12/04/2026
Alessio Vailati, la poesia che guarda la Storia: “La mappa del dolore” tra immagini e memoria
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Alessio Vailati, la poesia che guarda la Storia: “La mappa del dolore” tra immagini e memoria

Mar 5, 2026

Articolo a cura di Deborah Benigni 

L’ultima raccolta poetica di Alessio Vailati è un viaggio intenso – e a tratti immaginifico – che scava nella Storia con un’intensità disarmante.  Prendendo spunto da alcune tra le più iconiche fotografie vincitrici del prestigioso Premio Pulitzer, Vailati rende inizialmente  omaggio all’intento documentaristico che tanto fu caro al celebre giornalista ungherese, istitutore del riconoscimento, virando poi, con una grazia d’altri tempi, su ciò che della vicenda umana resta, prepotente nella sua bellezza e nell’ineluttabilità del suo destino, su questa Terra.

Ognuno dei trenta componimenti, i cui titoli si specchiano in quelle celeberrime immagini, contestualizzandole nel tempo e nello spazio, sembra serbare dentro di sé  il racconto tragico, doloroso, ma a tratti salvifico della storia dell’uomo, dalla Seconda guerra mondiale alla contemporaneità. Un racconto denso, che gioca su toni dal forte impatto emotivo, e che simboleggia nella sua essenza una prepotente dicotomia: quella tra la gioia e la sofferenza, l’Inferno e il Paradiso, la Vita  e la Morte. Il confine è labile, talvolta nella cruda realtà sembra addirittura opinabile, in un repentino cambio di prospettiva. Dove si trova, davvero, il baratro della nostra esistenza? A volte basta solo una parola, un aggettivo che appare estemporaneo, una metafora inaspettata, a svelare – come in una maledetta epifania – l’arcano.

In Il ponte sul Taedong (Max Desfor, 1951) si legge: “come/ resiste il corpo al cuore crocifisso! […] l’acqua per molti diverrà un eterno/ riparo; gli altri in un’altra trafila/ caleranno, reduci dall’inferno”. E nelle successive strofe in corsivo, che corredano ogni singola poesia – e che sembrano raccontare la storia, in tendenza bidirezionale, quasi partendo internamente dal cuore ed arrivando in superficie – è scritto: “travi sospese/ e anime come su croci/ pencolanti appese./ La fuga in equilibrio/ lungo il filo della sorte:/ in cima il fantasma della vita,/ sul fondo solamente morte”. Antitesi assordanti, necessarie e dunque indispensabili nella loro atrocità, ma foriere di riflessioni profonde, che restano nell’animo e chiedono di esistere. Ma soprattutto, chiedono di essere rese nuovamente eterne, nero su bianco, con un inchiostro che nella mappa del dolore possa tracciare sentieri nuovi, nel futuro che verrà.

La croce – parola chiave che riecheggia più di una volta tra le righe, anche solo per evocazione – rimanda all’idea di sacrificio, di Amore rivolto ad un mondo in cui “il male infuria, il bene resta a galla” (Ritratto della dignità, Moneta Sleet, 1969). Ma proprio nella “violazione del sogno”, nel “grumo/ di orrore negli occhi”, in una vita che si sfalda “dentro il verde/ come colore fra le dita…” è impellente il tentativo di rinascita. E’ obbligatorio – quasi come fosse un dovere morale – per la speranza, farsi strada. Ed è tracciando questa linea che, ne Il catastrofico terremoto di Haiti (2011) “dal fumo appare – dove i fuochi/ attizzano residui di materia -/ ora il prodigio: passano due occhi:/ vibrano due ali dentro quegli scorci”.

In quella misera risorsa di infinite tempeste che è la guerra, tra i sentieri della mappa si nascondono declivi aridi, pendii e arbusti che smascherano ciò che è cruento per eccellenza: “dalla gioia si è schiuso un fiore/ interamente insanguinato” si legge in Vendetta all’autodromo (1972). La morte “diventa una festa”, ma quello stesso sangue – il sangue di ogni uomo che perde corpo e pelle, ma non sempre la dignità – si perde a volte tra le pieghe di vicende intime, familiari, quasi vendette di biografie in cui ogni lettore può riconoscere le piaghe (per usare una paronomasia, tanto cara al poeta) del suo vissuto. Il viaggio di una madre (2007) narra, con pathos a tratti mistico, (quasi un riferimento all’atavica letteratura religiosa del Trecento), l’anima lacerata della Madre, inerme, davanti alla fragilità di un figlio. Creatura esile, nell’oppressione della sua malattia: “guardate come si spegne mio figlio:/ una candela di cera al calore/ insostenibile del tempo, un giglio/ candido che si nutre dell’amore/ materno”. La metafora, visivamente cangiante, vive di vita propria ed esplode visivamente, come una bomba al napalm, incendiaria. Ma nelle rime a seguire diventa quasi, simbolicamente, l’Araba Fenice di una resurrezione, capace di “umiliare il buio della morte”, tanto da far scaturire un pensiero dolce e potente al tempo stesso: “forse dove sarai non ci sarà quel male/ che ti ha reciso in fiore con la sua falce”.

Ed è proprio questo l’effetto che creano le poesie di Vailati: quadri nitidi nella loro straordinaria coerenza,  coesione e fedeltà all’esperienza fotografica (vera Musa di autentica ispirazione per lo scrittore), ma solo al primo sguardo. Quando l’occhio comincia a perdersi, rapito da uno stile semplice e sublime al tempo stesso, trova rime, parole, segni che non solo impreziosiscono – anche grazie ad un realismo quasi magico – la storia, ma riescono ad evocarla da altre prospettive, creando varchi simbolici, aprendo mondi che diventano – in senso metaletterario – un racconto del racconto stesso. Sono pennellate rapide, quasi impressioniste, da cui non è possibile difendersi, perché travolgono senza chiedere permesso.

“Il nulla si accampa alle spalle/ non lascia una via di fuga né una tregua/ anche se appare come lo sfolgorio/ iniziale di un sole nuovo” si legge in Carestia (1985). Immagini ossimoriche, sinestetiche, che raccontano la contraddizione insita negli eventi, spesso avvolti dalla circolarità del tempo, che Cronos continua ad elargire. Ieri, come oggi. E nel tempo letterario di questa raccolta, circolare anch’esso, il dramma si ripete: il lessico, selezionato sempre in maniera puntuale ed accurata, non fa da sfondo come un mero paesaggio,  ma tra i versi è coprotagonista dei fatti. L’aggettivazione è sempre pregnante: la pace è “apparente”, il ricordo è “dolente”, l’umanità è “incostante” (Un volto nella folla, 1977).

Sullo stesso binario, incontriamo una punteggiatura attenta a trasmettere l’essenza, lavorando a volte per sottrazione: “la memoria della battaglia/ è ancora viva nell’atmosfera/ della tregua dopo il boato/ che ha vibrato sulle rocce/ e smosso e squassato/ il velo della terra e del cielo” si legge in Cicatrici di guerra (1972). Ed è – quello delle pause accuratamente selezionate – un valore aggiunto ad un’opera davvero significativa, che riesce a toccare le corde del lettore senza sconti o scorciatoie artificiose, ma regalando la traduzione di esperienze emotive che difficilmente potranno essere dimenticate.

Nota sull’autore:

Alessio Vailati è nato a Monza nel 1975 e vive in provincia di Monza e Brianza. E’ laureato in giurisprudenza. Le sue raccolte di poesia sono: L’eco dell’ultima corda (Lietocolle 2008), Sulla via del labirinto (L’arcolaio, 2010), Sulla lemniscata – L’ombra della luce (La Vita Felice, 2017), Piccolo Canzoniere privato (Controluna, 2018, Premio poeti e Narratori per caso 2019 e finalista Premio Marineo 2018), Orfeo ed Euridice (Puntoacapo Editrice, 2018), Hirosaki (Lietocolle 2019, plaquette), Il moto perpetuo dell’acqua (Biblioteca dei Leoni, 2020), Lungo la muraglia (Bertoni editore, 2020), Luci da Oriente (Nulla Die edizioni, 2021).

L’ultima raccolta poetica di Alessio Vailati è un viaggio intenso – e a tratti immaginifico – che scava nella Storia con un’intensità disarmante.  Prendendo spunto da alcune tra le più iconiche fotografie vincitrici del prestigioso Premio Pulitzer, Vailati rende inizialmente  omaggio all’intento documentaristico che tanto fu caro al celebre giornalista ungherese, istitutore del riconoscimento, virando poi, con una grazia d’altri tempi, su ciò che della vicenda umana resta, prepotente nella sua bellezza e nell’ineluttabilità del suo destino, su questa Terra.

Ognuno dei trenta componimenti, i cui titoli si specchiano in quelle celeberrime immagini, contestualizzandole nel tempo e nello spazio, sembra serbare dentro di sé  il racconto tragico, doloroso, ma a tratti salvifico della storia dell’uomo, dalla Seconda guerra mondiale alla contemporaneità. Un racconto denso, che gioca su toni dal forte impatto emotivo, e che simboleggia nella sua essenza una prepotente dicotomia: quella tra la gioia e la sofferenza, l’Inferno e il Paradiso, la Vita  e la Morte. Il confine è labile, talvolta nella cruda realtà sembra addirittura opinabile, in un repentino cambio di prospettiva. Dove si trova, davvero, il baratro della nostra esistenza? A volte basta solo una parola, un aggettivo che appare estemporaneo, una metafora inaspettata, a svelare – come in una maledetta epifania – l’arcano.

In Il ponte sul Taedong (Max Desfor, 1951) si legge: “come/ resiste il corpo al cuore crocifisso! […] l’acqua per molti diverrà un eterno/ riparo; gli altri in un’altra trafila/ caleranno, reduci dall’inferno”. E nelle successive strofe in corsivo, che corredano ogni singola poesia – e che sembrano raccontare la storia, in tendenza bidirezionale, quasi partendo internamente dal cuore ed arrivando in superficie – è scritto: “travi sospese/ e anime come su croci/ pencolanti appese./ La fuga in equilibrio/ lungo il filo della sorte:/ in cima il fantasma della vita,/ sul fondo solamente morte”. Antitesi assordanti, necessarie e dunque indispensabili nella loro atrocità, ma foriere di riflessioni profonde, che restano nell’animo e chiedono di esistere. Ma soprattutto, chiedono di essere rese nuovamente eterne, nero su bianco, con un inchiostro che nella mappa del dolore possa tracciare sentieri nuovi, nel futuro che verrà.

La croce – parola chiave che riecheggia più di una volta tra le righe, anche solo per evocazione – rimanda all’idea di sacrificio, di Amore rivolto ad un mondo in cui “il male infuria, il bene resta a galla” (Ritratto della dignità, Moneta Sleet, 1969). Ma proprio nella “violazione del sogno”, nel “grumo/ di orrore negli occhi”, in una vita che si sfalda “dentro il verde/ come colore fra le dita…” è impellente il tentativo di rinascita. E’ obbligatorio – quasi come fosse un dovere morale – per la speranza, farsi strada. Ed è tracciando questa linea che, ne Il catastrofico terremoto di Haiti (2011) “dal fumo appare – dove i fuochi/ attizzano residui di materia -/ ora il prodigio: passano due occhi:/ vibrano due ali dentro quegli scorci”.

In quella misera risorsa di infinite tempeste che è la guerra, tra i sentieri della mappa si nascondono declivi aridi, pendii e arbusti che smascherano ciò che è cruento per eccellenza: “dalla gioia si è schiuso un fiore/ interamente insanguinato” si legge in Vendetta all’autodromo (1972). La morte “diventa una festa”, ma quello stesso sangue – il sangue di ogni uomo che perde corpo e pelle, ma non sempre la dignità – si perde a volte tra le pieghe di vicende intime, familiari, quasi vendette di biografie in cui ogni lettore può riconoscere le piaghe (per usare una paronomasia, tanto cara al poeta) del suo vissuto. Il viaggio di una madre (2007) narra, con pathos a tratti mistico, (quasi un riferimento all’atavica letteratura religiosa del Trecento), l’anima lacerata della Madre, inerme, davanti alla fragilità di un figlio. Creatura esile, nell’oppressione della sua malattia: “guardate come si spegne mio figlio:/ una candela di cera al calore/ insostenibile del tempo, un giglio/ candido che si nutre dell’amore/ materno”. La metafora, visivamente cangiante, vive di vita propria ed esplode visivamente, come una bomba al napalm, incendiaria. Ma nelle rime a seguire diventa quasi, simbolicamente, l’Araba Fenice di una resurrezione, capace di “umiliare il buio della morte”, tanto da far scaturire un pensiero dolce e potente al tempo stesso: “forse dove sarai non ci sarà quel male/ che ti ha reciso in fiore con la sua falce”.

Ed è proprio questo l’effetto che creano le poesie di Vailati: quadri nitidi nella loro straordinaria coerenza,  coesione e fedeltà all’esperienza fotografica (vera Musa di autentica ispirazione per lo scrittore), ma solo al primo sguardo. Quando l’occhio comincia a perdersi, rapito da uno stile semplice e sublime al tempo stesso, trova rime, parole, segni che non solo impreziosiscono – anche grazie ad un realismo quasi magico – la storia, ma riescono ad evocarla da altre prospettive, creando varchi simbolici, aprendo mondi che diventano – in senso metaletterario – un racconto del racconto stesso. Sono pennellate rapide, quasi impressioniste, da cui non è possibile difendersi, perché travolgono senza chiedere permesso.

“Il nulla si accampa alle spalle/ non lascia una via di fuga né una tregua/ anche se appare come lo sfolgorio/ iniziale di un sole nuovo” si legge in Carestia (1985). Immagini ossimoriche, sinestetiche, che raccontano la contraddizione insita negli eventi, spesso avvolti dalla circolarità del tempo, che Cronos continua ad elargire. Ieri, come oggi. E nel tempo letterario di questa raccolta, circolare anch’esso, il dramma si ripete: il lessico, selezionato sempre in maniera puntuale ed accurata, non fa da sfondo come un mero paesaggio,  ma tra i versi è coprotagonista dei fatti. L’aggettivazione è sempre pregnante: la pace è “apparente”, il ricordo è “dolente”, l’umanità è “incostante” (Un volto nella folla, 1977).

Sullo stesso binario, incontriamo una punteggiatura attenta a trasmettere l’essenza, lavorando a volte per sottrazione: “la memoria della battaglia/ è ancora viva nell’atmosfera/ della tregua dopo il boato/ che ha vibrato sulle rocce/ e smosso e squassato/ il velo della terra e del cielo” si legge in Cicatrici di guerra (1972). Ed è – quello delle pause accuratamente selezionate – un valore aggiunto ad un’opera davvero significativa, che riesce a toccare le corde del lettore senza sconti o scorciatoie artificiose, ma regalando la traduzione di esperienze emotive che difficilmente potranno essere dimenticate.

Nota sull’autore:

Alessio Vailati è nato a Monza nel 1975 e vive in provincia di Monza e Brianza. E’ laureato in giurisprudenza. Le sue raccolte di poesia sono: L’eco dell’ultima corda (Lietocolle 2008), Sulla via del labirinto (L’arcolaio, 2010), Sulla lemniscata – L’ombra della luce (La Vita Felice, 2017), Piccolo Canzoniere privato (Controluna, 2018, Premio poeti e Narratori per caso 2019 e finalista Premio Marineo 2018), Orfeo ed Euridice (Puntoacapo Editrice, 2018), Hirosaki (Lietocolle 2019, plaquette), Il moto perpetuo dell’acqua (Biblioteca dei Leoni, 2020), Lungo la muraglia (Bertoni editore, 2020), Luci da Oriente (Nulla Die edizioni, 2021).

Alessio Vailati

La mappa del dolore

Riflessioni in versi su trenta fotografie vincitrici del Premio Pulitzer

Il ramo e la foglia edizioni, Roma, 2025, pp. 130,

Link acquisto:  https://www.mondadoristore.it/la-mappa-del-dolore-riflessioni-in-versi-su-trenta-fotografie-vincitrici-del-premio-pulitzer-ediz-illustrata-libro-alessio-vailati/p/9791280223494

La mappa del dolore

Riflessioni in versi su trenta fotografie vincitrici del Premio Pulitzer

Il ramo e la foglia edizioni, Roma, 2025, pp. 130,

Link acquisto:  https://www.mondadoristore.it/la-mappa-del-dolore-riflessioni-in-versi-su-trenta-fotografie-vincitrici-del-premio-pulitzer-ediz-illustrata-libro-alessio-vailati/p/9791280223494