Una celeste Aida al Teatro Massimo
Articolo a cura di Gigi Vinci
Cari lettori,
venerdì 22 maggio 2026 il sipario del Teatro Massimo di Palermo si è aperto su Aida, il grande capolavoro della maturità verdiana. La “celeste Aida” è tornata a risplendere nel massimo teatro siciliano in un allestimento nato per il Teatro Nazionale Croato di Zagabria e successivamente adattato alle dimensioni del palcoscenico palermitano, sensibilmente più ampie. Un passaggio non privo di difficoltà, che ha richiesto un significativo lavoro di ripensamento degli spazi scenici.


Aida è tra le opere più note di Verdi, un grande affresco corale e spettacolare che continua a rappresentare una sfida per chiunque la metta in scena. Mario Pontiggia, regista da sempre attento alla tradizione e poco incline a sperimentazioni fini a sé stesse, ha proposto una lettura rispettosa dell’opera, capace di coinvolgere il pubblico che da anni ne apprezza il lavoro.
Le tonalità dominanti dell’allestimento oscillavano tra il verde Nilo e il blu lapislazzulo, in una tavolozza di colori pastello che richiamava forse quell’Egitto immaginario che ci ha sempre fatto sognare.
Interessanti anche alcune scelte scenografiche e costumistiche. In particolare, la rappresentazione della dea Iside non sembrava rifarsi all’iconografia egizia più tradizionale, ma richiamava piuttosto, almeno a mio avviso, lo stile amarniano introdotto da Akhenaton, il celebre faraone eretico. Anche alcuni copricapi sembravano ispirarsi al celebre busto di Nefertiti, moglie di Akhenaton e uno dei volti più noti dell’antico Egitto.
Nel cast della prima, il ruolo di Aida era affidato al soprano Maria José Siri. La sua è una voce bella, importante, ma in questa occasione non sempre è riuscita a trasmettere quell’emozione che il personaggio richiede.
Di grande impatto, invece, l’Amneris di Daniela Barcellona, artista di grande valore ed esperienza che continua a mantenere intatta la propria aura scenica e vocale.

La vera sorpresa della serata è stato però il Radamès del tenore siciliano Angelo Villari. Voce possente, autenticamente verdiana, proiezione sicura e presenza scenica convincente. Il pubblico del Teatro Massimo lo ha premiato con una vera ovazione finale.
Molto apprezzato anche l’Amonasro di Claudio Sgura, il padre di Aida e re d’Etiopia, che ha saputo distinguersi non soltanto per le qualità vocali ma anche per l’intensità dell’interpretazione. La sua presenza scenica ha conferito grande credibilità al personaggio. In definitiva, sono state proprio le due figure maschili principali, Radamès e Amonasro, a rappresentare le vere rivelazioni della serata.
Sul podio il maestro Daniele Callegari ha guidato orchestra e coro con precisione e autorevolezza. La sua direzione è stata impeccabile, pur tradendo talvolta una insofferenza per qualche rumore proveniente dalla sala.
Resta aperto, come sempre, il discorso sul balletto di Aida. Nel teatro d’opera dell’Ottocento il balletto era quasi una presenza obbligata e anche Verdi dovette adeguarsi a questa convenzione. Personalmente continuo a ritenere che la musica scritta per questa pagina sia tra le meno riuscite dell’opera, non evoca particolarmente l’antico Egitto e non sembra procedere parallelamente al dramma.
Non è un caso che nel corso degli anni alcuni registi abbiano scelto di eliminarlo del tutto. Ricordo, a mia memoria, una celebre inaugurazione di stagione al Teatro alla Scala di Milano nella quale il balletto venne tolto. La scelta suscitò il dissenso di Carla Fracci che, intervistata tra il pubblico, difese apertamente il ruolo della danza all’interno dello spettacolo. Una posizione comprensibile per una figura che ha dedicato la propria vita al balletto.

Anche questa sera il lavoro coreografico è apparso accurato, ma continuo a pensare che questa resti una delle sfide più difficili dell’intera opera.
All’interno del corpo di ballo, straordinario come sempre, il mio occhio si è soffermato sull’aristocratica eleganza dei movimenti di Yuriko Nishihara e sul carisma scenico di Alessandro Cascioli. Li avrei riconosciuti tra cento.

Ma una prima al Teatro Massimo non è soltanto ciò che accade sul palcoscenico. La sala era gremita e il pubblico era quello delle grandi occasioni. Si sono visti molti smoking; sempre elegante Biagio Brucculeri, così come Diego Mormino Palmieri. Molto apprezzato anche lo smoking blu elettrico dell’attore Tommaso Gioietta.
Tra le signore non passava inosservata una figura avvolta in un elegante abito lungo monospalla nero che attirava inevitabilmente lo sguardo. Non sono passati inosservati neppure i gioielli della mia carissima amica Fiorella Friscia, una broche di diamanti in pendant con gli orecchini che valorizzava ulteriormente la sua naturale eleganza.
Tra le presenze femminili più ammirate anche l’inossidabile Renata Pucci di Benisichi Zanca, che continua a rappresentare per molti la Signora dell’eleganza palermitana, e l’impeccabile Antonella Canalotti, sempre distinta per stile e sobrietà. Non poteva mancare una grande melomane e punto di riferimento per tutti come Ida Massa, in compagnia della moglie del direttore d’orchestra in elegante abito da sera nero.

Per dovere di verità, va anche detto che le signore eleganti presenti erano così numerose che nominarle tutte sarebbe praticamente impossibile.
Numerose anche le personalità presenti e i rappresentanti delle istituzioni, a conferma di come il Teatro Massimo continui a essere uno dei principali luoghi d’incontro della vita culturale e mondana palermitana.
E poi c’è quell’atmosfera che il Teatro Massimo riesce sempre a creare. Quando le luci si abbassano e la sala sprofonda nel silenzio, lo sguardo corre inevitabilmente verso il palco numero dieci del secondo ordine. E lì sembra ancora di intravedere la figura di Franca Florio. Una suggestione, forse, ma una suggestione che continua a farci vivere il teatro.
Vostro, Gigi Vinci



