11/09/2026
L’Eucalipto e la Quercia
Rubriche Sentieri tra Logos e Parole

L’Eucalipto e la Quercia

Set 10, 2026

Il profumo dell’eucalipto, la forza della quercia: itinerari poetici in Jean-Yves Fretignè

L’Eucalipto e la Quercia, libro scritto da Jean-Yves Fretignè, massimo studioso francese di storia contemporanea e di storia delle dottrine politiche, si rivela interessante perché vi si riflette la sensibilità artistica dell’autore che procede nel testo attraverso le sollecitazioni della fantasia e dell’immaginazione. Il titolo dell’opera richiama il carattere simbolico dell’opera poetica. Attraverso gli elementi naturali dell’eucalipto e della quercia, il poeta coglie due aspetti identitari che coesistono dentro di lui. Se l’eucalipto con il calore e la luce dell’ambiente mediterraneo, adombra la Sicilia ed Enna, luoghi ai quali il poeta è molto legato, la quercia invece, con le sue solide radici che affondano nelle profondità della terra e della storia, rappresenta l’Ovest della Francia dove l’autore vive. Parimenti alla fusione dello spirito celtico con quello mediterraneo, il mito classico finisce con l’intrecciarsi con quello medievale. In questo viaggio attraverso il tempo, la Sicilia diventa la terra del mito e la donna amata viene rappresentata come una statua antica, circonfusa di grazia immortale. Anche nel mondo medievale popolato da cavalieri, la figura del poeta diventa quella del pellegrino che superando lo spazio e il tempo, attraversa i territori geografici e fisici d’Europa.

Molto suggestiva nella poesia L’epoca greca, è l’immagine della “quercia colpita”, che pur essendo ferita e contorta dalle intemperie, resiste e non si spezza, conservando la memoria della sofferenza nella forma stessa del suo legno contorto. I versi celebrano in tal modo la vittoria della vita e della memoria sulla distruzione. La quercia colpita e rivestita d’edera simboleggia il fatto che si può essere colpiti duramente dalle avversità, portare per sempre i segni di quella ferita, ma continuare a esistere con dignità e come esempio di resilienza.

L’Eucalipto e la Quercia, è un’opera di grande respiro culturale perché dimostra come la poesia sia ancora capace di unire l’uomo alla natura e di accostare culture appartenenti a tempi e ambienti diversi. Attraverso le poesie del libro, infatti, è possibile cogliere sia il profumo della macchia mediterranea sia l’ampia frescura dei boschi oceanici. È un testo, che se da un lato fa riflettere sulle proprie radici, dall’altro lato spinge il lettore a volgere il suo sguardo verso l’infinito.

Leggendo con più attenzione soprattutto la prima parte della raccolta, ci si accorge che il vero viaggio di Fretignè, non è in realtà quello geografico, ma è un viaggio volto ad esplorare il tempo e la memoria personale. In questo modo anche gli elementi del paesaggio come gli alberi, i fiori, il vento dell’Ovest, non sono semplici elementi decorativi, ma diventano il riflesso dell’anima. La natura è viva e l’autore accosta il mito classico e quello medievale e lo fonde con il paesaggio naturale.

La figura del cavaliere errante è presente nella poesia Sono il cavaliere errante che si trova tra le prime pagine del libro e richiama la tradizione letteraria della ricerca d’amore. Il Cavaliere non viaggia in un luogo qualunque, ma “Nella pianura dove Proserpina fu rapita.” Siamo in presenza di una poesia fortemente visiva e sensoriale che gioca sulle percezioni e gli impulsi dell’anima. Il poeta riesce ad elevare il desiderio erotico fondendolo con la grandezza del mito antico e la delicatezza del creato.

Nel tentativo di fusione con il ritmo vitale della natura che è presente spesso nelle poesie di Fretignè, potremmo quasi intravedere un panismo di tipo dannunziano che ci permette di accostare la figura di Jean-Yves Fretignè a quella di Gabriele D’Annunzio. È presente nei due autori, il desiderio di abbandonarsi completamente alle suggestioni della natura e di oltrepassare quasi il confine tra l’essere umano e l’ambiente intorno. C’è tuttavia una differenza di fondo che distingue il sentimento panico presente nei due autori. D’Annunzio non si fonde con la natura per perdersi o per trovare un appagamento interiore come Fretignè. Nel poeta abruzzese emerge la volontà di affermare la sua superiorità e assimilare in sé, attraverso la metamorfosi, la forza e l’energia del mondo naturale. In Fretignè, al contrario, come nella poesia Sul pino, l’assimilazione panica al paesaggio circostante, assume toni diversi e diviene più silenziosa, intima, fondata sull’ascolto e sulla trasformazione graduale ma totale: “Sul pino/La pigna diventa/Passero/Il passero diventa/Solista/L’orizzonte diventa/Un coro”. Il poeta che contempla questa scena non è più uno spettatore estraneo: la sua anima partecipa a quel coro, diventando una nota dell’universo.

In questa come in tante altre poesie della raccolta, risalta il fatto che i componimenti sono brevi ed essenziali. Questa scelta stilistica nasce dalla convinzione che la verità del mondo e la profondità della natura non vadano spiegate o raccontate attraverso lunghe narrazioni, ma catturate all’istante. Anche senza l’ausilio della rima tradizionale, la poesia di Fretignè possiede una forte cadenza musicale. In questo modo le rime diventano uno strumento di meditazione e di comunione panica.

Nei versi finali della poesia Mi lascio andare al respiro del mondo“Tutto respira verso il sonno/Tutto sonnecchia verso il respiro”, si intravede come un sentimento di abbandono estatico attraverso il quale l’animo ritrova le proprie radici e le sorgenti del proprio spirito. Così nella poesia Nuvole di una sera d’estate, il paesaggio agreste e crepuscolare descritto dall’autore, rappresenta il luogo ideale per immergersi nei propri stati d’animo. La sera d’estate è il momento in cui il tempo rallenta, offrendo un rifugio temporaneo dal caos e dagli affanni della vita.

L’amore profondo per la natura e il paesaggio, è presente in altre liriche del poeta, come La bellezza del mondo, in cui l’autore si focalizza su un dettaglio piccolissimo e intimo come l’occhio: “Il tuo occhio è una pozza d’acqua viva\Con riflessi verde e blu…”. Si tratta della metafora della purezza. L’acqua viva è l’acqua che scorre e dà vita. Non è uno specchio statico, ma un elemento dinamico e profondo. Più in fondo il poeta dice: “Il sole del tramonto ci lascia\Le perle della malinconia del giorno…”. La malinconia non è qui tuttavia un’accezione negativa. Si tratta di quella dolcezza crepuscolare tipica della fine di una giornata estiva, di un sentimento prezioso come le perle, che predispone alla malinconia.

Il desiderio di unione con la natura attraverso la contemplazione del paesaggio, lo ritroviamo nella poesia “Amo le balle di fieno”, che è come un quadro impressionista in cui convergono elementi visivi e acustici. Gli elementi sensoriali vengono qui ampliati nella parte finale della poesia dove “Il grido acuto degli uccelli/invisibili”, viene paragonato a “quello delle scimmie nelle giungle”. Questo paragone trasporta improvvisamente la campagna europea o mediterranea in una dimensione primordiale, selvaggia e tropicale, in cui l’aspetto locale si fonde con quello esotico per dimostrare come la natura conservi dovunque un mistero antico e incontaminato. Si coglie in questi versi una profonda adesione sentimentale al paesaggio. La poesia è anche un elogio della quiete attiva, dove l’amore per la terra diventa lo strumento per accedere alla bellezza del creato.

Anche nella poesia I noci si fissano nel colore dell’Autunno, in pochi versi Fretignè condensa una fitta rete di temi legati al paesaggio rurale, al tempo che scorre e alla stratificazione della memoria. Più che una semplice descrizione agreste, la poesia si configura come una mappa malinconica ed evocativa dell’anima e della terra. La siepe non è solo materia fisica, ma un serbatoio di memorie e miti dimenticati che accumula l’energia della stagione che declina. L’autunno non è visto qui dunque come un momento di fine distruttiva ma come un patrimonio che la terra accumula dentro di sé in attesa della rinascita.

È evidente attraverso le poesie della raccolta fin qui esaminate, che il nostro autore compie un “viaggio poetico” tra i paesaggi dell’anima e della terra per cogliere il tema dell’appartenenza universale. Il libro non esprime mai la fine, ma l’accoglienza. L’essere umano non domina la natura, ma vi immedesima, imparando a “lasciarsi andare” al ritmo del vento, delle stagioni e del sonno.