Massimiliano Reggiani racconta Enzo Migneco “Togo”: l’energia primordiale dei paesaggi alla 61ª Biennale di Venezia
Enzo Migneco, in arte Togo, è presente alla 61° edizione della Biennale di Venezia nell’isola di San Servolo., Il Curatore Carlo Stragapede spiega che “l’energia primordiale dei suoi paesaggi si sposa perfettamente con l’idea di un padiglione che celebra la terra, i simboli e la luce”. Togo, messinese nel sangue e milanese per nascita, porta nella propria pittura sia il paesaggio eoliano, vissuto da bambino che le acque dello Stretto fedeli compagne in una vita di immersioni. Isole e terre lontane, profili di monti aspri e di barche per pescatori, case arroccate e giochi di onde: sono i personaggi dei suoi dipinti, protagonisti silenziosi di un teatro solare in cui si specchia l’animo irruente dell’artista.

Guardando solo alla sua pittura – Togo è anche un valente incisore, che ha insegnato per anni all’Accademia di Como – vediamo un costante dialogo fra colore e memoria. I dipinti di Togo hanno uno schema costante che accentua la teatralità della rappresentazione. Quinte laterali, un orizzonte sempre ben segnato, il cielo come spazio di libertà creativa, una cornice di elementi ridotti a simboliche tracce di identità. Alte prue per le barche, file ordinate di coppi per indicare le case, righe di schiuma per il ritmico moto delle onde. Taglia l’opera con masse d’ombra in controluce: sono i profili delle isole, essenziali per rendere visivamente completa la fluttuante bellezza del mare.

L’analisi del paesaggio in Togo non si limita all’esperienza diretta: ha immaginato anche la nascita infuocata di un cono vulcanico apparso improvvisamente nel Canale di Sicilia al tempo dei Borbone. Un tumulto di pomici roventi, di bollori e fumi che sgorgano attraverso l’acqua generando un nuovo cono, eroso in pochi giorni dalla furia degli elementi. Il gesto pittorico asseconda ed evoca la natura in movimento: righe di pastello, segni e lineature si sovrappongono alla cristallina serenità del mare aperto. L’artista si identifica con la potenza del sommovimento, i gorghi nel terremoto, le esplosioni eruttive, il galleggiare della pietra vulcanica in balia delle correnti. È un quadro liberatorio, il sacro ripetersi di una genesi primordiale.

Le palme svettanti da arcipelago corallino segnano la dimensione onirica del paesaggismo di Togo. Non nascono ovviamente dall’esperienza perché la macchia mediterranea è bassa, corrosa dal sale e modellata dal vento. Appartengono all’immaginario fotografico, ai viali di rappresentanza di molte città del meridione. Sono impressioni visive, pennellate vermiglie slegate da ogni terra, forme antiche e geometriche immediatamente riconoscibili. Esili fusti che uniscono con calligrafica grazia due piani narrativi: la visione e la memoria. Porre il ricordo del lungomare nella concretezza di uno sguardo crea una suggestione emotiva, un gioco di rimandi e di riflessi che assomma tempi, luoghi e spazi diversi.

Nella lunga esperienza da incisore Togo ha anche sviluppato un genere di autoritratto ambientale: I paesaggi di memoria; questo schema entra talvolta nell’opera pittorica. Il volto dell’Artista, con il capo coperto da un largo cappello di paglia, s’inserisce nella composizione. Ombra, evocazione o presenza semplicemente accennata con un cambio di colore: sono tutti accorgimenti tecnici per ricordare la pluralità dei punti di vista e i limiti delle barriere spazio temporali. È la mente del pittore che agisce come capsula del tempo, è la sua vita personale che si espande nelle emozioni di chi osserva. Il paesaggio diventa lo spazio luminoso e cromatico di un possibile incontro.

Il perno visivo di molte composizioni è un astro puntiforme che non genera ombre. I dipinti di Togo hanno le stesse dinamiche di molti quadri astratti: forme e colori non imitano la realtà ma ne suggeriscono la presenza. Vivono di un proprio equilibrio presentandosi di volta in volta come teatri dell’anima, memorie sedimentate o pagine di un diario universale. Togo ha mantenuto, con grande coerenza stilistica, un numero limitato di elementi nel proprio bagaglio iconografico. Depurati da ogni velleità di cronaca, lontani dalla resa fotografica, questi quadri sono scarni di linee e densi di colore. Attraggono, avvolgono, coinvolgono: sono pensati per scardinare la banalità del quotidiano.

Aprirsi ad una luce radiosa e persistente, comprendere un soffio di eternità: Togo svela l’immensità che ci contiene, l’imponderabile vastità dello spazio cosmico. Gli basta inclinare la linea d’orizzonte per porci in precario equilibrio sul dorso dell’onda. Il pennello stende una campitura piatta e l’occhio già vede un cielo senza confini, dove liberare la mente da ogni pensiero. Per comprendere, sembra suggerire l’Artista, occorre svuotare, guadagnare l’essenza. Per creare è necessario sovvertire: la materia si riduce a colore, il colore si muta in energia ed emozione. Il paesaggio resta ma il cuore di chi lo guarda no, non è più quello di prima. Ha innescato una rivoluzione dentro di sé, ha semplicemente acceso di colori il mondo.

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