21/09/2026
Costanza DiQuattro: “La mezza” e il peso delle verità taciute
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Costanza DiQuattro: “La mezza” e il peso delle verità taciute

Set 21, 2026

Una madre da conoscere nell’intreccio di un racconto fra un nonno e sua nipote, nel nuovo romanzo pubblicato da La nave di Teseo

Poco prima di morire, Giovanni consegna alla nipote Elena un dattiloscritto rimasto nascosto per anni. È un’eredità che riapre la storia della famiglia e, soprattutto, le domande intorno ad Agata, la madre di Elena, morta giovane. Un vecchio biglietto teatrale diventa l’indizio da cui riprendere una ricerca già avviata dal nonno. Fra memorie e segreti, la protagonista si avvicina a una donna diversa dall’immagine custodita fino a quel momento. La scoperta del passato la chiama a misurarsi con il dolore della perdita e con la possibilità di comprendere chi ha amato, anche oltre ciò che credeva di sapere.

Memoria e suspense nella costruzione del racconto

L’inizio in medias res introduce il lettore in una vicenda già in movimento. Costanza DiQuattro rinvia la ricostruzione degli antefatti e affida alle prime pagine il compito di suscitare interrogativi. Si entra così nella storia condividendo una conoscenza incompleta: il passato deve ancora essere interrogato, mentre il presente ne porta già le conseguenze. È una scelta coerente con il percorso di Elena, chiamata a ricomporre ciò che le è stato consegnato soltanto in parte.

La suspense trova un passaggio significativo nel ripetersi de cliffhangers, una sospensione che lascia aperta l’attesa della risposta. Il ricorso al flashback sposta poi l’attenzione verso gli eventi precedenti e ne ricostruisce i legami. Il movimento fra presente e passato permette di attribuire progressivamente un significato agli indizi. La curiosità riguarda ciò che è accaduto, ma investe anche le ragioni dei silenzi e il modo in cui una famiglia ha custodito la propria storia.

Altrettanto rilevante è il passaggio della narrazione da Elena a Giovanni. La prima persona rimane costante, mentre cambia chi pronuncia quel “io narrante”. Cambiano dunque la voce  e il punto di vista: alla prospettiva della nipote, che cerca e scopre, si affianca quella del nonno, che ricorda e trasmette. Questa costruzione mette in relazione due diverse posizioni rispetto al passato. Elena deve dare un senso a ciò che riceve; Giovanni restituisce una memoria alla quale è legato come padre e come nonno. Il lettore è invitato a tenere conto di entrambe le esperienze.

Il dattiloscritto ha perciò una funzione strutturale. Introduce un racconto dentro il racconto e rende la lettura stessa un’azione della protagonista. Elena entra nelle pagine del nonno mentre noi entriamo nelle sue domande. In questo passaggio la memoria acquista una forma concreta, che può essere riletta e interpretata: il legame affettivo prosegue attraverso la scrittura, senza cancellare la distanza fra l’esperienza di chi racconta e quella di chi ascolta.

Notevole la caratterizzazione dei  personaggi  che accompagnano Elena, Giovanni, Agata  e il misterioso A.S. nella storia, come Anna, moglie di Giovanni, Paride, suo genero,  anche le presenze marginali come un cameriere,  la signora del botteghino, l’ubriaco sono esempi di una scrittura che affida al comportamento il compito di rendere riconoscibile una persona. È il principio dello show, don’t tell: il carattere prende forma nell’azione, lasciando al lettore uno spazio di osservazione e di deduzione. Anche una comparsa può così acquistare una propria consistenza.

Il teatro che rivela identità nascoste

In questa sensibilità per ciò che si manifesta attraverso il comportamento si può riconoscere una vicinanza alla drammaturgia. Costanza DiQuattro, nata a Ragusa Ibla, dirige il Teatro Donnafugata dal 2008 e scrive per il teatro dal 2019. La sua familiarità con quel mondo si avverte nella proprietà del lessico e nella naturalezza con cui ne vengono richiamate le consuetudini. Il titolo stesso, La mezza, porta nella pagina il tempo sospeso che precede l’ingresso in scena. La biografia dell’autrice aiuta a comprendere questa competenza, che nel romanzo diventa materia narrativa.

Accanto al Teatro anche la  Sicilia rimane parte di questo orizzonte e mantiene un filo con il percorso precedente della scrittrice. La sua presenza si può leggere insieme alla centralità dei legami familiari: l’appartenenza a un luogo si intreccia alla storia delle persone che lo abitano e ai racconti attraverso i quali continuano a riconoscersi.

 Come ad esempio succede  con lo scritto Donnafugata, che narra la vicenda di Corrado Arezzo De Spucches nella sua duplice veste di  padre e di nonno. Il richiamo suggerisce un’affinità nella costruzione dei legami: la figura maschile custode  decisiva della memoria affettiva, e del rapporto con la figlia che trova una prosecuzione in quello con la nipote. In La mezza, Giovanni occupa questa posizione fra generazioni,.

Ma affidare al padre una parte del racconto della figlia apre, tuttavia, una questione critica: quanto spazio rimane ad Agata oltre lo sguardo di chi la ama? La mediazione affettiva può custodire una persona e insieme condizionarne l’immagine. È una tensione che rende particolarmente significativo il rapporto di Agata con il teatro, dove si apre la possibilità di riconoscerla nella sua ricerca di uno spazio personale.

Proprio nel luogo della finzione, infatti, Agata trova una dimensione autentica della propria vita. È questo il paradosso più fertile del romanzo. La compagnia teatrale offre un ambiente nel quale le identità vengono continuamente esplorate: si assumono altri nomi, si attraversano esistenze possibili, si sperimentano sentimenti attraverso i personaggi. Dentro quel mondo, Agata può cercare il proprio modo di essere. Dove gli altri recitano, lei incontra qualcosa che la riguarda profondamente: ed è qui che Giovanni ed Elena, forse, la reincontreranno.