Massimiliano Reggiani analizza l’arte di Teresa Claudia Pallotta: le “battaglie delle vacche” e la radice oscura della violenza
Aostana d’adozione, milanese per nascita, Teresa Claudia Pallotta ha vissuto in diverse città italiane portando nella propria pittura i colori struggenti del meridione, la solennità rinascimentale del centro e la purezza di linee che viene dalla tradizione nordica fortemente radicata nelle vallate alpine. Grazie a questa esperienza composita nasce una pittura che vela e valorizza la materia impreziosendola. Carta da pacchi e compensato di riciclo non sono mai superfici neutre: portano con sé una storia su cui l’artista scrive e sovrappone il proprio vissuto con un fare sapiente e artigiano, ascoltando venature e pieghe, imperfezioni e nodosità che la vernice ad acqua mantiene leggibili in un intreccio di emozione e memoria.

Teresa Claudia Pallotta ha fatto dell’osservazione la propria fonte creativa: non disegna o dipinge ciò che vede ma usa gli occhi portando mente frammenti di realtà che diventano lettere e parole di un teatro dell’anima. Guarda, assorbe, elabora e reinventa: è un dato importante, fondamentale; nell’arte contemporanea difficilmente si trova una così attenta abitudine al vero. Dalla sua vasta e sensibile produzione – ha toccato temi ambientali e gli sconvolgimenti delle cronache d’oggi fatte di fronti contrapposti, di migrazioni e di respingimenti, – prendiamo uno dei suoi temi ricorrenti: le battaglie delle vacche, spettacolo ormai consueto in tante località dell’arco alpino, con proprie regole, rituali e categorie.

Non è pittura da cartolina, né taccuino di viaggio, non è fascinazione per l’adrenalina né amore futurista per l’indomita forza dei bovini. L’arte di Teresa Claudia Pallotta ha una profonda dimensione etica ma non in senso strettamente animalista. Il combattimento delle vacche, in patois valdostano “bataille di vatse”, mescola l’etologia di queste razze piuttosto focose – la Hérens e la valdostana pezzata nera – ad una complessa e articolata organizzazione agonistica. Le coppie sorteggiate di vacche pregne, divise in tre categorie di peso, vengono fatte scontrare da primavera all’autunno fino ad arrivare in ottobre all’incoronazione della “Reina” la regina vittoriosa, dopo il “Combat final” a Aosta nell’arena Croix-Noire.

L’artista non immortala i luoghi o il dramma della lotta ma si concentra sui corpi possenti e sulla muscolatura contratta, sulle teste disperatamente contrapposte nel fermo tentativo di allontanare l’avversaria. In alcune opere le vacche non combattono: attendono lo scontro restando isolate, diffidenti, lontane dalla propria mandria. Anche se la tradizione di queste lotte organizzate è recente, il sentimento iniziale era ben più lirico, come si evidenzia nel componimento “La bataille di vatse à Vertosan” del 1892.

Così la cantava in patois valdostano il poeta Jean-Baptiste Cerlogne, testo che noi leggiamo tradotto: “Presto si sente il profumo delle violette in fiore, Che riempie l’aria fresca di Vertosan: Presto sento di già le cime appuntite Rispondere ai fischi dei pastori. Sui prati, tutti in fiore, che un’aria pura annaffia Nascosto sotto l’erba canta un grillo Dai cespugli ai pini si posa il pettirosso, E regala ai passanti le sue più belle canzoni. Da lontano si vede che al Breuil stanno mungendo le vacche piene, Che corrono già, sentendo il calore del giorno; Attraverso il pianoro, dove la Dora passeggia, E lo divide con le sue anse”.

Teresa Claudia Pallotta non insiste sulla distanza tra l’immagine bucolica descritta dal presbitero Cerlogne e gli incontri organizzati d’oggi. Non le interessa prendere partito contro il sistema creato per lo spettacolo della “bataille di vatse”. La sua analisi, raffinata e pungente, guarda invece all’uomo che snatura la vita comunque mansueta delle vacche brade per spingerle al torneo. Una giostra di muscoli che ruba loro l’anima e l’identità lasciandole gli occhi vuoti – bianchi o rossi – perché ormai privi di sguardo e comunicazione. L’essere umano – attraverso gli animali – accende la violenza generando gladiatori: quest’arte è una riflessione splendidamente dipinta sulla radice più oscura delle nostre passioni.

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