31/08/2026
Il mito si rinnova e continua a raccontare noi
Le Carnet Mondain Rubriche

Il mito si rinnova e continua a raccontare noi

Ago 31, 2026

Articolo a cura di Gigi Vinci

Cari lettori,
ci sono storie che non finiscono mai.

Ci sono racconti che attraversano i secoli, le civiltà, le guerre, le religioni e le trasformazioni dell’uomo, continuando a porci le stesse domande. L’Odissea è una di queste. Si parla di Odisseo da secoli, addirittura da prima di Cristo, e ancora oggi ci ritroviamo a commentare la sua epopea, a discutere delle sue scelte, della sua astuzia, della sua nostalgia, della sua ostinazione nel voler tornare a casa.

Ed è forse proprio questo il segreto del mito.

Non invecchia. Si rinnova.

Ho visto Odissea di Nolan e la prima cosa che ho pensato, uscendo dal cinema, è stata proprio questa. Non siamo di fronte a una trasposizione pedissequa del poema attribuito a Omero. Nolan non vuole raccontare scena dopo scena il viaggio di Odisseo, e forse sarebbe stato persino impossibile farlo. Sceglie, elimina, aggiunge, interpreta. Ma soprattutto, a mio avviso, individua due tempi molto precisi.

Un prima e un dopo.

Il prima è quello della guerra di Troia. Ed è un mondo che, pur nella violenza e nella brutalità del conflitto, possiede ancora dei valori, un ordine, delle tradizioni. C’è soprattutto quella sacralità dell’ospitalità che per gli antichi greci non era una semplice buona educazione, ma una legge degli dèi, posta sotto la protezione di Zeus.

Poi arriva il dopo.

Ed è qui che, secondo me, il film diventa particolarmente interessante.

Il dopo della guerra di Troia non è soltanto il ritorno dei sopravvissuti alle proprie case. È un mondo profondamente cambiato. Le nuove generazioni sembrano aver perso non soltanto il senso etico, ma addirittura il rapporto con quelle antiche tradizioni che regolavano il vivere umano e il rapporto con il divino.

La guerra ha distrutto Troia.

Ma non ha distrutto soltanto Troia.

Ha distrutto un mondo.

Questa percezione passa, secondo me, anche attraverso i paesaggi. Nella prima parte del film, pur trovandoci nel Mediterraneo, tutto appare quasi nordico. I luoghi sono cupi, freddi, duri. Sembrano paesaggi feriti dalla guerra. E devo dire che, per certi versi, questa scelta mi ha anche dato un po’ fastidio. L’ho trovata quasi ruffiana, come se il film, almeno inizialmente, cercasse un immaginario che oggi conosciamo bene attraverso le grandi saghe nordiche e le serie contemporanee.

C’è persino un guerriero alto, biondo, con il codino, che sembra quasi appartenere a un altro mondo.

E anche Polifemo, a tratti, mi ha richiamato quell’immaginario fantasy contemporaneo. In alcuni momenti mi ha fatto venire in mente persino Sméagol, il Gollum del Signore degli Anelli, quello del famoso «il mio tesoro».

Poi però il film cambia.

O forse sono io che, a un certo punto, comincio finalmente a ritrovare la Grecia.

Perché la seconda parte diventa profondamente mediterranea. Torna la luce. Tornano i paesaggi solari. E questo accade soprattutto quando Odisseo si avvicina finalmente a Itaca e alla possibilità di ristabilire il potere, la regalità e la dignità della propria famiglia.

È come se, dopo aver attraversato tutto quel buio, anche la luce potesse finalmente tornare.

E allora ritroviamo quel Mediterraneo che sentiamo nostro.

Non una Grecia da cartolina. Ma la Grecia del sacro, dei templi, delle offerte, del rapporto quotidiano e profondissimo tra l’uomo e gli dèi. Il momento in cui Telemaco si ferma a rendere culto alla divinità mi ha dato proprio questa sensazione. Quella di entrare finalmente nella grecità.

E per chi vive nel Mediterraneo, soprattutto in una terra come la Sicilia, quella grecità non è soltanto qualcosa che abbiamo studiato sui libri.

È ancora nelle pietre.

È nei templi.

È nelle colonne che continuano a sfidare il tempo.

È in quel modo mediterraneo di guardare il mare, il destino, la morte e il divino.

Quando il film arriva a questa dimensione, allora la percezione del sacro perviene tutta.

Ed è notevole.

La stessa idea del prima e del dopo ritorna, secondo me, anche durante la distruzione di Troia. C’è il crollo di una torre, dopo che, grazie all’ingegno di Odisseo, il cavallo di Troia è riuscito a entrare nella città.

Quella torre che crolla su se stessa mi ha inevitabilmente richiamato alla mente le immagini delle Torri Gemelle di New York.

Non so se sia stato un riferimento consapevole o soltanto una mia suggestione, ma per me il richiamo è stato forte. Perché una torre che crolla non è soltanto una torre che cade. È il segno di un prima che finisce e di un dopo che dovrà fare i conti con tutto ciò che è accaduto.

Le guerre, in fondo, non finiscono quando terminano le battaglie.

Continuano dopo.

Continuano nelle case.

Nelle famiglie.

Nei figli.

Continuano nei rapporti tra le persone e persino nei valori.

Elena, per esempio, rimane bella, ma è una bellezza sfregiata, ferita. Una parte del suo volto è deturpata da un taglio. E quell’immagine, secondo me, dice molto più di quanto sembri.

La bellezza è ancora lì.

Ma non è più intatta.

Come non è più intatto il mondo dopo Troia.

Ed è proprio dopo Troia che il film, e più in generale il mito, ci mette davanti a due donne che rappresentano due modi completamente diversi di vivere l’assenza.

Da una parte Penelope.

Dall’altra Clitemnestra.

Penelope aspetta.

Clitemnestra no.

Penelope rimane fedele al marito assente.

Clitemnestra, invece, si lega a Egisto e quando il marito torna non lo accoglie. Lo uccide.

E non è un semplice confronto tra la donna buona e la donna cattiva. Sarebbe troppo facile.

Sono due donne davanti allo stesso vuoto.

Due donne davanti a un uomo che è partito per la guerra, una lunga guerra.

Ma mentre Penelope conserva il posto di Odisseo, Clitemnestra lo sostituisce.

E qui, secondo me, il tema della lealtà diventa centrale.

Perché Penelope non è soltanto la donna che aspetta.

Penelope è la donna che resta fedele.

E la fedeltà, nell’Odissea, è forse una delle forme più alte dell’amore.

Non è immobilità.

Non è debolezza.

È resistenza.

Resistere al tempo.

Resistere all’assenza.

Resistere persino alla possibilità di credere che chi ami non tornerà più.

E proprio qui, in maniera quasi sorprendente, Penelope entra in similitudine con un altro personaggio non umano della storia.

Argo.

Il cane.

Uno dei momenti più belli e commoventi del film è proprio l’incontro con lui.

Argo aspetta il suo padrone.

Lo aspetta fino alla fine.

E quando finalmente Odisseo ritorna, Argo può morire.

Questa scena è ancora oggi devastante. Forse perché Argo rappresenta una fedeltà che non ha bisogno di spiegazioni.

Argo non conosce la politica.

Non fa politica.

Non conosce le alleanze, le convenienze, le ambizioni, il calcolo di chi pensa che, se il re non torna, allora sia arrivato il momento di prendere il suo posto.

Lui aspetta.

E basta.

Intorno a lui, invece, gli uomini non aspettano.

Sostituiscono.

Cercano di sostituire Odisseo, di occupare la sua casa, di prendere il suo posto, di appropriarsi della sua famiglia e del suo potere.

Alla slealtà degli uomini si contrappongono così due fedeltà.

Quella di Penelope.

E quella di Argo.

Una donna e un animale.

Due esseri che non fanno calcoli di convenienza.

Restano fedeli.

E forse è proprio questo che rende Argo così commovente. Perché in quel momento l’animale dimostra una sensibilità che gli uomini, quelli che dovrebbero essere più intelligenti, hanno perduto.

Argo non vuole il potere di Odisseo.

Non vuole la sua casa.

Non vuole sua moglie.

Non vuole sostituirlo.

Vuole soltanto che torni.

E quando lo riconosce, dopo tutto quel tempo, dopo aver aspettato una vita, può finalmente lasciarsi andare.

Quella scena, da sola, dice qualcosa di profondamente umano.

O forse di più umano dell’uomo.

Il film naturalmente lascia fuori molte cose del poema. Non c’è l’incontro con la madre nell’Ade, con tutta la struggente scoperta del dolore che la lunga assenza di Odisseo ha provocato. Non c’è Nausicaa. Non c’è Eolo. Non c’è il celebre confronto con Polifemo e quel momento straordinario in cui Odisseo afferma di chiamarsi Nessuno.

Mancano molte tappe del viaggio.

Ma il film non sembra voler essere un elenco.

Nolan sceglie di perdere alcune cose per trovarne altre.

E tra queste c’è sicuramente la componente emotiva.

Una componente che, soprattutto verso la fine, diventa fortissima. Quasi personale. Capace di arrivare alla sensibilità individuale, fino alle lacrime.

Perché il ritorno di Odisseo a Itaca non è soltanto il ritorno di un re.

È il ritorno di un uomo che ha attraversato la guerra, il mare, la morte, gli dèi e il tempo.

E che alla fine ritrova ciò per cui aveva continuato a vivere.

Forse è per questo che l’Odissea continua a parlarci.

Perché il suo viaggio è ancora il nostro.

Anche noi attraversiamo guerre, magari diverse.

Anche noi perdiamo la strada.

Anche noi incontriamo ostacoli che sembrano più grandi di noi.

Anche noi, a volte, torniamo in luoghi che abbiamo lasciato e ci chiediamo se ci sia ancora qualcuno ad aspettarci.

E forse tutti, in fondo, abbiamo una nostra Itaca.

Un luogo.

Una persona.

Una casa.

Un ricordo.

Qualcosa a cui continuiamo ostinatamente a voler tornare.

Odisseo appartiene a un mondo lontanissimo dal nostro.

Eppure è ancora qui.

Perché il mito non muore.

Il mito si rinnova.

E ogni volta che raccontiamo ancora una volta la storia di Odisseo, di Penelope e di Argo, della lealtà di chi resta e della slealtà di chi vuole sostituire, non stiamo semplicemente parlando di uomini vissuti tremila anni fa.

Stiamo parlando ancora una volta di noi.

Vostro, Gigi Vinci