24/10/2026
Rigoletto al Teatro Massimo, una serata di sollievo ma non di grandi emozioni
Le Carnet Mondain Rubriche

Rigoletto al Teatro Massimo, una serata di sollievo ma non di grandi emozioni

Ott 24, 2026

Articolo a cura di Gigi Vinci

Cari lettori,

la giornata di Palermo del 23 ottobre è stata particolarmente tribolata, segnata da uno sciame sismico che ha lasciato la città in uno stato di comprensibile apprensione. Non sapevamo neppure se la prima di Rigoletto al Teatro Massimo sarebbe stata confermata. Lo spettacolo è andato regolarmente in scena e, per qualche ora, la musica e il teatro ci hanno permesso di allontanare i pensieri e ritrovare un po’ di serenità.

È tornata sul palcoscenico la produzione di John Turturro, al suo debutto nella regia lirica proprio con questo allestimento nel 2018, che vidi allora e commentai sui social, prima di iniziare a scrivere per L’Epoca Culturale. Rivederla oggi mi conferma le perplessità che avevo già espresso.

La regia mi è sempre sembrata caratterizzata da una concezione visiva di impronta cinematografica, più attenta all’impatto scenico che alla coerenza stilistica. Elementi rinascimentali si mescolano a suggestioni tardo-settecentesche e ad arredi di gusto differente, senza che emerga una precisa identità storica. L’apoteosi di questa contaminazione è, a mio avviso, la camera di Gilda, con un letto in stile Impero e un’ambientazione che ricorda un presepe napoletano. Non è la contaminazione in sé a disturbarmi, quanto l’assenza di una linea stilistica riconoscibile.

Giuseppe Bonanno e Gigi Vinci

Di grande effetto sono invece le coreografie di Giuseppe Bonanno, curate e dinamiche, capaci di dare forza visiva alla scena. Avrei tuttavia preferito, nell’atto finale, una luce proveniente dal basso durante i movimenti delle figure incappucciate, avvolte in mantelli simili a costumi da domino. La penombra mi è parsa eccessiva, tanto che persino da una posizione vicina al palcoscenico alcuni dettagli risultavano difficili da distinguere.

Sul piano vocale, il confronto con la prima edizione è inevitabile. Ricordo ancora Leo Nucci e Ruth Iniesta, protagonisti di quel memorabile bis di «Sì, vendetta, tremenda vendetta», richiesto a gran voce da un pubblico entusiasta. Un momento di autentico coinvolgimento teatrale che questa sera non si è ripetuto.

Il Rigoletto di Ludovic Tézier mi è sembrato la presenza più convincente della serata, per qualità vocale e aderenza al personaggio. Meno incisivo, a mio giudizio, il Duca di Mantova di Francesco Demuro, che non ho trovato pienamente in parte. Giuliana Gianfaldoni, subentrata a Irina Lungu nel ruolo di Gilda, ha mostrato una voce delicata e gradevole, ma a mio avviso non abbastanza consistente per imporsi nell’insieme. Anche l’orchestra, diretta da Gianna Fratta, mi è parsa accompagnare con misura, senza però conferire alla rappresentazione tutta la tensione drammatica che avrei desiderato.

Fiorella Friscia e Gigi Vinci

Non si è dunque verificato quell’entusiasmo capace di trasformare un’aria in un momento memorabile. E, per quanto mi riguarda, questa volta il bis non sarebbe stato giustificato.

Una nota positiva merita il pubblico delle prime, come sempre elegante e partecipe. La mia amica Fiorella Friscia ha indossato una splendida spilla da lei stessa disegnata, ornata di diamanti e perle a goccia, accompagnata da una piccola borsa d’oro e diamanti. Ricordo che entrambi i gioielli furono esposti nella mostra L’età dell’oro, dedicata al gioiello siciliano e organizzata dalla Fondazione Sicilia. Un ricordo che racconta bene il gusto e la raffinatezza che ancora caratterizzano certe serate al Massimo.

In conclusione, questa ripresa di Rigoletto ha avuto il merito di restituire alla città una serata di normalità dopo una giornata difficile, ma non mi ha convinto sul piano complessivo. La regia di Turturro conserva immagini di grande impatto, soprattutto nelle coreografie, ma le sue contraddizioni stilistiche restano evidenti e il confronto con le interpretazioni del 2018 non gioca a suo favore.

Il Teatro Massimo merita nuove letture, nuove idee e allestimenti capaci di restituire alle opere una prospettiva diversa. Questa produzione l’abbiamo ormai conosciuta a memoria.

Speriamo che sia stata l’ultima volta.

Vostro,

Gigi Vinci