Massimiliano Reggiani racconta Clotilde Rinella: la forza generatrice della femminilità tra mito, terra e memoria
La donna e il territorio sono i cardini della ricerca per Clotilde Rinella, artista siciliana di Termini Imerese attiva da anni in Lombardia. Docente di Disegno e Storia dell’Arte ha maturato una tecnica personalissima per rappresentare la forza generatrice della femminilità. Nascono così immagini uniche, articolate e complesse, che uniscono e sacralizzano diversi temi: la memoria, le radici, la comunione fra la natura generosa e una materna sensibilità. Nelle sue opere si ritrovano, intatti e attualizzati, molti miti classici della terra, i riti agrari e la ciclicità delle stagioni accompagnati da una moderna consapevolezza ecologica. Fascino femminile e complessità degli ecosistemi si riflettono in un unico e delicato equilibrio.

La scelta di dipingere usando solo chine su carta obbliga ad infiniti e minuziosi passaggi di colore per raggiungere l’intensità voluta, ottenendo l’effetto scintillante di uno smalto senza perdere la luminosità dell’acquerello e la precisione araldica della miniatura. Nell’arte di Clotilde Rinella si innestano la tradizione nordica dell’arazzo e l’iconografia cortese, rifioriti attraverso il disegno accurato e i contrastanti piani di colore. Lo sfumato dei volti, vibrante e intriso di vita, accentua la differenza tra narrazione e presenza; sono opere con due piani temporali: la ricerca del contatto e la presentazione tematica. Magnetizzano lo sguardo proprio per la riuscita combinazione fra l’opulenza compositiva e la precisione del particolare.

Il blu oltremare con cui Clotilde Rinella crea l’effetto a sbalzo tra primo piano e sfondo prosegue una tradizione d’arte colta e preziosa che dall’antichità si riverbera in tutta Europa, sino alle pagine in pergamena dei codici miniati. Non è un cielo mediterraneo né l’acqua profonda solcata dai viaggiatori: è una costante, un segno distintivo di ricchezza per onorare ciò che si rappresenta. Questi volti simbolici vanno letti così, come tributo ad un sistema di valori che andremo pian piano svelando. Sono dipinti a lentissima esecuzione, da lavorare in piano, sovrapponendo ogni velatura per trattenere luce e colore nelle fibre più profonde della carta. Questa posizione evita colature, imprecisioni e libera l’opera dalla gravità.

I volti non hanno, volontariamente, espressioni teatrali ma sono sorrisi colti sul nascere, sguardi puntati oltre l’orizzonte del tempo, lampi di malinconia e di pensosa riflessività. Occhi sempre aperti, ponti lanciati – in silenziosa contemplazione – verso l’osservatore. Visi eterei e delicati che non suggeriscono ma attendono: lasciano aperte le vie d’un contatto fra anime, esponendosi per prime con fiduciosa naturalezza. Sono corpi, personaggi, memorie? Non credo rappresentino l’esperienza ma la possibilità; sicuramente sono messaggeri come tutti gli angeli in ogni cultura che lega terra e cielo, fisicità e mondo ideale. Le loro membra appaiono per subito dissolversi negli elementi di un paesaggio ubertoso e mai dimenticato.

Melograni, ulivi, limoni, festoni danzanti di api pronube e laboriose, filari di piante e orizzonti di colli: lacerti d’ambiente si ricompongono in una prospettiva rotatoria e multicentrica. Un artificio che seduce gli occhi e lascia la mente libera di pensare che quelle linee multicolori non siano piante, bensì vesti; che le processioni d’insetti possano essere solo gioielli e raffinati decori. Le giovani donne che Clotilde Rinella pone come centro del proprio ricercare alludono alla presenza di un mondo diverso, senza urla né violente tensioni, apparentemente immoto ma profondamente relazionale. Non occorre spiegare il sacro quando se ne è avuta esperienza: basta rappresentarlo per come ci è apparso, attraverso il mito e le stagioni.

L’arte di Clotilde Rinella non è un epilogo perché prescinde dalla narrazione. Non risponde alle leggi fisiche della gravità: si libera leggera, trascinando chi guarda in un passo di danza. Fiorisce, si richiude, guarda per un attimo altrove ma cristallizza la presenza dell’ineffabile. Come si possono raccogliere in uno sguardo il succedersi dei mesi, la gioia e la malinconia, la fredda ombra del riposo e il gravido abbraccio con la dolcezza del sole? Simili ai percorsi misterici di un’età ormai perduta queste giovani donne – o meglio la medesima ragazza nelle sue infinite possibili manifestazioni – scivola in un eterno ripetersi che genera il ritmo pulsante del tempo, di cui noi siamo sbiaditi figli mortali.

Proprio per la così difficile tecnica esecutiva i dipinti di Clotilde Rinella non si incontrano facilmente nelle esposizioni; nelle collezioni pubbliche li troviamo nelle Marche al Museo Internazionale di Cupramontana, e in Lombardia Museo Civico Parisi Valle di Maccagno. Di grande impatto emozionale fu la mostra del 2012 “Le alchimie dell’incanto” nella cavallerizza del Palazzo Sant’Elia a Palermo in cui – con la curatela di Marika Mitta Lindo – furono raccolte ben cinquanta opere dell’artista. Un’esposizione che ha suggellato la coerenza di linguaggio e l’armonia dello stile di Clotilde Rinella ricomponendo il fasto della sua immaginazione nella composta bellezza di un unico spazio architettonico.

Le opere di Clotilde Rinella a corredo di quest’articolo – partendo dalla copertina – sono:
“Il giardino dei sogni” 2024, chine su cartone, cm 51 x 60
“Il giardino dell’infanzia” 2021, chine su cartone, cm 102 x 73
“L’ascolto” 2021, chine su cartone, cm 70 x 50
“Profumo di primavera” 2024, chine su cartone, cm 59 x 50
“Ciclo perenne” 2023, chine su cartone, cm 70 x 50
“Profumo di terra bagnata” 2021, chine su cartone, cm 67 x 51
“Il risveglio delle api” 2018, chine su cartone, cm 102 x 73
“L’albero di limoni” 2025, chine su cartone, cm 75 x 55
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