Il diavolo veste Prada due: dopo 20 anni il mondo della moda che cambia ma incanta ancora

Da qualche settimana è uscito nelle sale italiane il tanto atteso film “Il diavolo veste Prada 2” a distanza di vent’anni dal primo girato nel 200, diretto da David Frankel.
La pellicola si presenta quindi come il sequel de Il diavolo veste Prada (2006), tratto dal romanzo di Lauren Weisberger, e vede il ritorno nel cast di Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci, a cui si sono aggiunti Justin Theroux, Kenneth Branagh, Simone Ashley e Lucy Liu.
Con oltre 14 milioni di euro incassati e 1,7 milioni di spettatori, l’attesissimo sequel con Meryl Streep e Anne Hathaway ha eguagliato i risultati del primo film in meno di una settimana. È la miglior apertura del 2026, nonché un risultato enorme che porta il film ad un passo dal raggiungimento del totale de “Il diavolo veste Prada, che nel lontano 2006 incassò poco più di 14 milioni di euro nel nostro Paese. La pellicola è riuscita a portare in sala un pubblico ampio, trasversale e molto coinvolto, attratto dalla nostalgia, ma anche dal fascino di una commedia diventata cult e popallo stesso tempo. Quando uscì a suo tempo “Il Diavolo veste Prada”, il mondo della moda era ancora un circuito a tenuta stagna e pubblicazioni come Vogue erano al vertice di un sistema elitario e giudicante personificato dalla glaciale e sprezzante Miranda Priestly, direttrice editoriale di Runway, la prestigiosa rivista fittizia sita nel grattacielo dell’Elias-Clarkel, la sua casa editrice. C’era in quel film un perfetto equilibrio fra il magnetismo del mondo della moda e il “veleno” che lo alimentava dietro le quinte. Personaggio emblematico fu quello di Miranda, interpretato da una magistrale Meryl Streep, che è riuscita a trasformare il cattivo per eccellenza in una feroce ma efficiente capacità gestionale attraverso l’esercizio di una professione alla quale la protagonista aveva sacrificato ogni aspetto della sua vita.
Vent’anni dopo, in un panorama culturale stravolto, i mondi della moda e dell’editoria sono profondamente cambiati: i social hanno sgretolato il monopolio delle riviste, ora costrette a stare al passo di trend sviluppatisi in maniera diffusa, così come devono sottostare alla regola dei click e alla volontà dei brand che le mantengono a galla con le inserzioni pubblicitarie. Viene narrata una storia completamente incentrata sul glamour e sull’elitarismo di un ambiente ambizioso e spietato dove bellezza, fascino, eleganza e stile si muovono al suono di una colonna sonora ritmata e travolgente.
Nel soggetto di “Il diavolo veste Prada 2” appare una evidente consapevolezza di queste differenze e non si cerca di nasconderle, anzi, le si rende chiare fin dai primi minuti del film, dove vediamo Andy Sachs (Anne Hathaway) essere licenziata insieme a tutti i suoi colleghi mentre sta per ricevere un premio per il suo lavoro giornalistico. Contemporaneamente, Miranda e Runway vengono travolti da scandalo mediatico quando la rivista pubblica un profilo entusiastico di un’azienda di fast fashion – ironicamente chiamata Speed Fash – che si scopre avere un’etica di produzione molto dubbia. Dopo che il suo discorso sulla criticità delle condizioni dell’editoria diventa virale, Andy viene chiamata a ricoprire il ruolo di features editor alla Runway per cercare di migliorarne l’immagine, dove comincia lentamente a scendere a patti con la nuove logiche dell’engagement digitale. La decisione viene accolta con evidente ostilità da Miranda che finge addirittura di non riconoscerla; intanto Talia, un’amica di Andy che lavora nell’editoria, le propone di scrivere un libro scandalistico su Miranda, che le frutterebbe un grande guadagno. Ma Andy non è convinta e temporeggia. Non manca la nuova assistente Gen Z di Miranda, (interpretata da una splendida Simone Ashley), che si incarica di spiegare alla donna un tempo più temuta della moda cosa si può e non si può dire al giorno d’oggi, néEmily (Emily Blunt), prima assistente di Miranda ai tempi di Andy, che adesso tiene sotto scacco Miranda e il suo primo collaboratore Nigel (Stanley Tucci) grazie al ruolo che riveste inDior e al fatto che ha trovato un ricchissimo fidanzato Benji Barnes, un magnate tecnologico, che la ama alla follia e che è pronto a fare qualsiasi cosa per lei.
La situazione cambia quando Andy, al costo di ripetuti sforzi e insistenze, ottiene un’intervista esclusiva con Sasha, ricca ex-moglie di Benji Barnes, la donna, che aveva sempre rifiutato gli inviti di Miranda, acconsente a rilasciare le sue dichiarazioni dopo aver visto che, sotto la guida di Andy, la rivista Runway ha ritrovato una dimensione più umana. Questo successo sembra rilanciare la carriera delle due, tanto che Irv (il proprietario della casa editrice)è pronto a promuovere la direttrice Miranda, mentre ad Andy viene promesso un aumento di budget e la possibilità di condurre uno migliore tenore di vita. Nel frattempo, la giornalista intraprende anche una relazione con Peter, fascinoso restauratore di appartamenti storici, conosciuto quando si è trasferita in una delle sue proprietà. Poco prima che possa dare l’annuncio, tuttavia, Irv muore improvvisamente.
La Elias Clarke viene quindi ereditata dal figlio dell’uomo, Jay; costui, privo di interesse per il settore, affida il destino della rivista a consulenti incaricati di ridurre i costi, imponendo misure drastiche alla stessa Miranda. Spiando una loro conversazione, Andy comprende che in realtà questi accorgimenti servono solo ad accelerare l’ormai inevitabile chiusura di Runway. Ecco così che si attiverà allora una serie di intrighi e di azioni tese a evitare tutto questo.
Il vero conflitto della storia è la morte del potere egemonico dell’editoria che Miranda, Nigel (il suo braccio destro) ed Andy devono affrontare. Per riuscire a trattare questi temi senza scivolare troppo nel tragico e mantenere il gusto pop del primo film, il regista David Frankel e la sceneggiatrice Aline Brosh McKenna sono stati costretti a utilizzare l’ironia. Miranda, passata in un battito d’occhio dall’essere la principale antagonista, perde la sua algida potenza per diventare una caricatura di sé stessa, incapace di incutere timore, ma ancora caparbia e risoluta nel voler mantenere ad ogni costo il timone e l’immagine superba di quella che è sempre stata.
Emerge chiara la volontà di creare un film in cui il mondo della moda, percepito nell’originale come superficiale, spietato ed elitario, si mostri adesso come inequivocabilmente migliore di quello dei social, delle piattaforme e del consumo digitale compulsivo. Nel momento più significativo del film Miranda cerca di spiegare al suo interlocutore di turno l’importanza della bellezza, l’ideale platonico che l’intera redazione di Runway insegue, mentre la cena di gala svolge non a caso nella sala dove campeggia l’affresco “L’ultima cena” di Leonardo da Vinci ,come se la moda e l’arte possano rispecchiarsi. La battaglia tra i due mondi, nel film presentata così netta, è in realtà solo un gioco di troni, un cambio di élite entrambe distaccate dalla realtà di una società che pare sgretolarsi.
Dalla visione di “Il Diavolo veste Prada 2 “non possiamo non predere atto di quello che siamo diventati e di quanto sia cambiato il mondo negli ultimi vent’anni. La scommessa di riportare in vita i personaggi nati dal libro di Lauren Weisberger, da cui David Frankel nel 2006 aveva realizzato una delle commedie più amate e illuminanti del XXI secolo, poteva essere vinta solo con la consapevolezza di lasciar sedimentare lo scorrere del tempo e le mutazioni della società contemporanea in un film fedele al modello originale ma allo stesso tempo “diverso”e ironico. I vent’anni che separano i personaggi di Miranda, Andy, Emily e Nigel dal primo film a questo secondo capitolo sono serviti al regista Frankel e alla sceneggiatrice Alice Brosh McKenna per pensarli e collocarli in un universo antropologico e sociale cambiato ma ancora eccezionalmente vitale. Miranda, che non riconosce (o fa finta di non riconoscere) la sua ex segretaria, è ancora lì, magnificamente distaccata ed esigente, ma, sotto l’apparenza si cela un’imperatrice fragile di un universo scintillante minacciato da multinazionali automatizzate, omologazione del gusto e del dominio dell’ intelligenza artificiale. Quindi si riforma il formidabile duo Streep-Hathaway, insieme agli altri due innesti fondamentali per completare la “banda” che ha fatto de Il Diavolo veste Prada un cult: il Nigel di Stanley Tucci e la Emily di Emily Blunt, amica/nemica passata a Dior in un ruolo di comando.
Questo secondo capitolo ha soprattutto il merito di non rimanere impantanato nella nostalgia, ma di usarla per delineare nuove sfumature e nuove relazioni tra i personaggi con un obiettivo più o meno comune: salvare la rivista e rimandare, finché è possibile, la fine di tutto. Quindi si tratta di un film sulla resilienza (della moda e del giornalismo, ma anche ovviamente di certa commedia americana di cui Frankel è uno degli ultimi esemplari) di fronte alle invasioni barbariche del web. Inutile non rendere merito alla interpretazione di Meryl Streep, a volte sottotono e malinconica, paurosa del fallimento, ma ancora straordinaria, cinica e bellissima come una musa del Rinascimento catapultata nel XXI secolo. Il diavolo ha mille risorse e sa come muoversi nella giungla della moda, dove ogni sentimento deve essere controllato e represso e dove l’ambizione, la voglia di essere in primo piano e di risultare vincenti prevaricano persino sulla tenerezza e il valore dell’amore.
Fantastiche e incantevoli le riprese dall’alto di New York con i suoi scintillanti grattacieli e quelle della monumentale Milano, teatro di sfilate stellari, di eleganza inarrivabile e di talenti strepitosi che continuano a incantarci e a farci sognare.