02/06/2026
Intervista a Nino Sammartano:  “Paternità”
Interviste

Intervista a Nino Sammartano: “Paternità”

Mag 7, 2026

In questo dialogo con il Professore Nino Sammartano, partendo dal suo ultimo saggio “Paternità””, riflette con noi su ciò che è quella assenza di confine che spesso caratterizza oggi il rapporto padre-figlio. Un percorso che unisce i padri di oggi a quelli di riferimento presenti nelle Sacre Scritture a partire da Abramo e Giuseppe.

Professore Sammartano, nel Suo libro Paternità Lei propone una riflessione che supera la dimensione biologica della figura paterna, per restituirne un significato più ampio, teologico e relazionale. In questa prospettiva, quanto è limitante oggi continuare a pensare la paternità solo come dato naturale, e non come vocazione e responsabilità?

Direi che è molto limitante, ma anche fuorviante. Considerare la paternità (come anche la maternità, del resto) solo come un dato naturale, al di fuori di una prospettiva vocazionale, in cui si incontrano dimensione teologica e dimensione antropologica, porta lentamente a considerare il figlio come un bene personale, che può riempire di gratificazione la propria vita, e induce, anche inconsapevolmente, a farlo crescere “a propria immagine e somiglianza”, secondo aspettative e desideri propri proiettati su di lui. A questo contribuisce notevolmente quella assenza di confine che spesso caratterizza oggi il rapporto padre-figlio, divenuto sempre più orizzontale, simmetrico, amicale, carente di quell’autorevolezza intrinseca necessaria all’esercizio della funzione paterna. E i guasti che questa prospettiva relazionale produce, in termini di insicurezza e di fragilità delle nuove generazioni, sono sotto gli occhi di tutti. In un rapporto padre-figlio così caratterizzato, si indebolisce la consapevolezza della alterità del figlio, premessa e condizione perché si attivi quel processo educativo che porta progressivamente alla sua soggettivazione, alla formazione della sua identità: processo che san Giovanni Paolo II, nella Lettera alle famiglie (1994), ha definito con la felice espressione “genealogia della persona”, perché è soprattutto in esso che si genera la persona del figlio.

 Nei Suoi studi emerge l’idea che la paternità, nella Scrittura, non sia mai un fatto scontato ma sempre il frutto di una chiamata, spesso accompagnata da prove e trasformazioni interiori. In che modo questa dimensione di “chiamata” può ancora parlare all’uomo contemporaneo?

Direi che è molto limitante, ma anche fuorviante. Considerare la paternità (come anche la maternità, del resto) solo come un dato naturale, al di fuori di una prospettiva vocazionale, in cui si incontrano dimensione teologica e dimensione antropologica, porta lentamente a considerare il figlio come un bene personale, che può riempire di gratificazione la propria vita, e induce, anche inconsapevolmente, a farlo crescere “a propria immagine e somiglianza”, secondo aspettative e desideri propri proiettati su di lui. A questo contribuisce notevolmente quella assenza di confine che spesso caratterizza oggi il rapporto padre-figlio, divenuto sempre più orizzontale, simmetrico, amicale, carente di quell’autorevolezza intrinseca necessaria all’esercizio della funzione paterna. E i guasti che questa prospettiva relazionale produce, in termini di insicurezza e di fragilità delle nuove generazioni, sono sotto gli occhi di tutti. In un rapporto padre-figlio così caratterizzato, si indebolisce la consapevolezza della alterità del figlio, premessa e condizione perché si attivi quel processo educativo che porta progressivamente alla sua soggettivazione, alla formazione della sua identità: processo che san Giovanni Paolo II, nella Lettera alle famiglie (1994), ha definito con la felice espressione “genealogia della persona”, perché è soprattutto in esso che si genera la persona del figlio.

Il Signore disse ad Abram: “Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò” (Genesi 12,1)
La chiamata di Abramo segna l’inizio di un cammino che è insieme fede e responsabilità. Professore Sammartano, cosa rende questa figura ancora oggi un modello così potente, soprattutto nella sua capacità di vivere la paternità come fiducia e non come possesso?

Considerando l’esperienza di paternità di Abramo, il patriarca della fede si lascia educare da Dio a un amore paterno casto e gratuito, libero dalla tentazione del possesso, accettando di sacrificare il figlio Isacco, il figlio della promessa (anche se poi, all’ultimo momento, lo stesso Dio interviene a salvare Isacco, sostituendo al ragazzo un animale per il sacrificio). Dio interviene all’ultimo momento, quando Abramo ha già impugnato il coltello per sferrare il colpo decisivo: questa tempistica ci dice che il patriarca vive tutta l’angoscia della perdita del figlio, sperimenta nella sua carne tale perdita continuando a fidarsi di Dio. Abramo che continua a fidarsi di Dio mentre Dio gli chiede di sacrificare il figlio, ci insegna che l’esperienza psicologica e spirituale della perdita del figlio è condizione necessaria, per ogni padre, per l’esercizio di una sana paternità. Un padre non può amare veramente un figlio (o una figlia, naturalmente) senza l’esperienza simbolica della perdita, senza liberarsi da un attaccamento simbiotico con lui. La perdita simbolica (interiore, spirituale, anche se non fisica) è condizione necessaria perché la relazione padre-figlio sia una relazione liberante, che sappia riconoscere l’alterità del figlio rispetto a chi lo ha generato, la sua irriducibilità all’immagine che se ne fa il padre, la sua intrinseca, ontologica, indisponibilità alle aspettative paterne. Questo continua ad insegnarci la paternità di Abramo: ancora oggi, anche nel XXI secolo.

 Accanto ad Abramo, Lei sceglie la figura di Zaccaria, segnata dall’attesa e dalla sospensione. In che modo questa esperienza di paternità “tardiva” e inattesa può essere letta come una metafora delle difficoltà e delle paure che attraversano oggi molti padri?

La perplessità di Zaccaria di fronte all’annuncio dell’angelo, che gli comunica l’imminente concepimento da parte della moglie, può anche essere letta, certamente, come metafora di un certo disagio dei padri odierni di fronte alla responsabilità di far crescere un figlio. Ma a me piace evidenziare la “conversione” di Zaccaria dopo la punizione a scopo correttivo inflittagli dall’angelo per la sua incredulità: egli si convince ad attribuire al figlio un nome nuovo, quello comunicatogli dall’angelo (“Giovanni”), invece del suo o di quello di un parente. Questo significa che Zaccaria si rende disponibile ad accogliere la missione nuova del figlio, la missione di “precursore” del Messia, ben diversa da quella che la tradizione familistica gli avrebbe attribuito (sacerdote pure lui come suo padre). Anche Zaccaria, quindi, vive un’esperienza di distacco dal figlio, un’esperienza di perdita, già elaborata quando si abbandona a quell’inno di benedizione in cui si compiace di contemplare nel suo bambino il futuro “profeta dell’Altissimo” che “andrà innanzi al Signore a preparargli le strade”. Anche Zaccaria, insomma, si libera dalla tentazione della possessività e sa riconoscere l’alterità del figlio e gioirne intimamente.

 “Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”.  (Matteo 1,20 – 21)
In questa parola si condensa una forma di paternità che non nasce dal sangue ma dalla responsabilità. Professore Sammartano, possiamo dire che proprio in questa dimensione “custodita” si riveli una delle forme più alte di paternità?

Quella di Giuseppe, poi, è l’esperienza di paternità più oblativa, più “casta” che si possa pensare. Egli esercita pienamente il ruolo di padre nei confronti di un figlio che biologicamente non ha contribuito a generare, e lo fa con un impegno di cura totale, affrontando, anche con particolari aiuti soprannaturali, rischi e difficoltà non comuni, come se egli fosse il padre biologico di Gesù. La sua paternità putativa non riduce, non indebolisce il suo trasporto affettivo verso il figlio, come non indebolisce la sua dedizione alla custodia di lui e alla tutela della sua sicurezza. Giuseppe ama Gesù e si cura di lui come se si trattasse di un suo figlio naturale, di un figlio biologico. Egli vive una paternità spirituale ed educativa piena, e non si risparmia nelle sue responsabilità, non è più trascurato per il fatto che Gesù non gli appartiene biologicamente. Sulla legge del sangue prevale, nella paternità di Giuseppe, la legge dello spirito. È questa la sostanza di ogni paternità, biologica, adottiva o affidataria che sia. Non basta – ci dice in sostanza l’esperienza di Giuseppe – essere padre biologico per essere pienamente padre, se non si vive la paternità spirituale ed educativa, la cura generosa e responsabile per la crescita del figlio, lungi da ogni volontà di appropriazione.

 Lo psicoanalista Massimo Recalcati ha parlato di “evaporazione della figura paterna”. Alla luce della Sua riflessione, questa crisi riguarda la scomparsa del padre o piuttosto la trasformazione del suo ruolo all’interno della società contemporanea?

L’evaporazione della figura paterna di cui parla Recalcati credo che sia un lento, silenzioso e sotterraneo fenomeno di indebolimento del ruolo paterno, di perdita di autorevolezza da parte dei padri agli occhi dei figli. Un fenomeno che non è legato tanto alla minore presenza fisica dei padri accanto ai figli (in tanti casi si verifica anche questo), quanto soprattutto alla loro perdita di significatività educativa, al loro smarrimento di identità nel passaggio da un modello autoritario, verticale, del rapporto padre-figlio a un modello orizzontale, per così dire democratico. In questo modello, oggi molto generalizzato, il padre tende ad assecondare quanto più può richieste, atteggiamenti e vissuti del figlio, in un irenismo educativo che può apparire come un successo relazionale, in quanto spegne sul nascere ogni possibile conflittualità, mentre si tratta in realtà di una abdicazione, di un “tradimento” del ruolo di guida che il padre è “chiamato” – dal Creatore o da madre Natura, come si preferisce credere – ad esercitare nei confronti del figlio. Padri rinunciatari sul fronte educativo, che magari si convincono che bastano le esperienze stesse della vita a far crescere bene i figli, senza bisogno di orientamenti da parte dei genitori; padri giovanilisti, che si compiacciono di fare propri stili comportamentali tipici degli adolescenti (la cosiddetta “adolescentizzazione” degli adulti, come l’ha definita il pedagogista Carlo Nanni) per apparire più vicini ai loro figli; padri amici dei figli, adagiati in una prossimità senza confini, in cui si fanno frequenti i casi di taciute complicità, di addolciti condizionamenti, di forme buonistiche di possessività camuffate da condivisione. Sono tutte forme di eutanasia della paternità, che non possono che nuocere alla crescita dei nostri ragazzi e dei nostri giovani.

 Nel Suo lavoro la paternità emerge come una relazione che educa, custodisce e orienta, ben oltre ogni riduzione biologica o formale. Professore Sammartano, quale forma può assumere oggi per tornare ad essere una presenza significativa? È ancora possibile, secondo Lei, ricostruire un modello di paternità capace di parlare davvero al nostro tempo?

È possibile, ma non è facile, perché si tratta di operare un cambiamento culturale che, di per sé, richiede tempi lunghi e una prospettiva lungimirante. Si tratta di affermare e promuovere un modello di paternità fondato sull’autorevolezza, ossia su un modo di essere padre che sa accompagnare evitando la degenerazione sia dell’autoritarismo, dell’imposizione sbrigativa che non comunica, sia del permissivismo, del lasciar fare senza interessarsi ai vissuti del figlio. Due atteggiamenti opposti, l’autoritarismo e il permissivismo, ma ugualmente fallimentari, perdenti, perché entrambi incompatibili con quell’accompagnamento dialogante (faticoso certo, ma fecondo e alla lunga anche gratificante), nel quale soltanto è possibile impostare una relazione educativa, una relazione che aiuti il figlio a costruirsi dentro. E l’accompagnamento è fatto di presenza: presenza fisica e presenza relazionale, presenza che condivide e presenza che comunica. Mi piace richiamare le espressioni che ha usato Papa Francesco in Amoris laetitia a proposito della responsabilità della presenza del padre in famiglia; un padre che «sia vicino ai figli nella loro crescita: quando giocano e quando si impegnano, quando sono spensierati e quando sono angosciati, quando si esprimono e quando sono taciturni, quando osano e quando hanno paura, quando fanno un passo sbagliato e quando ritrovano la strada; padre presente, sempre» (n. 177). Presenza impegnativa, certamente, ma che sa donare anche, ai figli e ai padri, tante intime gratificazioni.