LA MONDANITÀ
Articolo a cura di Gigi Vinci
Il mondo e le sue delizie, la mondanità, ha spesso portato con sé, nel corso dei secoli, un’aura ambigua, talvolta dipinta come realtà di corruzione, luogo di perdizione o ritrovo di libertini, in contrapposizione al mondo spirituale. Eppure, così facendo, si è finito per smarrire il suo significato più autentico, quello di raffinata ricerca dell’otium, di eleganza e di leggerezza, mai, sia chiaro, sinonimo di vacuità.

Per secoli, illustri protagonisti della vita sociale hanno trasformato la mondanità in un palcoscenico di incontri e conversazioni incantate, un luogo sospeso, dove la tristezza e la miseria restavano fuori dalla porta. Attenzione, però, il lusso non è eleganza. Il primo distingue chi possiede ricchezza; la seconda appartiene, senza equivoci, a chi possiede una educazione.
Nel tempo, questi raffinati interpreti della società hanno codificato un vero e proprio stile di vita, stabilendo comportamenti e misura in ogni circostanza. Tre opere, in particolare, ne hanno scolpito l’essenza: Il Cortegiano di Baldassarre Castiglione, La Civil Conversazione di Stefano Guazzo e il celebre Galateo di Monsignor Della Casa.
Una società mondana degna di questo nome è, prima di tutto, una società elegante. E l’eleganza collettiva nasce sempre da quella individuale, che si compone in perfetto equilibrio di tre elementi: aspetto, modi e anima.

L’eleganza di aspetto è un dono naturale, ma può essere affinata, armonia della figura, capacità di scegliere l’abito giusto e soprattutto, di renderlo espressione della propria personalità. Accanto a questa, l’eleganza dei modi: gesti misurati, leggerezza nei movimenti, naturalezza mai costruita.
E poi c’è l’eleganza dell’anima, la più rara: sensibilità, profondità, capacità di compiere gesti importanti senza mai indulgere nell’ostentazione.
Quando queste tre qualità convivono in una sola persona, il risultato sfiora il mito. Un nome su tutti: Donna Franca Florio.
La vera mondanità, però, non può prescindere dalla cultura. Il dilettantismo, in questo campo, è imperdonabile. Madame de Sévigné, fine osservatrice della società del suo tempo, raccomandava alla figlia la lettura del Tasso e di Petrarca, oltre all’esercizio della lingua italiana, segno evidente di quanto la nostra tradizione fosse stimata nei salotti più esclusivi della Francia del XVII secolo.
Tuttavia, anche in assenza di grande erudizione, uno spirito brillante può salvare la conversazione, purché ne conosca le regole. Emblematica, a tal proposito, una Signora che, con disarmante grazia, amava dire: “Sono talmente estasiata nel sentirvi parlare che non mi è gradito aggiungere altro se non una circostanza realmente vissuta”, per poi raccontare la propria esperienza. Anche questa, in fondo, è arte del sapere vivere.

La società mondana si nutre di rapporti affabili e gentili che non hanno alcun obbligo di trasformarsi in amicizie profonde, anzi, spesso è preferibile il contrario. I legami affabili sono rassicuranti; quelli amicali, talvolta, si complicano. Meglio, allora, una vita all’insegna della garbatezza e della leggerezza.
Non mancano, naturalmente, le formule di circostanza eterne e sempre gradite: “Come sta?”, “Se ne va di già?”, “Come possiamo persuaderla a rimanere?”. La cortesia non è mai superflua è, piuttosto, il più discreto degli ornamenti.
E se qualcuno teme l’eccesso di formalità, basti ricordare che l’affettazione non risiede nelle parole, ma nel modo in cui vengono pronunciate. Anche un semplice “buongiorno” può bastare, purché sia detto con stile.
C’è poi una certa idea contemporanea di “VIP”, spesso rumorosa, talvolta aggressiva, che nulla ha a che vedere con la vera eleganza. Apparire ovunque non significa appartenere alla mondanità, quella autentica resta, per sua natura, selettiva e misurata.

E in fondo, a chi ancora guarda con sospetto questo mondo raffinato, vale la pena ricordare una frase, che mi e’ stata riferita, attribuita a Donna Arabella Salviati, nipote di Donna Franca Florio:
“Di mondanità non è mai morto nessuno”.
Quindi buona mondanita’ a tutti! A presto, cari amici.
Vostro, Gigi Vinci