Dido and Aeneas di Henry Purcellal Teatro Massimo

Dido and Aeneas, ispirato al IV libro dell’Eneide, assume anche connotazioni politiche se letto nel contesto storico del periodo in cui fu scritto, il re cattolico Giacomo II, detronizzato, lascia il regno e si trasferisce a Roma, lasciando, Didone, il suo regno in stato di abbandono.
La morte di Didone si intuisce, ma non è mostrata, ella è consapevole della propria scelta e, insieme al coinvolgente lamento amplificato dal coro, va incontro al suo giaciglio, sacello che tuttavia sembra allontanarsi da lei. La Mameli è convincente nel ruolo, mentre gli altri personaggi appaiono più come vittime del fato, termine ripetuto più volte.

Il coro, come già detto, si distacca dalla valenza greca di voce della polis per diventare un tutt’uno con i personaggi, amplificando le loro emozioni e coinvolgendo emotivamente il pubblico. Gli attori-mimi realizzano tableau vivant di gusto barocco e di sublime bellezza, ma in contrasto con gli elementi scenografici, la scelte delle scarpe ritmiche e degli accappatoi Celestrini creano un effetto volutamente ironico, che richiama più una spa di periferia, pepli classici e piedi nudi avrebbero ovviato.

La scenografia e i costumi delle streghe risultano volutamente caricaturali, con abiti pensati per accentuare l’eccentricità e l’ironia della scena. Ovazione per Gabriele Ferro, vera istituzione vivente del Teatro Massimo, che mantiene coesione e intensità nell’allestimento.
E alla fine, tra lamenti barocchi e accappatoi Celestrini, resta chiaro che qui il sublime e il faceto si incontrano sulla scena e lasciano lo spettatore sospeso tra meraviglia e ironia.
Articolo di Gigi Vinci