La bella addormentata al Massimo: il sogno, l’acquapark e Čajkovskij
Articolo a cura di Gigi Vinci

Ci sono opere che, prima ancora di andare in scena, hanno già dalla loro parte la musica. La bella addormentata è una di queste. E quando la musica è quella di Čajkovskij, il sogno, almeno quello musicale, è già cominciato.
La partitura è travolgente, conosciutissima, più volte rappresentata ed entrata nell’immaginario collettivo anche grazie alla rilettura cinematografica della Disney. Ma c’è un particolare, forse meno noto, che personalmente trovo affascinante: Čajkovskij inserisce nella partitura, nell’apoteosi finale, anche il tema di “Vive Henri IV”, l’antica melodia monarchica francese legata a Enrico IV di Borbone. Una raffinatezza storica che restituisce alla fiaba la sua matrice francese e cortese.
Nel libretto esplicativo di Sala ci sono alcune domande, che ritengo siano le note direttrici della coreografia: che cosa ne sarà di noi quando smetteremo di ascoltare i nostri sogni? Cosa accadrà quando non lasceremo più spazio alle altre realtà e smetteremo di credere nella forza dell’arte? Vogliamo davvero vivere in un mondo così?
La risposta, naturalmente, sarebbe: no, assolutamente no.
Solo che, dopo aver visto il primo atto, qualche dubbio viene. Il mondo fiabesco immaginato da Oliveira è talmente colorato, giocoso, sopra le righe, giullaresco e farsesco da sembrare, concedetemi l’immagine, una fantasy fiaba finita in un’animazione di acquapark. In alcuni momenti spunta pure una “prova del cuoco” senza Antonella Clerici.
E allora la domanda diventa, siamo davvero sicuri di voler vivere in un mondo così?
Il secondo atto cambia registro e ci porta in una città metropolitana, contemporanea, ma quella città, francamente, la conosciamo già, è quella nella quale viviamo ogni giorno e dalla quale non possiamo certo scappare. L’alternativa tra realtà e sogno rimane dunque sospesa.

Il sogno non dovrebbe essere necessariamente la fuga dalla realtà, ma la capacità di guardare la realtà con occhi diversi.
Sul palcoscenico, comunque, il Teatro Massimo conferma la qualità dei suoi interpreti. Giulia Neri, nei panni di Aurora, è convincente per quella particolare capacità espressiva che avevamo già apprezzato in Kitri. Alessandro Cascioli, nel ruolo del principe Désiré, conferma invece di essere un danzatore dotato di una notevole qualità attoriale.
È una qualità che avevamo già avuto modo di apprezzare nella sua interpretazione di Nijinski, dove il danzatore spingeva l’espressione oltre il gesto coreografico, fino alla vocalizzazione del dolore. Ed è forse questa la massima espressione di ciò che un ballerino-attore può raggiungere, quando il corpo non si limita a rappresentare un sentimento, ma arriva quasi a incarnarlo.
Un vero e proprio percorso di mimesi all’interno della danza stessa. Il danzatore non esegue semplicemente il movimento, diventa ciò che quel movimento vuole raccontare.
Questa qualità espressionistica diventa particolarmente preziosa in una coreografia costruita spesso più sulle posizioni e sulle immagini che sulla fluidità del movimento. Persino nel celebre valzer capita di pensare, c’è il valzer nella musica, ma non sempre c’è il valzer nel corpo.
E tuttavia gli interpreti riescono a dare vita anche a ciò che la coreografia non sempre rende pienamente fluido. Convincente anche Sabrina Montanaro, che porta in scena una Carabosse di forte presenza, quasi una Maleficent cinematografica.
Personalmente, devo confessarlo, ho sentito la mancanza di Yuriko Nishihara. Un’assenza più che giustificata.
Alla fine, dunque, le domande restano sospese. Sono domande importanti, forse persino troppo importanti per essere affidate soltanto a un mondo di colori e invenzioni fiabesche.
Perché il vero sogno, quello che l’arte dovrebbe ancora saperci regalare, non è necessariamente un Parco giochi fantastico nel quale rifugiarci.



Čajkovskij, in fondo, questo lo aveva già capito. E forse è proprio per questo che, dopo tanti anni, continuiamo ad ascoltarlo.
Vostro, Gigi Vinci.



