modello pirandelliano: non sono più i personaggi a cercare un autore che li compia, ma sono le vite reali a pretendere di non essere fissate una volta per tutte dallo sguardo che le trasforma in racconto. Lo sceneggiatore protagonista, quasi un alter ego del regista, costruisce infatti i suoi personaggi appropriandosi delle esistenze di chi lo circonda, persone che lo amano, ma da cui non è sempre ricambiato. Osserva, ascolta, trattiene dettagli, sofferenze, desideri, e li traduce in materia narrativa.

È il gesto stesso dell’arte, fare della vita un’opera.

Ma qualcosa si incrina. Quelle persone si riconoscono nella sceneggiatura e ne soffrono. Rifiutano quella versione di sé. Sembrerebbe una ribellione pirandelliana, ma la differenza è decisiva.

In Pirandello resta una frontiera tra realtà e finzione: i personaggi appartengono alla scena e chiedono di essere compiuti dall’autore, in un gioco di specchi ancora distinto nei suoi livelli. In Amarga Navidad, invece, quella separazione si dissolve, le persone sono già personaggi, e i personaggi continuano a vivere come persone. Vita e finzione si contaminano fino a diventare indistinguibili.

Il punto di svolta è qui: lo sceneggiatore comprende che il problema non è aver trasformato delle vite in racconto, ma averle definite lui una volta per tutte.

I personaggi non rifiutano di essere narrati, ma di essere narrati da uno sguardo che li fissa. Vogliono partecipare alla propria invenzione, essere scritti secondo la propria verità, non secondo la proiezione dell’autore.

È una rivoluzione del rapporto tra autore e personaggio. Pirandello immaginava personaggi in cerca d’autore; Almodóvar sembra immaginare personaggi in cerca del diritto di co-scriversi.

Lo conferma il giovane amante dello sceneggiatore, che si riconosce in un personaggio e chiede: «Che fine farà?». La risposta è disarmante: lo sceneggiatore non lo sa. Ed è proprio in questa rinuncia al controllo che diventa davvero autore. Non più colui che conosce il destino dei personaggi, ma colui che li ascolta.

A questo punto entra La Llorona. Come spesso nel cinema di Almodóvar, la musica non accompagna il racconto, ne è il nucleo segreto. Il canto messicano della donna che tradita dal suo grande amore perde il figlio e poi disperata lo cerca per l’eternità non appartiene a un personaggio, ma a tutti.

È un grido ancestrale del dolore umano, perdita, tradimento, abbandono, morte. Dolori diversi che, attraversati, diventano esperienza comune.

Qui si trova il vero punto di contatto tra le vite del film, i personaggi discutono la propria identità, ma non il dolore. È il dolore a renderli autentici prima ancora della narrazione. La Llorona ne è la voce, non spiega, non giudica, non consola. Piange.

Per questo la sua presenza è centrale: non è commento musicale, ma respiro del film. Tiene insieme esistenze diverse nella stessa fragilità, che nessuna sceneggiatura può inventare perché appartiene già alla vita.

La grandezza di Almodóvar sta forse qui, non nel confondere realtà e finzione, ma nel mostrarne l’origine comune nella vulnerabilità umana.

La vita resiste sempre al racconto. E quando l’autore rinuncia a possederla, scopre che ciò che unisce davvero le persone non è la trama, ma il dolore.

Quel dolore antico che La Llorona continua a cantare, come se appartenesse da sempre a tutti noi.

Vostro, Gigi Vinci