Bill Hornaday: l’analisi critica di Massimiliano Reggiani sul fotografo che trasforma la natura in tracce di sacralità
Bill Hornaday, autore di memorabili sculture in cui il metallo assume l’apparente morbidezza di un corpo naturale, è anche – con talento e successo – fotografo. Statunitense per nascita, italiano per scelta di vita sulle Alpi dell’Alto Adige, ha portato nell’arte contemporanea una chiave di lettura rara e poetica della fotografia. Nel suo portfolio troviamo diverse Serie di immagini, legate al mondo naturale visto attraverso il suo riflesso sull’acqua o in luci, ombre e colori cristallizzati nella ruvida pietra.

La fotografia di Bill Hornaday è l’arte delle tracce, di ciò che non si vede ma esiste: è concreta, fisica, profuma ancora di realtà, di muschio, di silenzio ricamato dal canto degli uccelli. Potremmo definirla un’arte fatta di indizi, la necessità di sostare per misurarsi con la vastità del cosmo lasciando che questo entri in noi attraverso mille piccole voci fatte d’ombra e di colori. Non è facile comprendere il linguaggio di Bill Hornaday per noi europei che siamo abituati al protagonismo divistico del soggetto immortalato. Quando l’obiettivo si posa su di un volto è la teatralità del personaggio a primeggiare, quando si fotografa un corpo l’ambiente intorno tende a dissolversi, quando fissiamo un’architettura la mettiamo in posa dandole anima e carattere, quasi fosse un gigantesco attore.

Al contrario le immagini di Bill Hornaday sembrano apparentemente vuote, privilegiando le tessiture cromatiche, il ritmo danzante dei rami, le pennellate fatte di foglie. Ad una lettura semplice, che ritengo superficiale, la sua ricerca fotografica guarda alla pittura contemporanea astratta. È un abbaglio, una falsa via da non seguire: l’Artista potrebbe fotografare di tutto per comporre opere con accattivanti risultati: dalle carrozzerie delle auto bagnate di pioggia, alle vetrine dei centri commerciali cercando ritmo, colore e composizione. I luoghi fotografati da Bill Hornaday, invece, appartengono a tutt’altra esperienza personale, fatta di lunghe passeggiate, di cicli stagionali, di appostamenti lunghi e silenziosi.

È innegabile che queste “Serie fotografiche” possano essere viste e apprezzate anche e solo come meri oggetti estetici, come preziosi frammenti di bellezza in cui la complessità dell’immagine stimola l’attenzione di chi guarda. Il significato, invece, è tutt’altro. L’arte di Bill Hornaday è profonda, non solo bella, perché parla un linguaggio ancestrale e ci induce a riprendere quella conoscenza atavica ormai assopita e quasi dimenticata nel turbinio della modernità. L’Artista raccoglie suoni, presenze, odori, origini ma ha la raffinata intelligenza di non svelare in modo diretto, ne insegue i riflessi, i fruscii, i rumori.

Se Bill Hornaday fotografa un’ombra ci indica il sole e qualcosa, un tronco, un ramo, una fronda, che vi si frappone e lo scherma spezzando la luce. Quando si concentra sull’acqua ogni piccola increspatura ci narra della sorgente vicina o lontana, se vediamo l’onda oppure un lucido velo disteso a specchio. Quando c’è la foglia l’inverno deve ancora venire, quando il sasso è levigato i ghiacciai non sono lontani. Il riflesso di una pianta dà la dimensione del bosco, il buio suggerisce quanto la vegetazione sia densa e il suono del vento lontano. Guardare le sue fotografie con occhi attenti posiziona il nostro corpo in uno spazio mentale, libero ma esposto oppure protetto e rassicurante.

Come ascoltare un’orchestra ad occhi chiusi immaginando gli strumenti, il correre degli archetti, le dita che pizzicano corde o sfiorano tasti, il baluginare degli ottoni, i corpi massicci e vibranti dei coristi così è una fotografia di Bill Hornaday, con un meccanismo inverso. Guardare quel che sembra un quadro astratto e scoprire invece che è lo specchio di un mondo un tempo familiare. Dai canneti flessuosi alle correnti d’acqua nei ruscelli, dall’umido freddo della sera al tepore di un raggio a primavera. Guardare un’immagine silente e tornare a percepire un universo palpitante e vivo, verso cui stavamo diventando sordi e obnubilati, ottenebrati e ottusi. L’arte di Bill Hornaday ha in sé la sacralità di una natura rispettata, che non è oggetto ma presenza, che non vive costretta in gabbia o in vaso ma palpita e cresce vitale e sofferente, solenne e tragica. Fotografarla con tale poetica dolcezza smaschera la nostra cultura rapace e violenta, che ghermisce e brama, ferisce e poi dimentica. È una lezione di vita strettamente legata alla saggezza di quei nativi d’oltreoceano che – con grande leggerezza – abbiamo distrutto e massacrato.

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