11/06/2026
LA CRUDA REALTÀ
Raccolte Racconti Brevi

LA CRUDA REALTÀ

Mag 31, 2024

Di Daniela Birsa

La madre quercia stava morendo e anche lui lentamente si stava spegnendo adagiato sui suoi rami. Era inverno, i fiocchi di neve imbiancavano il paesaggio e sopivano ogni rumore. In quel silenzio surreale non poteva far altro che ricordare quella giornata primaverile di tanti anni prima, quando tutto ebbe inizio.

All’epoca era solamente una piccola sfera biancastra trasportata dal vento. Durante quel viaggio aereo si era goduto la bella stagione: gli uccellini cinguettavano, le api bottinavano e i fiori sbocciavano. In quel paesaggio bucolico si trovò improvvisamente sbattuto sulla corteccia rugosa di un albero possente. A chiunque il fatto sarebbe sembrato presagio di sventura, per lui invece fu una benedizione! La buccia in cui era racchiuso infatti si ruppe, lui rimase incollato al tronco e iniziò a germinare.  

Fin da principio la madre quercia l’aveva accolto con amore, gli aveva donato il nutrimento di cui aveva bisogno, lo aveva coccolato e lui era cresciuto rigoglioso abbracciato a essa.

Col passare del tempo era diventato famoso in quel bosco. Gli alberi circostanti si complimentavano con la sua benefattrice per la folta chioma che lui esibiva e che la ornavano anche quando d’inverno aveva i rami spogli. Le api lo adulavano e gli ronzavano intorno senza mai appoggiarsi sui suoi fiori, asserivano che era talmente bello che avevano paura di rovinare tale perfezione. I merli e i tordi gli si avvicinavano e gli chiedevano di cibarsi delle sue bacche per, poi, portare la sua magnificenza anche nel resto del bosco; lui naturalmente acconsentiva fiero di poter allietare con la sua prole i luoghi più lontani.

Altri uccelli si poggiavano sui rami della quercia e allietavano le giornate con il loro canto, lui allora li invitava a nutrirsi dei suoi frutti bianchi perlacei come facevano i merli e i tordi, ma loro rifiutavano dichiarando che per loro era un onore troppo grande toccarlo, così si astenevano anche semplicemente dallo sfiorarlo.

In certi periodi degli uomini venivano a fargli visita. Alcuni raccoglievano le sue bacche sostenendo che fossero molto utili: con esse potevano preparare infusi dalle proprietà fitoterapiche o panie da usare per l’uccellagione. In inverno i ragazzi gli strappavano alcuni rametti a fin di bene; credevano, infatti, che se si fossero baciati sotto quel portafortuna avrebbero goduto di prosperità tutto l’anno.

La sua albagia cresceva di giorno in giorno e per continuare a essere costantemente rigoglioso succhiava e succhiava la linfa vitale della quercia.

Negli anni gli alberi circostanti gli avevano consigliato di imparare a vivere autonomamente e non sempre a spese della povera quercia; gli avevano detto che se non avesse provveduto in tempo sia lui che sua madre avrebbero fatto una brutta fine. Lui era convinto, però, che quei miserelli parlassero in tale maniera solamente perché erano invidiosi della sua armoniosa bellezza e, ogni volta che qualcuno l’ammirava, quell’opinione si rafforzava dentro di lui.

Le stagioni si susseguivano e la quercia cominciò a dare segni di cedimento: la linfa scorreva con difficoltà, alcuni rami si rinsecchivano e non era più l’albero possente di un tempo. Un giorno stremata pregò l’amato figlio di non pesare su di lei, ma lui si arrabbiò e le rispose male, poi le disse che dava troppo ascolto ai suoi amici alberi e che era un’ingrata e non lo capiva.

Giunse infine il giorno in cui anche il ramo su cui era ancorato cominciò a inaridirsi, tentò allora di affondare le sue radici ancora più in fondo nella corteccia per rubare la preziosa linfa. Non trovandola nella quantità desiderata si rivolse querulo alla quercia: “Madre mia, non capisci che mi stai uccidendo?”

Lei rispose tristemente: “Sto morendo. Ti ho già dato tutto quello che ti potevo dare, sono completamente prosciugata e non ho più nulla da offrirti.”

In quella fredda giornata invernale lui e la madre quercia stavano aspettando di morire, era ormai giunta la loro ora!

Il silenzio fu rotto improvvisamente dalle voci di due guardaboschi. Uno disse all’altro: “Guarda la grande quercia, poverina!”

“Dobbiamo aiutarla!” replicò il secondo. “Non so se faremo in tempo, ma questo enorme vischio la sta uccidendo!”

“Hai ragione, questo bellissimo vischio è solamente un parassita e bisogna estirparlo!” Solamente a quelle parole il vischio capì la cruda realtà che per tanto tempo aveva voluto ignorare

Previous Post

Next Post