18/04/2026
Vito La Marca: raccontare Palermo per non lasciare che la storia si dissolva
Interviste

Vito La Marca: raccontare Palermo per non lasciare che la storia si dissolva

Mar 5, 2026

In questa intervista concessa a L’Epoca Culturale, lo scrittore Vito La Marca racconta la genesi del suo romanzo La storia non finisce qui. Giuseppe Caldara, ’u tabaccaru, un’opera che nasce dal bisogno profondo di restituire voce alla memoria dimenticata di Palermo e della Sicilia ottocentesca. Partendo da una scoperta negli archivi di Stato e da una vicenda che riguarda un suo avo, l’autore costruisce un racconto che intreccia storia e narrazione civile, riportando alla luce il destino di giovani palermitani relegati ai margini della Storia ufficiale. Nel dialogo con L’Epoca Culturale, La Marca riflette sul valore della memoria come atto di responsabilità collettiva, sul ruolo della “storia dal basso” e sulla forza simbolica dei luoghi quotidiani, come la tabaccheria di Giuseppe Caldara, trasformata in un microcosmo della città. L’intervista diventa così un viaggio tra identità, radici e coscienza civile, dove la letteratura si conferma strumento per comprendere il passato e interrogare il presente. Perché, come suggerisce il titolo del romanzo, la storia non è mai davvero conclusa: continua ogni volta che qualcuno decide di raccontarla.

  • Vito La Marca, il Suo romanzo La storia non finisce qui. Giuseppe Caldara, ’u tabaccaru nasce da un forte bisogno di memoria che richiama la grande tradizione della narrazione civile, da Sciascia a Verga, fino a Camilleri. In un tempo in cui la storia sembra spesso ridotta a cronaca veloce, cosa l’ha spinta a fermarsi e a restituire voce a un popolo e a una città attraverso la letteratura?

Il mio libro nasce da una storia importante, da un fatto storico che riguarda un mio avo. Ho sempre amato la storia, sentimento che mi ha trasmesso mio padre, e in particolare la storia della Sicilia e di Palermo. La vicenda raccontata nel libro, in un certo senso, è venuta fuori da sola. Può sembrare incredibile, ma è così. Tutto è nato dal desiderio di ricostruire l’albero genealogico della mia famiglia. Sfogliando i fogli ingialliti dell’Archivio di Stato, mi sono imbattuto in un certificato di morte annotato in un registro del 1850 significativamente intitolato “Altri registri”. Quella dicitura mi ha colpito profondamente. “Altri” significa spesso dimenticati, messi ai margini. Da quel momento è nata in me una voglia irrefrenabile di ricostruire quei giorni, di comprendere cosa fosse accaduto davvero e di restituire voce e memoria a quei sei giovani palermitani, e al mio avo, che la storia aveva relegato in fondo a una pagina o ad uno di una strada. In un tempo in cui tutto scorre veloce, fermarsi a raccontare è diventato per me un atto di responsabilità. Perché la memoria, se non viene narrata, si dissolve. E un popolo che perde memoria perde anche coscienza di sé.

  • La scelta di raccontare Palermo dall’interno, attraverso la quotidianità di un uomo del popolo, richiama quella “storia dal basso” cara a molti storici e scrittori contemporanei. Giuseppe Caldara non è un eroe tradizionale, ma un testimone. Quanto è importante, per Lei, mettere al centro figure apparentemente marginali per comprendere davvero il senso della Storia?

Per me è fondamentale. La Storia, quella con la “S” maiuscola, viene spesso raccontata attraverso i grandi nomi, i condottieri, le decisioni dei potenti. Ma la storia vera è fatta di persone comuni. Di uomini e donne che non cercano gloria, ma che in un momento decisivo scelgono da che parte stare. Giuseppe Caldara non è un eroe tradizionale. È un tabaccaio, un figlio, un fratello, un cittadino. È un uomo del popolo che vive il suo tempo fino in fondo. Ed è proprio questa normalità a renderlo straordinario.  Significa ricordare che le rivoluzioni, i cambiamenti, la dignità civile non nascono solo nei palazzi, ma nei vicoli, nelle botteghe, nelle case.  C’è poi un’altra ragione che per me è importante. Oggi viviamo in una società che spesso propone modelli distorti: il successo facile, la violenza spettacolarizzata, l’idea che il potere coincida con la sopraffazione. Io sentivo il bisogno di raccontare un modello diverso. Un uomo vero che sceglie la responsabilità, la coerenza, il senso civico, anche quando il prezzo è altissimo.  In fondo, comprendere davvero la Storia significa anche scegliere quali esempi vogliamo consegnare alle generazioni che verranno.

  • La tabaccheria diventa nel romanzo un crocevia di vite, quasi un microcosmo sociale. In letteratura, luoghi simili sono stati utilizzati da autori come Dickens o García Márquez per raccontare intere comunità. Come è nato questo spazio narrativo e che valore simbolico assume nel Suo racconto?

La tabaccheria non è nata come espediente narrativo, ma come dato reale. Era il luogo in cui Giuseppe Caldara, e la mia famiglia, lavorava, viveva, ascoltava. E più studiavo i documenti, più mi rendevo conto che quella “putìa” non era soltanto un esercizio commerciale, ma uno spazio sociale. Nell’Ottocento la tabaccheria era un punto di incontro: lì si scambiavano notizie, si commentavano i fatti politici, si intrecciavano relazioni. Era una piccola piazza coperta. Da qui l’idea di farne un microcosmo: un luogo in cui Palermo entra ed esce, dove il privato e il pubblico si sfiorano continuamente. Dal punto di vista simbolico, la tabaccheria è come una porta tra due mondi. Da una parte c’è la vita privata: il lavoro, la famiglia, le abitudini di ogni giorno. Dall’altra c’è la città che si agita, le tensioni, le rivolte, la Storia che entra all’improvviso nella vita delle persone.  In fondo, la tabaccheria è Palermo in miniatura. È la città che respira, discute, spera, teme. Ed è lì che si comprende davvero come le grandi trasformazioni passino sempre dalla vita concreta delle persone.

  • Le giornate del 27 e 28 gennaio 1850 emergono con una forza quasi documentaria, riportando alla luce un episodio poco conosciuto. Quanto è stato complesso bilanciare la ricerca storica con la tensione narrativa, e dove si colloca, secondo Lei, il confine tra romanzo e testimonianza?

È stata probabilmente la parte più complessa del lavoro. Raccontare le giornate del 27 e 28 gennaio 1850 significava muoversi su un terreno delicato, dove la memoria storica non è sempre univoca. Alcune fonti descrivono Giuseppe e i suoi compagni come rivoluzionari militanti, consapevoli e attivi. Altre li dipingono come ragazzi quasi capitati lì per caso, trascinati dagli eventi più grandi di loro. Questa contraddizione mi ha posto davanti a una scelta difficile: quale versione seguire? Ho deciso di non scegliere una verità assoluta, ma di cercare la verità più umana. Credo che spesso la realtà stia nel mezzo. In tempi convulsi come quelli, si può essere animati da ideali e, allo stesso tempo, essere travolti dagli eventi. Si può avere coraggio senza essere eroi professionisti. Il bilanciamento tra ricerca storica e tensione narrativa è stato proprio questo: rispettare i documenti, anche quando non coincidono, e lasciare che il romanzo desse spazio a quella zona grigia che la storia ufficiale non sempre riesce a illuminare. Il confine, per me, resta chiaro: i fatti non si alterano. Ma dentro quei fatti si muovono uomini veri, con dubbi, paure, slanci. È in quello spazio che il romanzo trova la sua legittimità, senza mai tradire la testimonianza.

  • Vito, nel Suo libro la memoria non è solo ricordo, ma resistenza. Questo tema attraversa molta letteratura del Novecento, da Primo Levi a Elsa Morante. Crede che oggi la scrittura possa ancora avere una funzione civile e contribuire a costruire una coscienza collettiva?

Non ci crederà, ma “Se questo è un uomo” di Primo Levi è stato il primo libro che abbia mai letto per intero. Ce lo assegnò come compito la professoressa Andria Italiano, alle scuole medie. Quel libro mi ha segnato profondamente. Ricordo lo smarrimento, la durezza di certe pagine, ma anche la lucidità con cui Levi trasformava la memoria in responsabilità. Forse è stato lì che ho capito che la scrittura può essere molto più di un racconto: può essere coscienza. Per questo, alla sua domanda rispondo sì. Almeno per me è stato così: un libro può lasciare un segno che dura tutta la vita. Nel mio piccolo, con il mio romanzo, spero di riuscire a fare qualcosa di simile: aiutare a guardare con occhi diversi i luoghi che attraversiamo ogni giorno e gli stati d’animo che spesso diamo per scontati. Perché la memoria non è solo passato; è uno sguardo nuovo sul presente.

  • La Sicilia emerge come protagonista silenziosa, terra ferita ma dignitosa. In che modo le Sue radici personali, trasmesse anche dalla figura paterna, hanno influenzato la costruzione emotiva e culturale di questo romanzo?

Tanti anni fa, non ricordo nemmeno a quale tavolo né in quale occasione, rimasi colpito da una frase pronunciata in un contesto politico: “Sappiate che le vicende che hanno cambiato l’Italia e l’Europa nascono tutte dalla Sicilia”.  All’epoca mi fece riflettere. Con il senno di poi, posso dire che quella frase mi è rimasta dentro. La Sicilia è stata spesso laboratorio di trasformazioni, di rivolte, di tensioni che poi hanno avuto eco ben oltre l’isola. Ho già fatto riferimento a mio padre per la passione che mi ha trasmesso per la storia. Ma per questo libro il coinvolgimento emotivo è stato ancora più profondo. Scrivere di un proprio avo non è come scrivere di un personaggio lontano nel tempo: significa entrare in un pezzo della propria identità. Ascoltare i ricordi di mia madre, i racconti che a sua volta aveva sentito da suo nonno, è stato un momento intenso. In quelle parole non c’era solo memoria familiare, ma un filo invisibile che univa generazioni diverse. Questo romanzo, più che una scelta letteraria, è stato un percorso personale. Un modo per capire da dove vengo e, forse, per dare un senso ancora più consapevole a ciò che sono oggi.

  • Vito, il Suo percorso professionale nel campo dell’innovazione digitale sembra, in apparenza, distante dalla scrittura storica. Eppure, entrambe le dimensioni parlano di futuro. Che rapporto esiste, per Lei, tra memoria e innovazione? È possibile costruire il domani senza una consapevolezza del passato?

In effetti può sembrare strano che chi si occupa di innovazione digitale scriva un romanzo storico. Ma per me le due cose non sono così lontane. L’innovazione guarda avanti, è vero. Però se non sai da dove vieni, rischi di non sapere nemmeno dove stai andando. La memoria ti dà un punto di partenza, ti dà identità. Io credo che non si possa costruire il domani senza avere consapevolezza del passato. Non per restare fermi, ma per crescere con più equilibrio. La tecnologia cambia gli strumenti, ma i valori, il senso civico, la responsabilità restano. In fondo, sia nel mio lavoro sia nella scrittura, cerco la stessa cosa: contribuire, nel mio piccolo, a costruire qualcosa di solido per il futuro.

  • Nella prefazione si parla di oralità, di “cunto”, di improvvisazione come scintilla creativa. Questo richiama la tradizione dei cantastorie siciliani e una narrazione quasi performativa. Quanto questa dimensione orale ha influenzato il ritmo e lo stile del Suo romanzo?

Su questo aspetto devo ringraziare tantissimo il mio amico Salvo Piparo. In questi anni mi ha insegnato molto, soprattutto il rispetto per il ritmo del racconto, per la parola detta prima ancora che scritta. Ogni volta che rileggevo una pagina del romanzo mi ponevo quasi istintivamente una domanda: “Il mio cunto sta uscendo bene?”. Non era solo una questione stilistica, ma di anima. Il “cunto” non è soltanto narrazione, è respiro, è musicalità, è capacità di tenere viva l’attenzione senza forzature. Il confronto con lui mi ha aiutato a non perdere quella dimensione orale, quella cadenza che appartiene alla nostra terra. Se nel romanzo si avverte un ritmo che sembra quasi parlato, è anche grazie a questo percorso di ascolto e di amicizia.

  • Il messaggio del libro appare profondamente attuale: la dignità di un popolo nasce dalla capacità di custodire e tramandare. Se dovesse rivolgersi ai giovani lettori, spesso lontani dalla storia, cosa direbbe per invitarli ad avvicinarsi a questo patrimonio?

Rispondo: Guardate nella nostra storia. Cercate i nostri eroi. Non abbiamo bisogno di importare falsi miti o modelli costruiti altrove. La storia della Sicilia è affascinante, profonda, stratificata. Per secoli è stata messa, volutamente o meno, in una sorta di letargo. È tempo che torni a respirare. Ci sono altri eroi, altre storie che chiedono di essere ascoltate e raccontate. Io ne ho incontrata una quasi per caso, tra le pagine ingiallite di un archivio. E credo che ce ne siano molte altre che aspettano solo qualcuno disposto a fermarsi e ad ascoltarle. Spero, nel mio piccolo, di riuscire a dare voce anche a quelle.

  • Il titolo La storia non finisce qui è un’affermazione potente e aperta. Se dovesse immaginare oggi i “nuovi testimoni silenziosi”, i nuovi “tabaccari” del nostro tempo, chi sono e quali storie dovrebbero avere il coraggio di raccontare?

Senza ombra di dubbio oggi i nuovi testimoni silenziosi sono tutti quei giovani che lottano per avere un futuro migliore. Penso ai ragazzi e alle ragazze che, in diverse parti del mondo, come in Iran o in Palestina, chiedono libertà, diritti, la possibilità di studiare, di viaggiare, di autodeterminarsi. Ogni generazione ha le sue battaglie. Noi spesso diamo per scontati diritti che qualcuno, prima di noi, ha conquistato pagando un prezzo altissimo. Grazie agli eroi del Risorgimento, per esempio, noi e i nostri giovani viviamo in un contesto di libertà, istruzione, mobilità e partecipazione civile. Non è così ovunque, e questo dovrebbe renderci più consapevoli e più responsabili. La storia non è finita nel 1848 o nel 1860: continua ogni volta che qualcuno chiede dignità, giustizia e opportunità. Continua anche quando qualcuno sceglie di non restare indifferente. Se c’è un filo che unisce quei giovani ai nostri “tabaccari” di ieri, è proprio questo: il desiderio di essere protagonisti del proprio destino.

Grazie per essere stato con noi