18/04/2026
Semiramide: eleganza oscura che non accende davvero il dramma
Le Carnet Mondain Rubriche

Semiramide: eleganza oscura che non accende davvero il dramma

Mar 13, 2026

Articolo a cura di Gigi Vinci

Al Teatro Massimo di Palermo è andata in scena la prima di Semiramide di Gioachino Rossini, affidata alla direzione di Christopher Franklin e alla regia di Pierre Emmanuel Rousseau, che firma anche scene e costumi.

Il primo cast vede protagonista Vasilisa Berzhanskaya nel ruolo del titolo, bravissima, accanto a Chiara Amarù (Arsace), Mirco Palazzi (Assur) e Maxim Mironov (Idreno) ed altri talenti. Sul piano musicale la produzione convince, orchestra e coro del Massimo offrono una prova solida e compatta, e tra le voci emergono soprattutto Chiara Amarù, per intensità interpretativa, e Mironov, luminoso e virtuosistico, tra i più applauditi della serata. Da segnalare anche la imponente presenza scenica dell’ombra del re Nino: Francesco Russo che non è soltanto una figura evocativa ma un interprete capace di incarnare le angosce del dramma, quasi una Erinni implacabile che non concede tregua ai regicidi.

La lettura scenica di Rousseau sposta la vicenda in ambienti metropolitani dal gusto deco’ con abiti e suggestioni démodé anni Ottanta, dove si intravedono atmosfere e figure da noblesse decadence. Dominano nero e oro, con inserti di rosso e luci anche fucsia, mentre i rituali di corte, maschere e gesti iniziatici, rimandano con evidenza all’immaginario di Stanley Kubrick e al suo Eyes Wide Shut.

Eppure proprio questa eleganza dark diventa anche il limite dello spettacolo. La tragedia che attraversa Semiramide sospesa tra l’ombra di Oedipus Rex e le inquietudini di Hamlet, con sottintesi quasi freudiani resta più suggerita che vissuta. L’impianto scenico appare cupo e claustrofobico sin dall’inizio e manca quel contrappunto di meraviglia e splendore, i giardini di Babilonia, lo sfarzo visivo, che tradizionalmente equilibra la violenza del dramma.

Serata comunque vivace per la mondanità in platea. Accanto alle presenze istituzionali e a molti turisti, non mancavano gli habitué del teatro. Tra questi il sempre appariscente Gigi Vinci che per l’occasione ha scelto un caftano fastoso nero e oro, grandi orecchini chandelier e un diadema raggiante, un insieme quasi da costume teatrale, molto apprezzato dallo stesso regista Rousseau. Non sono passati inosservati anche i gioielli di Fiorella Friscia, scrittrice e creatrice di gioie, un anello e orecchini con vistosi diamanti e rubini, accompagnati da un solitario di rubino al collo, lampi di rosso prezioso che sembravano dialogare con la tavolozza cromatica dello spettacolo. In sala anche il baritono Vittorio Prato, sempre affascinante e sorridente, nonché, il soprano Desirée Rancatore, presenza ben nota al pubblico del Massimo.

Il risultato è uno spettacolo raffinato e musicalmente solido, ma che, nonostante la coerenza estetica, fatica a trasformarsi in vera tragedia teatrale. Elegante, oscuro, ma emotivamente distante.

(Foto di L.M.V.)