Le Mani Parlano Il Linguaggio Segreto degli Anelli
Articolo a cura di Gigi Vinci
Chi ha letto il mio articolo sulla mostra di Palazzo Abatellis sa già quanto quella ritrattistica cinquecentesca sappia sorprendere. Davanti a quei volti composti, a quegli abiti elaborati, ci si ferma quasi sempre sugli stessi dettagli: lo sguardo, il panneggio, il gioiello al collo. Eppure c’è qualcosa che merita una attenzione tutta particolare, e che nella frenesia di una visita si rischia di sfiorare senza davvero vedere: le mani. E sulle mani, gli anelli.

Non sono ornamenti casuali. Una nobildonna di rango non metteva un anello su un dito a caso, così come non sceglieva a caso il colore di un abito o il gioiello al collo. Era un linguaggio silenzioso, ma straordinariamente eloquente per i contemporanei, e il pittore non faceva che immortalarlo.
Guardate le mani nei ritratti di Isabella di Valois e in quello che fu a lungo attribuito a Dorotea Barresi Santapau, le due dame che accompagnano questo articolo. L’anulare sinistro è da sempre il dito dell’amore: gli antichi ritenevano che da esso passasse una vena direttamente collegata al cuore, la cosiddetta vena amoris, ed è per questa ragione che ancora oggi la fede nuziale viene portata lì. L’indice era invece il dito dell’autorità, quello sul quale sovrani e condottieri amavano mostrare l’anello più importante. Il pollice era il dito della sapienza, tanto che alcuni dottori dell’Università di Bologna usavano portarvi il proprio anello a testimonianza della dottrina acquisita.
Il mignolo merita un discorso a parte. È il dito dell’eleganza per eccellenza, quello della distinzione e dell’appartenenza aristocratica, ed è qui che veniva portato lo chevalier, l’anello-sigillo delle grandi famiglie nobiliari. Generalmente di forma ovale, recava inciso lo stemma della casata e serviva ad apporre il sigillo nella ceralacca che chiudeva lettere e documenti ufficiali. La scelta del mignolo non era sentimentale ma pratica, oltre che simbolica: questo dito consentiva di imprimere l’impronta con precisione, senza che le dita vicine entrassero in contatto con la ceralacca ancora calda. Funzionalità ed eleganza, come spesso accade nelle migliori tradizioni.



Poi c’è il medio, e qui il discorso cambia tono. Fin dall’antichità questo dito è associato alla volgarità e al gesto di disprezzo che tutti conoscono, e il bon ton ha sempre sconsigliato di portarvi un anello. Eppure capita ancora oggi di vedere persone che lo fanno, per moda o per semplice ignoranza del simbolismo. Nella mia vita ho conosciuto una persona di straordinaria eleganza, raffinata nel vestire e attentissima ai dettagli, che portava però un vistoso anello proprio al dito medio. Fu quell’unico particolare a rivelarmi che, dietro tanta cura esteriore, le sfuggiva qualcosa di essenziale.


Le pietre, naturalmente, aggiungevano un ulteriore livello di significato. Lo smeraldo era la pietra di Venere, dea dell’amore e della bellezza, associato alla fedeltà, alla rinascita e al romanticismo. Il suo verde intenso evocava la primavera e la giovinezza, e non sorprende che comparisse spesso nei gioielli delle dame ritratte dai pittori del Rinascimento come pegno d’amore e devozione. Il rubino aveva un simbolismo più stratificato: nella tradizione cristiana medievale il suo rosso lo rendeva simbolo del sangue di Cristo, e re e alti prelati decoravano le proprie insegne con rubini in segno di devozione religiosa, mentre nella sfera più mondana incarnava il coraggio, la forza vitale e il legame matrimoniale. Vale la pena ricordare che per molti secoli qualsiasi pietra rossa di pregio veniva identificata come rubino, fossero spinelli, granati o altre gemme, perché la classificazione mineralogica moderna sarebbe arrivata molto più tardi. Lo zaffiro, infine, era la pietra del cielo e della giustizia divina: nel XIII secolo papa Innocenzo III stabilì che i cardinali portassero alla mano destra un anello con zaffiro, quello con cui si compie il gesto di benedizione, e sovrani ed ecclesiastici vi riconoscevano le virtù di saggezza e rettitudine che il loro ruolo richiedeva.

Tornate con la mente alle sale di Palazzo Abatellis, a quei volti che vi hanno guardato attraverso i secoli. Adesso che sapete tutto questo, guardatene le mani. Ogni anello è una dichiarazione, di stato, di sentimento, di appartenenza. E capire quel linguaggio significa entrare davvero dentro quei ritratti, non soltanto ammirarli.
Un’ultima cosa, prima di congedarmi. Se vi capita di ereditare un anello troppo grande per le altre dita, non cedete alla tentazione di indossarlo al medio: rivolgetevi a un bravo gioielliere e fatelo adattare. L’eleganza autentica nasce dalla conoscenza dei dettagli, e sono proprio quei dettagli, spesso invisibili ai più, a distinguere chi si veste bene da chi possiede davvero il senso dello stile e della tradizione.
Vostro, Gigi Vinci



