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Il critico Massimiliano Reggiani racconta Loredana La Placa: il mare interiore prende forma nel colore
Arte

Il critico Massimiliano Reggiani racconta Loredana La Placa: il mare interiore prende forma nel colore

Ago 12, 2026

Loredana La Placa, siciliana di Termini Imerese, appartiene agli artisti intuitivi che hanno saputo creare un proprio linguaggio senza entrare nel percorso tradizionale di formazione. Le sue opere sono il risultato di una sfida personale con la materia cromatica, piegata alla ferma volontà di esprimere memorie ed emozioni. Non va letta come sviluppo di un percorso storico, come tassello di un mestiere costantemente tramandato ed innovato ma nella sua generosa freschezza e libertà. Questi colori essenzialmente ci raccontano il mare, spazio vissuto dall’artista nuotando in apnea, e – per contrasto – il suo contrario, una terra riarsa, fatta di geologie contorte e pietre squadrate. Il suo strumento principe sono le dita e talvolta – grazie al semplice scorrere delle mani – racconta con linee sinuose il proprio stato interiore.

Nell’arte di Loredana La Placa, a mio parere, vi sono diversi caratteri decisamente interessanti. Una maturità tecnica che le permette velocità di esecuzione: l’opera mantiene intatta una naturalezza che va oltre l’intenzione rendendo profondo e complesso il segno, perché le mescole dei materiali e le reazioni spontanee generano una sorta di ecosistema chimico che si fissa improvvisamente cristallizzato. L’uso sistematico delle dita danzanti sulla superficie ancora fresca; è il corpo che dipinge, grazie alle tracce dei propri movimenti. Quello che l’osservatore vede è il risultato dei gesti, un esercizio di grazia muscolare il cui ritmo diventa cadenza cromatica. Vi è infine l’ausilio della musica come parte integrante del processo creativo che recupera la memoria di esperienze totalizzanti: il lasciarsi andare senza peso nella silenziosa trasparenza delle profondità marine.

Si coglie agevolmente l’effetto sedimentario, stratigrafico di questa pittura appaiando tele come fossero conci d’arco, pietre angolari di un antico muro portato a nudo. La materia accoglie come antichi organismi mineralizzati forme depositate nella mente. È una sensazione tattile che si riverbera nello sguardo solo quando la luce radente colpisce e svela l’identità delle forme volutamente nascosta. Il mondo subacqueo che primeggia nella maggioranza delle opere. L’assenza di gravità, il flusso delle correnti e la loro forza impetuosa diventano tangibili solo se ci sofferma sugli effetti: soffi di pigmento trascinati con moto parallelo s’aprono in improvvise fioriture leggere come merletti, impalpabili come le strane creature che vivono saldamente appigliate ai fondali.

La pittura di Loredana La Placa non parte dalla visione perché cerca di raccontare la sostanza. Per rendere la percezione dell’acqua mantiene liquidi i pigmenti e anche quando questi si trasformano in un piano costellato di microscopici crateri, resta al dipinto la sensazione di una corsa priva d’ostacoli. Forse è spuma sulla battigia, forse l’avanzare rapido dell’onda di marea: sicuramente sono i colori, i riflessi e l’esperienza di una giornata di mare, trascorsa guardando il limite tra i due mondi, il ruvido della superficie e il suo abito d’acqua che il vento senza posa veste e spoglia.

La scelta, intuitiva e vincente, di sentire il corpo fisico e bagnato del colore senza focalizzarsi sulla visione le ha permesso di esprimere il mare staccandosi dalla rappresentazione ordinaria che è legata allo sguardo. La fluidità dell’esecuzione prevale, il senso avvolgente e leggero del movimento permette di sentirsi immersi anche davanti a colori insoliti. L’opera diventa un mare interiore, ancestrale e amniotico che ci riporta con facilità all’esperienza della gestazione, della vita che tutti noi abbiamo trascorso nuotando nel ventre protettivo di nostra madre.

Loredana La Placa è l’artista della memoria condivisa, non solo del vedere ma del sentire. Non dipinge, modella superfici quasi piatte. In pochi millimetri di spessore racchiude un universo da assaporare ad occhi chiusi scivolando sulle tele con la sensibilità del tatto. Osservando le opere si percepiscono due emozioni, parallele e distinte: il colore dell’acqua che sicuramente ci appartiene, con tutti i ricordi di spiagge, di traversate e di castelli di sabbia sbriciolati dal sole. L’altra, più profonda e intima, è la memoria di una vita fluida e avvolgente che abbiamo dimenticato solo in superficie. È qualcosa che ci portiamo dentro, una radice comune capace d’andare ben oltre le parole e le differenze di cultura.

Fotografie di Massimiliano Reggiani

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