11/06/2026
Sergio Buttigè, il poeta che ascolta il silenzio della strada: “L’umanità è dietro l’angolo”
Interviste

Sergio Buttigè, il poeta che ascolta il silenzio della strada: “L’umanità è dietro l’angolo”

Mag 27, 2026

 In questa  intervista, curata dal Direttore Giuseppina TesauroSergio Buttigè racconta  ai lettori di L’Epoca Culturale il suo legame profondo con la Sicilia, il valore umano del silenzio e la necessità di una cultura che torni ad essere incontro reale e condivisione autentica. Tra riflessioni sulla fragilità contemporanea, l’esperienza accanto ai minori stranieri non accompagnati e il bisogno di restare umani in un mondo sempre più virtuale, emerge il ritratto di un autore che trasforma la poesia in ascolto, memoria e resistenza emotiva. Un dialogo  che attraversa dolore, speranza e verità senza mai perdere la delicatezza della voce umana.

  • Sergio Buttigè, nel suo percorso artistico e umano ritorna continuamente l’idea della “strada”, tanto da essere stato definito “Il Poeta della Strada”. Nei suoi versi la strada non è soltanto un luogo fisico, ma sembra diventare un punto d’incontro tra dolore, umanità, silenzio e speranza. Quanto hanno contato gli incontri reali, le periferie umane, gli sguardi delle persone comuni nella costruzione della sua poetica?

E oggi, in un tempo sempre più virtuale, pensa che la poesia debba tornare a “camminare” tra la gente?

Ho subito per tutta la vita il fascino della normalità degli esseri umani nei loro momenti più veri: negli sguardi, nelle mani che lavorano o che frugano tra i banchi di un mercato, nei passi di ogni giorno, incrociando la vita degli altri. I momenti della vita, quelli salvati dalla spontaneità che tutti noi conserviamo quando nessuno ci guarda, sono linfa per  chi scrive dopo avere spiato, rubato, colto e ridisegnato con le parole. Anche per pochi istanti, il vero, che la vita difende, riesce a prendere forma. Il palcoscenico e il giogo della vanità sono inevitabili da sempre, soprattutto per chi si confronta volutamente con i molti, nonostante gli sforzi ipocriti di volerlo nascondere. In questo pezzo di storia che stiamo vivendo, seppur difficile, credo sia necessario cercare di mescolarsi agli altri, con le conseguenze che ne possono scaturire. La poesia non ha mai smesso di camminare tra la gente. Sicuramente serve più vicinanza e l’incontro, quello non virtuale, deve tornare ad essere frequentato.  Un mezzo di comunicazione è utile alla condivisione ma non alla realtà delle cose, che vivono nella carne e nelle ossa della vita.

  • Il titolo Abbassa la voce… colpisce immediatamente perché sembra quasi un invito                     controcorrente. Secondo lei che cosa rischiamo di perdere quando smettiamo di ascoltare il silenzio? E pensa che oggi il silenzio faccia più paura della verità stessa? Leggendo le sue poesie si percepisce una presenza costante del silenzio, ma non come vuoto o assenza: il silenzio nei suoi versi è carne viva, memoria, attesa, desiderio, persino linguaggio. Quando ha compreso che la poesia poteva nascere non solo da ciò che si dice, ma soprattutto da ciò che resta sospeso?

“Può fare paura ciò che non si conosce, quello che si conosce profondamente e anche il resto delle cose che conosciamo apparentemente … Praticamente tutto.”. 

Il silenzio è un ingrediente imprescindibile per la riflessione, per l’ascolto degli altri e l’avvicinamento a se stessi. Si sta in silenzio, oggi, sovrastati da mille pensieri, necessari o inutili, molte volte fagocitati dall’egocentrismo, tanto da non ascoltare quello che ci dicono gli altri e da non vedere quello che passa davanti ai nostri occhi. Il vero silenzio, sacro e fondamentale, però, non può fare paura; non a caso la preghiera e la meditazione, come sanificazione dell’esistenza sono incastonate nel silenzio. La sospensione, in quello che scrivo, è un legame con quello che è stato e quello che spero possa arrivare, per questo uso spesso i tre puntini di sospensione. Se potessi mancare di rispetto alla grammatica, inizierei a scrivere, tutto quello che  scrivo, evitando anche le lettere maiuscole.

  • La Sicilia nei suoi testi emerge come una presenza quasi sensoriale: si sentono il mare, il mosto, il vento caldo, le strade del Sud, la nostalgia delle partenze e il peso dei ritorni. Non è mai una cartolina folkloristica, ma una terra profondamente interiore. Lei che rapporto ha oggi con la sua Sicilia? È il luogo delle radici, della malinconia, della rinascita o forse tutte queste cose insieme?

Non ho mai smesso di essere siciliano, in qualsiasi parte io mi fossi trovato, è come somigliare ai propri genitori, ai propri nonni e alle persone che ci sono state più vicine. Mi capita di pensare che la Sicilia combatta, vincendo ogni volta, la sua lotta per la sopravvivenza con i suoi stessi figli, come accadeva nelle mitologia greca quando le divinità olimpiche cercavano di defenestrare i progenitori. C’è, però, una imperitura unicità in questa isola che nessuna lotta o contraddizione potrà sbiadire. Non possiamo che coglierne la bellezza e farne antidoto. Ognuno può vivere, anche benissimo, ovunque, ma si nasce in un posto solo. È l’innaturale tentativo dei siciliani di apparire inetti, agli occhi della bellezza e della storia, che mi lascia, ogni volta, sgomento.

  • Dopo l’esperienza milanese ha scelto di ritornare in Sicilia e oggi lavora anche con minori stranieri non accompagnati, vivendo quotidianamente storie di fragilità, perdita e speranza. In molte sue poesie emerge una forte attenzione verso il dolore umano, ma senza mai cadere nella retorica. Quanto questa esperienza concreta con le persone ha trasformato il suo modo di scrivere? E crede che oggi la poesia abbia ancora il dovere di occuparsi degli ultimi?

Sono grato alla vita per avermi dato l’occasione di insegnare la lingua italiana a questi ragazzi; loro vengono, a volte, da quelle parti del mondo di cui non si conosce neanche il nome o di cui, attraverso le notizie, si conoscono solo gli aspetti socio-culturali più superficiali. Onestamente, sono cambiate molte cose nella mia visione delle cose e, inevitabilmente, nel mio modo di descrivere la vita e il dolore degli altri. La poesia si è sempre rivolta a tutti, non solo agli ultimi, ma io non ho  mai concepito una letteratura che non sia militante e rivolta, istintivamente, alle persone più semplici e che, appunto, vengono dalla strada: tra me e il pubblico, accademicamente meno blasonato, c’è un magnetismo reciproco. Ho conosciuto certi ambienti, diametralmente opposti alle mense dei meno abbienti e alle file delle madri che attendono provviste per i loro bambini e ne sono uscito deluso dall’ineducazione sentimentale e dalla presenza esclusiva di passerelle.

  • In componimenti come Umani o Ancora in tempo emerge quasi una preghiera collettiva, una richiesta di pietà e di ritorno all’umanità. La sua poesia nasce più da una ferita personale o da una necessità di osservare e raccontare il mondo che la circonda? Lei ha dato vita a festival letterari, incontri culturali e progetti come “Umanoteca”, nei quali poesia, musica, teatro e relazioni umane si fondono. In un’epoca in cui spesso la cultura viene consumata velocemente, quasi distrattamente, lei sembra voler restituire centralità all’incontro umano. Secondo lei oggi la cultura dovrebbe tornare a essere soprattutto esperienza condivisa, dialogo, presenza fisica e contatto emotivo?

La scrittura si è sempre occupata dei sentimenti dell’uomo, analizzando la vita stessa da innumerevoli punti di vista. Credo continui a farlo ma sento fortemente che il problema dell’autenticità non risieda nella forma che si dà alle cose, attraverso le parole o l’arte in genere, ma nei percorsi interiori che si vivono quotidianamente.  Il contenitore, intendo il nostro modo di vivere, sempre più plastificato e anestetizzato dalle vetrine dei social, in questo momento storico, si sta spingendo verso la mortificazione dei contenuti affettivi di tutti noi esseri più o meno pensanti. L’amore non deve correre il rischio di essere sfiorato minimamente da questo pericolo e fortunatamente esistono forme d’amore che saranno eternamente immuni, inavvicinabili. Le strade della creatività devono, insieme a tutte le altre fette della società, cercare delle soluzioni per ritagliare degli spazi che restino Umani, perché saremo Ancora in tempo solo se non perderemo ancora tempo.

  • Molti suoi versi sembrano avere una forte musicalità e danno l’impressione di essere stati pensati non soltanto per la pagina scritta, ma anche per essere pronunciati ad alta voce, quasi come accadeva con gli antichi aedi e i rapsodi. Quanto conta per lei la dimensione orale della poesia? E quando legge davanti al pubblico, sente di interpretare semplicemente un testo oppure di vivere ogni volta una nuova esperienza emotiva?

Leggo poche volte, in prima persona, le cose che scrivo, esclusi i momenti in cui condivido sulle mie pagine dei contenuti. Ultimamente mi sono spinto di più verso quello che scrivono gli altri, cercando di dare la possibilità di uscire allo scoperto a chi vive la propria scrittura in modo più timido o semplicemente poco valorizzato. Tornando alla domanda, negli incontri che organizzo preferisco affidare agli altri la lettura dei miei testi; sono momenti di forte confronto con chi mi sta di fronte e con me stesso, cerco di ascoltare da terzo quello che ho scritto e mi piace osservare la gente in quei momenti. L’esperienza emotiva vive in quei pochi istanti rubati. Momenti di unione che si spera diventino ricordo e prospettiva.

  • Alla fine del libro lei scrive una frase molto potente: “L’umanità è dietro l’angolo”. È una chiusura che lascia il lettore sospeso tra speranza e inquietudine. Lei oggi crede davvero che l’umanità sia ancora lì, dietro l’angolo, pronta a riaffacciarsi? Oppure teme che il nostro tempo stia lentamente perdendo la capacità di riconoscersi umano?

Il senso dei versi cammina su due binari differenti: in queste parole ho voluto esprimere tutta la paura dell’uomo verso i suoi simili, tanto da abbassare la voce per non farsi sentire ,per restare difeso dalla sua trincea, per tutti i motivi che nelle risposte precedenti ho cercato di chiarire o semplicemente perché sappiamo come stanno andando le cose. La seconda direzione è più una necessità di restare umano, più umano, per cercare di non molestare la vita altrui alzando i toni, alzando la voce, alzando barriere ma cercando attraverso un tono pacato, di trovare la mia voce nella voce degli altri e quella degli altri nella mia.  Non posso che provarci…