Il David di Donatello e la nostalgia di un cinema che non c’è più
Cari lettori, c’è stato un tempo in cui il David di Donatello rappresentava davvero il vertice del cinema italiano. Era il riconoscimento che consacrava attori, registi e sceneggiatori destinati a entrare nella storia. Bastava leggere i nomi dei premiati per capire la grandezza di quell’epoca, Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Fellini e tanti altri protagonisti che hanno reso il cinema italiano un mito internazionale.
Oggi, invece, la sensazione è diversa. Sempre più spesso il David appare come una sorta di imitazione in miniatura della notte degli Oscar, stessi rituali, stessa ricerca della battuta brillante, stessa costruzione televisiva fatta di presentatori che si alternano di anno in anno nel tentativo di dare ritmo, leggerezza e importanza a un contenitore che però sembra essersi progressivamente svuotato.
E a colpire non è soltanto la povertà narrativa di molti film, ma anche l’atmosfera generale della cerimonia. Persino le mise delle attrici sembrano ormai lontanissime dall’eleganza magnetica delle grandi notti del cinema internazionale. Non c’è quell’abbaglio glamour che una volta scattava quando la telecamera indugiava sul pubblico, non c’è la sensazione di trovarsi davanti a un mondo straordinario e irraggiungibile. Al contrario, molte apparizioni restituiscono un’impressione quasi dimessa, ordinaria, da “dopolavoro ferroviario”, più che da grande celebrazione del cinema e questo, inevitabilmente, contribuisce ad accentuare la sensazione di assistere non a un evento capace di creare mito, ma a una cerimonia che fatica a trovare una propria identità e un proprio fascino.
Il problema, naturalmente, non è il premio in sé. Il David di Donatello resta un riconoscimento prestigioso. Il problema è il cinema italiano contemporaneo.
Oggi il cinema italiano vive una crisi evidente di identità e soprattutto di produzione. I finanziatori privati sono sempre meno; gran parte delle opere nasce grazie ai fondi pubblici. I meravigliosi tempi di produttori esperti che sapevano selezionare sceneggiature ed interpreti, come Ponti-De Laurentiis, Cecchi Gori etc… non esistono più!
Il risultato è un cinema in economia che appare sempre piu intimista, quasi claustrofobico. Film costruiti prevalentemente su interni, appartamenti, stanze, dialoghi psicologici, relazioni spezzate e silenzi. Gli esterni costano, le grandi ambientazioni costano, le produzioni ambiziose costano. E così il cinema si restringe, si ripiega su se stesso, perde respiro narrativo e visivo.
Personalmente faccio fatica ad appassionarmi ai film italiani contemporanei. Ne guardo qualcuno per curiosità, talvolta quasi per dovere culturale, ma spesso ne esco deluso.
Anche l’ultimo film di Checco Zalone mi ha lasciato questa sensazione. Mi aspettavo certamente una commedia nelle sue corde, ma con una struttura narrativa più incisiva. Il tema del ritrovare i sentimenti attraverso un viaggio, persino il percorso spirituale legato a Santiago, è qualcosa che il cinema internazionale ha già raccontato molte volte, anche molto meglio. La trasformazione del protagonista, questa sorta di conversione sulla via di Damasco, appariva prevedibile sin dall’inizio. Il finale era scritto già nelle prime scene.
Lo stesso senso di incompiutezza l’ho provato davanti a Duse. Ho voluto vedere il film perché Eleonora Duse è una figura gigantesca nella storia del teatro italiano, e perché Valeria Bruni Tedeschi è, a mio avviso, una delle più grandi attrici italiane contemporanee. Divina nella presenza scenica, intensa, autentica.
Eppure anche lì mancava qualcosa di fondamentale, l’anima del personaggio. Il film non era davvero una biografia della Duse, ma nemmeno un ritratto psicologico compiuto. Sembrava piuttosto una raccolta di frammenti, di intuizioni, di pensieri sparsi. Un mosaico incompleto. Alla fine restava una domanda, chi era davvero Eleonora Duse in quel film? Paradossalmente, tutto sembrava esserci tranne la sua anima.

Non ho visto invece Le assaggiatrici, quindi non posso esprimere un giudizio. Ma una gioia sincera l’ho provata per il riconoscimento a Rori Quattrocchi.
Aurora Quattrocchi è un volto profondamente amato a Palermo. L’ho vista al cinema, già nel film Nuovomondo meritava un riconoscimento, al Teatro Biondo in Liola’ di Moni Ovadia, e persino dal vivo durante una rassegna letteraria al “Associazione Flavio Beninati”era seduta accanto a me e semplicemente accanto agli altri. È una donna diretta, spontanea, senza costruzioni. Una persona che parla come pensa, senza filtri, con quella naturalezza un po’ ruvida e autentica che i palermitani riconoscono immediatamente come vera. Forse proprio per questo è così amata.
E probabilmente è stata Lei, più di tanti discorsi celebrativi e passerelle televisive, la vera rivelazione di questa edizione del David di Donatello.
Perché il pubblico, in fondo, continua a cercare autenticità. Cerca emozioni vere, personaggi vivi, storie capaci di restare dentro ed è forse questo che manca oggi al nostro cinema, il coraggio della grandezza.

Sono lontani i tempi in cui il David consacrava miti immortali del cinema italiano, ma la nostalgia, da sola, non basta. Servirebbe un nuovo slancio creativo, una nuova generazione capace di raccontare il Paese con ambizione, profondità e libertà.
Fino ad allora, il rischio è che il David di Donatello continui a sembrare soprattutto una splendida cerimonia che celebra il ricordo di ciò che il cinema italiano è stato, più che ciò che oggi riesce davvero a essere.
Vostro Gigi Vinci.
