11/06/2026

di Luca Besia

“Sono tornato.

Non ricordo per quanto tempo sono stato lontano ma ricordo questi luoghi. Ho viaggiato tanto.

Uno come me lo chiamano in molti modi: Silfo… Etereo… Elementale… Spirito del vento… Anemoi… Anemoi…

Gli Anemoi mi hanno preso con loro e mi hanno portato nel vento. Sono stato io a desiderarlo o sono stati loro a scegliermi? Come posso essermelo dimenticato?

So che il mio destino è quello di fuggire. Fuggire per sempre. Non devo fermarmi, non appena sento un senso di appartenenza capisco che è giunto il momento di prendere le distanze da tutto ciò che mi circonda.

Ho ancora memoria.

Ho soffiato tra i pini. Sono scivolato tra abeti innevati. In alcuni momenti ho volteggiato tra le frasche e ho visto cacciatori intenti nelle loro marce per i boschi.

Tutto era bianco, come sempre. L’inverno non muore mai laddove sono nato.

Ridevo di quella gente. Io ero senza peso e loro languivano nei loro vestiti di carne. A volte mi portavo le mani alla bocca per soffocare le mie risa come se loro potessero sentirmi. Poi volavo via ed ero felice. La cittadina verso cui sto planando ora compare laggiù.

Tra quelle case c’era anche quella di Vissarion. Credo che fosse mio padre e che la casa l’abbia costruita con le sue stesse mani insieme a un giovane Marek, mio fratello.

Prima di allontanarmi dal flusso incessante degli Anemoi mi sono allontanato anche da quel luogo, perché il mio destino è fuggire. Mi dirigo verso le vie di quel centro abitato – Jeremiel si chiamava… Jeremiel si chiamava –.  

“Rammentare troppo può farti precipitare, può spezzarti le ali, può toglierti la leggerezza” mi avvisa una voce nella mente.

Se gli Spiriti del Vento sapessero che mi trovo qui sarei perduto. Mi esilierebbero dal loro piano di esistenza e io mi perderei nel limbo. Né morto né vivo. Né spirito né uomo.

Non mi importa. Devo vedere. Un volto di ragazza aleggia dentro i miei pensieri.

Per quanto tempo sono stato lontano?

La cittadina è addormentata. Albeggia ma il cielo è fosco.

La casa di Vissarion è nella periferia. Volo per sentieri deserti.  Forse, potrei imbattermi in qualche sogno fuggiasco. A volte capita a quelli come me. Riescono a vedere molte cose degli uomini quelli come me.

Superati crocevia e piccole piazze rivestite da neve farinosa giungo di fronte al luogo per cui Vissarion ha lottato.

Perché hai voluto così tanto una scatola di legno così enorme, padre?

Volevi una casa o volevi una bara?

Sto ricordando e in un certo qual modo provo un dolce dolore.

Volo sempre più veloce.

Voglio vedere.

Eccolo il cancello di ferro battuto costruito da Vissarion. Sta cadendo a pezzi. Il tempo lo ha scardinato.

Voglio passarvi attraverso per aiutarmi a ricordare che cosa si provava nel percorrere il viale lastricato che conduceva fino alla porta della casa di Caddie.

Caddie… Caddie… Caddie… è questo il nome della ragazza che serbo nella mente.

Ora fa male. Fa veramente male, ma perché voglio soffrire?

La porta di legno sta marcendo. Tutta la casa è fatiscente.

“La tua casa è un cadavere in putrefazione, Vissarion” sussurro.

Varco quella soglia, noi Anemoi passiamo attraverso ogni cosa.

Tra gli interstizi della porta sgangherata e in disfacimento io mi insinuo.

Chiudo gli occhi. Forse sto cercando un posto dove nascondermi da tutto. Forse non voglio più spirare con gli Anemoi eppure nemmeno voglio adagiarmi sulle tragedie umane.

L’aria che cerco non è qui. Sono io l’aria, ma quasi mi sento soffocare. “Il padre che incolpi. L’aria di cui hai bisogno… tutto proveniva da questa casa Joshua del Vento…”

Joshua era così che mi chiamavano?

Un tremore mi avvolge. Miriadi di visioni fluiscono dentro di me. La mia evanescenza viene meno ora che divengono più consistenti i ricordi che vivo in questa casa. Perché mi sto facendo questo? Soffio tra le ombre. Tutto il mobilio che si trova intorno a me cade a pezzi. Sento i lievi trepestii dei ratti e le ragnatele si gonfiano e vacillano quando passo io.

Questa è la casa dove l’amore di Caddie è andato distrutto.

È lei che si è accollata tutta la colpa del fallimento. Credeva di essere il pilastro che ci sosteneva tutti. E se anche solo uno di noi precipitava nel buio era lei che finiva straziata più di tutti.

Caddie era mia sorella.

Lei c’era sempre stata a ogni mio passo.

“Dov’era tua madre, Anemoi che un tempo ti chiamavi Joshua?” Volteggio tra il pavimento e il soffitto di un salotto polveroso e tetro. “Mia madre è morta quando Lilian la Silenziosa è nata. Caddie era diventata la madre di tutti noi subito dopo.”

“Lilian!” la ragazzina che intagliava in silenzio statuine di legno raffiguranti santi ed eroi di guerre antiche! Mia sorella minore.

E di Marek? Ti ricordi di lui?

Mi raggomitolo nell’aria, mi stringo le ginocchia al petto. Sono un’anima nuda.

Questa è la casa dove l’amore di Caddie è andato distrutto. Noi l’abbiamo distrutto. Con la nostra violenza, la nostra disperazione. “Candace… Candace… Candace… non sei mai stata colpevole di nulla ma sei sprofondata sotto il peso dell’oscurità di un’intera famiglia”.

Guardo il caminetto che sembra una bocca sdentata pronta a ingoiare. Quando Marek era tornato dalla Guerra del Bianco tutti si chiesero che cosa lo avesse fatto cambiare in quel modo. Che cosa aveva visto in quei territori sanguinosi? Folli sono gli uomini che combattono per l’inverno.

Marek fissava per ore lo scoppiettio del focolare mentre sorseggiava il sidro sprofondato in uno scranno malandato.

Devo volare via da questi luoghi. Non ho mai affrontato nulla nel modo in cui sto facendo adesso. Volteggio e disegno cerchi nell’aria ma sono come intrappolato.

Quando Marek decise di assaggiare il gusto di un proiettile il fragore che ne scaturì ci assordò tutti quanti. Vissarion era già morto a quel tempo.

Io, Caddie e Lilian – Lilian, piccola dolce Lilian… – eravamo a scaldarci davanti al focolare come ogni sera prima di andare a dormire.

Giunse quel rombo di tuono. Tutti corremmo nel capanno.

Marek era disteso a faccia in giù. Il suo cranio aveva un foro sulla sommità della nuca grande quanto il pugno di un bambino. Fumava ancora quella voragine come la canna della pistola che aveva fatto fuoco.

Riesco a ricordare il suo cervello sparso sul pavimento del capanno.

Lilian e io rimanemmo pietrificati nel vedere quell’immagine.

Caddie balbettò più volte il nome del fratello suicida. Un sorriso inebetito era comparso sul viso di mia sorella maggiore. Esso contrastava con le lacrime che le scendevano dalle guance.  A passo incerto Caddie si mosse verso il cadavere e si inginocchiò in prossimità della sua testa squarciata.

«Non è successo niente» mormorò Caddie. Raccolse alcuni pezzi sparsi del cervello di Marek e li reinserì all’interno del foro nel cranio. Mentre lo faceva, mentre cercava di ricomporre una vita distrutta, continuava a ripetere: «Non è successo niente».

Il Bianco aveva vinto. Marek era uscito sconfitto dal suo tocco.

Mentre rivivo quegli avvenimenti mi cingo le spalle nude con le braccia. Raggiungo un angolo della stanza e mi rannicchio in esso. Il mio spostamento solleva sbuffi di polvere.

Tremo. Sono il vento freddo ma tremo. Sono un ibrido. Troppo umano per essere uno spirito ma troppo spirituale per essere un umano.

Non sono niente.

L’amore di Caddie… La casa di Vissarion… La sconfitta di Marek…

Le statuine di legno di Lilian…

Cosa voglio essere? Non voglio fermarmi in quella casa. Sto soffrendo. Devo tornare dagli Anemoi. Se mi fermo in un posto troppo a lungo assumerò consistenza e mi perderò.

Volevo solo essere libero. Essere così veloce da sgorgare fuori dalla mia pelle.

Sono nato. Ho sofferto ma non sono morto come molti credono. Mi libro in volo. Abbandono la stanza principale della Casa di Vissarion.

Soffio tra mobili in degrado. Imbocco corridoi, salgo per una scala. Provo la sensazione che avevo quando i miei occhi umani versavano lacrime. Ne ho versate poche in realtà. Caddie diceva che non mi capiva e che ero troppo freddo.

Ti volevo bene, Caddie. Te l’ho mai detto questo?

Volo verso il piano superiore dell’abitazione. Le nostre camere… La camera di Caddie ricolma di libri classici…

Vedo una finestra dai vetri rotti. Esco attraverso di essa. Voglio raggiungere il cielo prima che qualcosa di malvagio mi prenda.

“Realtà” si chiama quel qualcosa.

Sono così solo adesso. 

Devo volare via oppure addormentarmi su di una nuvola.

Mi sono allontanato dagli Anemoi per visitare luoghi dolenti.

Volevo scoprire se mi ero del tutto spogliato dalla pena.

“È stato un grosso sbaglio” penso mentre protendo un braccio per sfiorare le nubi con le dita. 

Il mondo degli uomini rimpicciolisce là sotto. 

È un luogo così triste e non c’è nulla che io possa fare. 

Posso solo fuggire.