Massimiliano Reggiani racconta Fulvio Merolli: la “Fenice” che danza con le Scuderie Aldobrandini e vola alla Biennale di Venezia
Lo scultore Fulvio Merolli è presente alla sessantunesima Biennale di Venezia con “Risalita”, un’opera in marmo di Carrara dal linguaggio potentemente plastico. Ma è anche autore della “Fenice” di Frascati, inaugurata da pochi giorni nella sua collocazione definitiva; la statua ora danza visivamente con le partiture architettoniche del “Museo Tuscolano scuderie Aldobrandini”. È una scultura imponente, cinque metri di altezza compreso il basamento, ma perfettamente proporzionata con la facciata seicentesca che la accoglie. Il Museo, gioiello di reperti archeologici della romana Tusculum, ha già legato la storia antica ed all’estetica contemporanea: gli interni sono stati restaurati su progetto dall’archistar Massimiliano Fuksas.

Anche Fulvio Merolli, docente di Tecniche della Scultura nel Dipartimento Arti Visive alla RUFA – Rome University of Fine Arts, è un artista internazionale. Unisce la grande sapienza tecnica e iconografica della tradizione alla padronanza dei materiali contemporanei e ha sviluppato una riflessione estetica assolutamente moderna. Le sue opere ci parlano attraverso un ricco vocabolario classico. Sono capaci di catturare per empatia e consonanza l’attenzione di un pubblico abituato alla forma umana come misura dell’universo e univoco canone di bellezza. L’artista, però, ne erode e distrugge dall’interno il significato consueto: ciò che appare ad un primo sguardo non corrisponde al vero messaggio dell’opera.

La Fenice è prima di tutto un simbolo materializzato nelle più diverse forme: da uccello di fuoco a principio di continua rigenerazione, di morte e di rinascita. Merolli, affascinato dallo sgretolarsi di confini imposti, vede tutto ciò che è trasformazione come un inno alla vita, percepita in continua metamorfosi. Anche la sua personale “Fenice” ha vissuto l’esperienza del mondo prima di poggiarsi nelle quiete di Frascati. Presentata nel 2025 in Sicilia, a Noto, durante la rassegna “Fuori Infiorata” passa poi nella città eterna in occasione della mostra “Hortus” al complesso monumentale Acquario Romano Casa dell’Architettura. Nel 2026 scende in costiera Amalfitana per “Dolce Vita. Maiori Wonder Coast”.

La “Fenice” di Fulvio Merolli si è trasformata così in una sorta di nume capace di materializzare la resilienza e la forza di rinascita del luogo in cui, temporaneamente, è posta. Noto devastata dal terremoto del 1693 e riedificata sotto la guida di Giuseppe Lanza, Duca di Camastra; l’eclettica architettura di Ettore Bernich che rimane conchiglia di un acquario praticamente mai nato per fiorire poi in una vivace Casa dell’Architettura: sono entrambi luoghi di rinascita sfiorati dalla “Fenice” di Merolli. La luce di Sicilia ha fatto delle sue ali futuristiche lame eteree bagnate di cielo. I marmi di Roma, invece, ne hanno esaltato la velluta morbidezza della carne, la tensione indomita delle masse muscolari.

Andrea Guastella, storico dell’arte e curatore dell’intero progetto, la descrive così: “La Fenice di Fulvio Merolli, pur avendo le ali, non è però un uccello. L’artista la immagina come una donna esile, slanciata, leggermente inclinata in avanti, colta nell’attimo di prendere il volo. La sua nudità, più che un rimando alla cultura classica, si riferisce alla necessità, dettata dal volo, di alleggerirsi, di abbandonare il passato. Un passato che tuttavia Fenice, prigioniera di un eterno divenire, non rinnega, come attesta il suo sguardo pensoso rivolto verso il suolo”. È una chiave di lettura importante a cui se ne possono aggiungere altre legate alla tecnica e alla materia.

L’arte di Fulvio Merolli ha superato felicemente l’antropocentrismo riconoscendo il continuo rimescolio alchemico del reale, in una continua metamorfosi che spezza, ricompone e supera l’equilibrio precedente. Intuisce che le strutture fondamentali della vita sono regolate da fisica e geometria e la presenza umana è molto meno determinante di quanto siamo abituati ad immaginare. La “Fenice” è un equilibrio di masse sulla verticale che va dalle ali all’avampiede. Questa composizione di volumi ha un’anima d’acciaio fatta di curve e controcurve fino al ventaglio di lamine che sono aperte verso l’infinito. L’idea di corpo non cerca il didascalico, la raffigurazione fotografica: si abbevera direttamente alla fonte di Egon Schiele.

Le membra sono funzionali all’opera, la innervano ma non la creano. L’anatomia è sia maschile che femminile: mutamento e dialogo, non contrapposizione. La statua diviene parte dell’architettura di Frascati, appartiene alla forma delle scuderie, organica al disegno barocco della facciata. Le polveri di metallo e vetro sono catalizzate in una nuova materia che lega metallurgia del passato a scenari ancora inesplorati. La luce del tramonto espande la Fenice in un grande dipinto d’ombra. Di grande fascino è il parallelepipedo che la sostiene: non un decoro ma una sezione di scavo. Noi siamo il passato, sepolti sotto il suo piano di calpestio che ci sovrasta. La “Fenice” a Frascati di Fulvio Merolli è già il domani dell’arte.

L’opera monumentale di Fulvio Merolli è stata realizzata nell’ambito del progetto di riqualificazione delle Scuderie Aldobrandini, voluto dall’Associazione Culturale Aurea Phoenix APS, dallo Studio di Scultura M’arte e dall’Amministrazione comunale di Frascati.
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