01/08/2026
Massimiliano Reggiani racconta “Aquae” di Ilaria Caputo: quando il Mediterraneo diventa libertà e immaginazione
Arte

Massimiliano Reggiani racconta “Aquae” di Ilaria Caputo: quando il Mediterraneo diventa libertà e immaginazione

Lug 31, 2026

Ciò che il mare rappresenta per la maggioranza, come simbolo o come luogo di spensierati ricordi, non si ripete necessariamente per gli occhi di un Artista. La pittrice palermitana Ilaria Caputo (http://www.ilariacaputo.it/), che conosce il Mediterraneo sin da bambina e ha imparato a rappresentarlo magistralmente tra personale bravura, studi al Liceo artistico e diploma all’Accademia, lo legge e interpreta lasciando piena libertà all’immaginazione. L’abbiamo particolarmente apprezzato in “Fantasie”, la seconda sezione della personale “Aquae” tenuta al Centro Internazionale di Etnostoria, Fondazione Aurelio Rigoli. Ilaria Caputo non crea qualcosa di inverosimile ma ricombina la realtà in una nuova esperienza percettiva.

Per l’Artista questi momenti di assoluta libertà non hanno nulla di straniante, tutt’altro. La mente creativa esplora nuove possibilità e le guarda con compiaciuto stupore: vede fiorire diverse possibilità, improvvise folgorazioni, stuzzicanti corto circuiti mentali. Non dobbiamo pensare a tali opere come disvelamenti o epifanie, perché non vi è un sacro che s’affacci nel mondo immanente, ma solo un repentino sfaldarsi delle certezze consolidate. L’arte di Ilaria Caputo accentua compiaciuta questi voli pindarici, sicura di sé e appagata dalla genialità del proprio creare. Ci chiarisce che l’apparire non risponde necessariamente al vero; è una sonora lezione per chi reputa sempre il verosimile come verità assodata e storica. La gioiosa distanza fra l’opera e l’esperienza vissuta rappresenta invece il culmine creativo del dipingere, la forza tellurica dell’arte che crea un ordine diverso, il fiorire vitale di uno spazio interiore.

La maschera del quotidiano è dissolta, evaporata: invece del volto consueto emergono facce sconosciute, occhi stralunati, sguardi curiosi e sorrisi beffardi. L’ordine è sovvertito, per chi guarda può essere un incubo addolcito solo dall’intrinseca grazia e bellezza delle opere. Il cielo s’addensa in onda e il mare diventa trasparente leggerezza, l’orizzonte spazio percorribile, il tempo scientifico rappresentato dal filo di perle secondo l’immagine introdotta dal francese Henri Bergson – un filosofo particolarmente amato dall’Artista – corre libero senza la necessità di ricomporsi dopo una tempesta. Lo specchio frantumato in parte falsa e in parte svela la realtà; i fiori si aprono come improvvise nubi e il labirinto nello stesso tempo intrappola gli individui e libera l’energia della danza. Un nastro diviene foglia e improvvisamente fiorisce mentre una luna senza pudore svela la propria essenza di figlia delle maree.

Tanto lampante è il significato visivo quanto sembra criptico il messaggio: l’osservatore rischia di smarrirsi in questa realtà di apparizioni improvvise e inaspettate. Ilaria Caputo, che ha in abbondanza talento virtuosistico e finezza di pensiero, ci accompagna in un percorso a doppio binario dove quel che per lei è poetico agli altri suona ambiguo o addirittura spaventoso. Ogni tradizione è sovvertita: si danza allegri il carnevale delle emozioni. Il contrasto fra la Libertà e il Trauma sono i due tratti peculiari di queste opere. L’Artista è assolutamente senza vincoli ma profondamente solo mentre la società, incarnata dall’osservatore stupefatto, vive il trauma di queste inaspettate figurazioni. Ogni opera è un teatro di geometrie tanto logiche quanto irreali, ma non per questo meno vere.

Il candido pavone, meravigliosamente reso, cammina sulla linea blu che a tutti appare come orizzonte ma può anche essere un ricco selciato di lapislazzuli; noi la percepiamo come materia solida e l’aristocratico animale sembra pronto a lanciare il proprio acuto richiamo d’amore. Cielo e mare ruotano intorno all’uovo cosmico, lo proteggono in attesa della sospirata schiusa; le perle trovano volontà propria: non sono gettate dall’onda ma libere d’accompagnarsi assecondando la propria empatia. Lo specchio non necessariamente riflette ma contiene frammenti da ricomporre: è una realtà più vera perché graffiata e ferita dai morsi della vita.

I fiori sono figli naturali dell’acqua e del sole, basta rappresentarne l’essenza. I pappi dei soffioni sono cielo e vento, la loro origine biologica è solo un ricordo. La perla contiene il mare, le maree, la memoria dei pleniluni, dei canti ebbri di marinai, di sirene sugli scogli che attentano alla sanità dei naviganti; da lei tutto questo promana come in un sogno di profumi aspri e sciabordio di onde. Se il verosimile – come purtroppo spesso avviene – non deve contrabbandare una cronaca mendace, diventa allora libero e gioioso atto creativo. Slegato dai lacci della rappresentazione scientifica, della narrazione, della cronaca di un preciso momento, l’immaginario può finalmente agire secondo la propria natura, in perfetta coerenza con una logica mentale.

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